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6.26.2008

Continua il dibattito sul dopo voto e il ruolo del PD.
Un contributo di Eugenio Mastrorocco.

Una nuova famiglia

La vera sconfitta è sentirsi sconfitti. Un po’ come ritrovarsi a subire l’angoscia della pagina bianca, sempre più stanca e incarognita, mal disposta ad accogliere ancora una volta il lamento, il balbettio disorientato, l’ennesimo tentativo di chiamare le cose con parole invecchiate, sforzandosi di mettere a fuoco una nuova visione che spieghi e consoli, e ridia fiato a chi ansima. Oggi, a distanza di sicurezza da quel 13 aprile, proviamo a uscire dal castigo e a richiamare la mente e il cuore da dietro la nera lavagna con i numeri di quel risultato già mezzi cancellati, per tornare a scrivere pensieri e sentimenti con parole rinnovate.

Partiamo dal PD: perché è nato? E perché non chiamarlo PDI, Partito Democratico Italiano? Immagino per una sciagurata manifestazione di pudore, derivata dalla connotazione negativa imputata a quell’aggettivo – vecchio vizio, per altro italianissimo, immortalato in decine di pellicole e canzoni, a partire dal celebre “tu vò fa l’americano”. Resta il dubbio che se fosse nato italiano avrebbe potuto esercitare ben altro appeal rispetto a quello di una semplice sigla di provincia, mitigando l’impressione di nascere già orfano di identità nazionale.

Apro e chiudo rapidamente una parentesi di analisi dei dati elettorali. E’ stato detto molto e forse con troppa fretta, i numeri andrebbero lasciati decantare e assestare il tempo necessario a dissiparne inganni e omertà ad essi connaturati, permettendo al nostro sguardo una lettura più chiara e illuminante su alcuni aspetti più riposti. Per questa via ad esempio ci sono due dati, tratti dal dossier ben curato dell’Istituto De Gasperi, che hanno attirato la mia attenzione e sui quali penso varrà la pena di soffermarsi in futuro. Il primo riguarda quel 30% di italiani non rappresentato nel nostro Parlamento (20% solo di non voto), un dato che basta da solo a mettere in discussione la rappresentatività del nostro sistema democratico nelle forme attuali. Il secondo ci dice che il PD risulta primo partito a livello nazionale, ma solo nella fascia di età over 54, tiene anche se a stento tra gli under 34, per poi andare sotto proprio nella fascia di età 35/54 più attiva e matura, la stessa dove emergono significativamente PDL, IDV e UDC.

Torno ora all’interrogativo iniziale sulle ragioni della nascita del PD.
Come tutte le creature nasce dall’incontro di due identità, due storie, che hanno manifestato nel corso del tempo una forza di attrazione reciproca, talvolta di ripulsa, che le ha portate ad unirsi in un nuovo progetto, in un’idea di cambiamento che guarda più al futuro che al passato, rinunciando ciascuna a qualcosa di sè per fare spazio al nuovo arrivato. Quando si mette su casa ciascuna delle due parti lascia e abbandona una bella fetta del proprio bagaglio, se ne libera, predisponendosi ad accogliere e a far proprio quello dell’altro, il nuovo spazio comune sarà comunque altro da tutto ciò che l’ha preceduto. Inizia così un nuovo cammino, una nuova stagione, verso un nuovo futuro in virtù del quale ritrovarsi a condividere anche un passato comune.
Ebbene, a distanza di circa 8 mesi e di una prova elettorale infausta e allora non prevista, l’impressione è che di vera e propria unione ancora non si possa parlare. L’incontro vero ancora tarda a manifestarsi, ognuna delle due anime del nuovo soggetto politico, i singoli percorsi, le diramazioni e i rispettivi universi identitari, relazionali, associativi e quant’altro tardano ad incrociare i loro passi. Ciascuna di queste parti ancora osserva l’altra a distanza, come in preda a un qualche sortilegio che ne impedisce ad oggi un reale e fecondo confronto. Ancora i due amanti non hanno rinunciato al gioco delle reciproche diffidenze, ancora indugiano sull’uscio incerti se buttarsi veramente in questa nuova avventura, concedendosi all’abbraccio dell’altro che li renderà comunque diversi.

Quanto alle forme e ai modi diversi d’intendere tale unione, andrebbe allargata la discussione, se è vero che per la maggioranza delle società al mondo, secondo l’antropologo Francesco Remotti “il matrimonio non richiede la monogamia”. Ancora più interessante il fatto che “la poligamia sia compatibile con l’indissolubilità, come testimoniato dagli Inuit dell’Alaska, per i quali i rapporti sessuali tra partner istituiscono legami permanenti.
Resta da vedere come considerazioni di questa natura, per quanto scientifica, riguardanti il tema assai delicato della famiglia, si sposino con le ragioni e le passioni che muovono i diversi protagonisti della nostra storia. Quello che sembra mancare forse è proprio un’idea nuova di famiglia.

Tempo fa ho avuto l’occasione di trovarmi ad un incontro sul voto del 13/14 Aprile organizzato dall’Istituto De Gasperi in via S.Felice. Erano presenti tra gli altri il presidente Domenico Cella, Luigi Pedrazzi, Filippo Andreatta, Giancarla Codrignani. La sala era gremita e appassionata, molti gli interventi tra il pubblico, giornalisti, sindacalisti, imprenditori, semplici cittadini. L’impressione è stata quella di trovarmi tra persone che utilizzavano strumenti di analisi della realtà condivisibili, ma che pure rivendicavano con orgoglio una storia e una militanza politico-sociale, quella di area cattolica e democratica per intenderci, poco conosciute e dunque poco avvertite da parte di molti tra gli stessi nuovi compagni di viaggio. Ancora una volta dunque, linguaggi e sensibilità troppo distanti tra loro, che necessitano di nuovi ponti e nuove, permanenti sedi di incontro, racconto, confronto.

Questa è la città di Prodi, luogo simbolo dell’Ulivo. Da qui penso debba iniziare un vero e nuovo cammino comune. Questa la missione di Bologna, di nuovo laboratorio politico nazionale, dove far nascere qui per davvero quel Partito Democratico (Italiano) di cui ho scritto in apertura. Perché italiana è la sua storia, storia di italiani che non vogliono più fare gli americani, ma che si accettano e riconoscono finalmente per quello che sono, ritrovando all’interno della propria tradizione risorgimentale, cattolica, liberale e socialista le radici comuni di un’identità e di un’ispirazione pre/post contemporanea, che ne sappia interpretare le aspirazioni migliori al rinnovamento, nel rispetto del proprio carattere nazionale e del senso ormai diffuso di appartenenza ai destini comuni della vecchia e nuova Europa.

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