4.26.2007

La fase costituente del PD.
Un intervento di Ferrari e Zanzotto.


I congressi di Firenze e Roma hanno appassionato e convinto.
Si avverte un clima diverso, meno lontananza ed un interesse diffuso.
Non si placa tuttavia una insistita campagna mediatica contraria.
Il PD può segnare una ripresa di ruolo della politica, e a molti non piace.
Fino a che il progetto del "Partito Democratico" poteva essere scambiato con la piattaforma per dividere il centrosinistra, e renderlo più condizionabile dall'economia e dai corporativismi, non sono mancati certi alleati.
Dopo il voto del 2006 è apparso evidente che la sua funzione, persino oggettivamente, è ben diversa.
Quella di ridare speranza a chi sente nemico il presente, non solo teme il futuro.
E, per dirla chiara, quella di sostenere un Governo che gioca una partita decisiva per l’Italia, e la cui maggioranza raccoglie tutte le sinistre.
Il PD nasce per garantirgli una immagine più nitida, leggibile, non per ipotizzare alternative, tempi supplementari alla vecchia politica, conservatrice ed impotente.
Anche questo a qualcuno non piace.
E’ qui il motivo di una offensiva che punta a permettere solo la nascita di una forza azzoppata a sinistra, che eventualmente sia la salmeria di un nuovo centro, non il riferimento del cambiamento.
Bisogna prenderne atto. Non per rinchiudersi, ma per aggregare, per chiamare a raccolta le grandi sorgenti, le realtà più vive e dinamiche dell'impresa e del lavoro.
A questo fine serve chiarezza sui tempi e sui contenuti.
Sui tempi: a metà del guado l'acqua è più alta e le correnti contrarie più forti. Bisogna accelerare il passo. Non fare più nulla divisi, arrivare all’ elezione dell’assemblea costituente con una pratica di lavoro comune già in piedi.
Sui contenuti: l'azione del Governo è una risorsa e l'alleanza dell'Unione non è una condanna.
Dagli interventi per la dignità e la sicurezza del lavoro, alla politica internazionale di pace, per l'Onu ed i diritti umani in ogni parte del globo, ai Dico, alle recentissime scelte sull'integrazione del fenomeno migratorio, a beneficio dell'Italia: tutto dimostra che si può e si deve continuare.
L'Italia del cambiamento può ritrovarsi e diventare una maggioranza più forte e convinta.
Non è facile, ma "si può fare". E il PD è l’unico a poterla realizzare.
Si nota però uno iato, una separazione fra le aperture della relazione e delle conclusioni di Piero Fassino a Firenze, e una certa apnea, una debolezza nel prendere l’iniziativa, che si vede nel corpo dei partiti.
Alla base, i sentimenti di preoccupazione (Che fare adesso? Con chi? Con quali “direttive?) sono inevitabili ma vanno presto superati.
Al vertice, invece, essere in “stand by”, vuol dire riaprire il fuoco sulla leadership, azzerare tutto per non cambiare nulla.
No. Chi lavora, come noi, nel mondo delle associazioni, nella società civile dell’Ulivo, sente il bisogno di gruppi dirigenti protagonisti, e al lavoro, nei partiti, a Roma e nei territori.
Ma è viva la società civile? Sono credibili le associazioni? Le loro truppe non sono ancora l’elenco dei popoli e delle navi che raccontò Omero, ma danno già un segnale. C'è un mondo che può fare la sua parte.
Nell'anno 2002, quando l'opposizione culturale e sociale al berlusconismo, fu capace di "scuotere l'albero", ridiede coraggio all'Ulivo e contribuì a mettere le premesse della vittoria del 2006, si mostrò la realtà dei cosiddetti "ceti riflessivi", esigenti e radicali, ma unitari.
Sono gli stessi che, in larga misura, hanno determinato la bella affermazione
nel Referendum per la difesa della Costituzione.
I loro valori, la loro voglia di impegno sono decisivi per il Partito Democratico.
E grande, insostituibile, è il contributo che bisogna sollecitare dal mondo dei lavori, e del sindacato.
A momenti di iperpoliticizzazione sembra subentrata, qui, una attesa che però non è silenzio, è richiesta di risposte, innanzitutto ai “democratici”.
Bisogna reagire di fronte a chi vuol spendere le soggettività dei movimenti per “battaglie” minoritarie, magari per ereditarne qualche “quadro” dopo inevitabili sconfitte.
Ma I movimenti non vanno sottovalutati e altrettanto sbagliato sarebbe pensare che il PD possa farne a meno. Sarebbe un errore dalle conseguenze lunghe. Abbiamo tutta l’intenzione di essere nel “partito nuovo”, proprio perché vogliamo che non lo si commetta.

Davide Ferrari , Fabio Zanzotto
dell’Associazione della Sinistra per il Partito Democratico

La fase costituente del PD.
Un intervento da Bologna

Ho visto molta passione nei congressi dei Ds di Bologna. Una forza vera, più grande del perenne infuriare delle tempeste mediatiche. A questa passione si unisce quella dei tanti che hanno costituito comitati, circoli, associazioni, luoghi di discussione.
Può non piacere a tutti, e all’informazione evidentemente non interessa, ma nei mesi scorsi si è davvero mosso un pezzo di società civile bolognese. Dovunque si parlasse di Partito Democratico, dalle assemblee dell’ “Associazione della Sinistra per il PD” a quelle uliviste doc dell’ “APD”, abbiamo visto molte persone e molta attenzione.
Occorre la massima apertura, il riconoscimento del contributo di tutti. E’ il momento di includere, di rendere protagonista chi vuole partecipare.
C’è chi ha ironicamente detto che , nella nuova formazione politica, “ le correnti non saranno tre , ma trentatré”.
Ma non voleva qualcun’altro, e non sbagliando del tutto, che nel progetto del PD entrassero:”cani e porci”?
Non preoccupiamoci del pluralismo.
Il “Tavolo dell’Ulivo”bolognese si è dimostrato uno strumento importante. Nato un po’ freddamente, via via, riunione dopo riunione, ha registrato l’adesione di nuovi gruppi. E tanti vogliono ancora aggregarsi. Soprattutto provenendo dai Comuni, dai Quartieri, da territori specifici, e dai grandi luoghi del lavoro e dello studio.
La massa critica sta crescendo. E può e deve crescere la qualità. Sarà l’antidoto migliore alla diaspora e al dubbio.
Ritroveremo chi ha dissentito non inseguendolo ma dandogli spazio in comitati ed iniziative larghe e coinvolgenti.
Pensiamo a chi ha militato nelle sinistre dei DS.
Molti sono già al lavoro, alla base, con le proprie idee, per il nuovo PD, altri restano critici ma scettici circa l’opportunità di costituire nuovi partiti minori.
Allora il punto non è la polemica o la diplomazia, ma l’iniziativa.
Partiamo dai contenuti. Soprattutto qui a Bologna, dove la storia della Sinistra è gigantesca ed ineliminabile, Guai a voler anche solo dare l’impressione di pensare prima di tutto a delimitare le zone d’influenza, a piantare paletti, ad attribuire ed ad attribuirsi etichette finalizzate solo a posizionamenti futuri.
Molto c’è da dire e moltissimo da fare.
Prendiamo ad esempio, ma non per caso, il tema della dignità e della sicurezza del lavoro.
I congressi, da Bologna in su, hanno votato unanimi un impegnativo “odg”. Il tavolo dell’Ulivo ha prodotto un testo ricco e articolato.
Che ne facciamo? Dove li traduciamo in iniziative?
Il “ partito nuovo” può essere un modo nuovo per affrontare proprio i temi che sentiamo nella spina dorsale dell’identità di uomini e donne di Sinistra.
Le parole di Anna Finocchiaro: “io non ho paura”, sono state molto convincenti. Dobbiamo dirlo tutti insieme: non abbiamo paura di aprire sedi nuove, gruppi, a superare l’attimo dell’apnea (il “ che posso fare qui, nel mio Quartiere, con la mia sezione? Che devo fare? Chi me lo deve dire?”). Fare politica non è imitare in sedicesimo l’eloquio dei leaders ma prendere l’iniziativa. Fare fiorire cose nuove. Se non saranno cento fiori siano non meno di novantanove.

Massimo Meliconi
L'Unità 26 Aprile

4.25.2007

Gramsci 70 anni dalla morte: idee vive.
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Associazione della Sinistra
per il Partito Democratico

Nota stampa

Roma 23 Aprile 2007

Gramsci: un classico del pensiero mondiale. "Ha insegnato il dovere di impegnarsi ed il coraggio di innovare".
Manifestazione dell'ASPD.

Il prof. Davide Ferrari, coordinatore nazionale dell'Associazione è intervenuto , questa mattina a Firenze ad un incontro promosso per discutere sulle identità e culture della Sinistra.
E' stata l'occasione per ricordare e attualizzare la figura di Antonio Gramsci
nel 70° anniversario della morte.(27 Aprile 1937).

"Antonio Gramsci è figura più grande delle stesse vicende politiche, pure rilevantissime per la storia d’Italia, delle quali è stato protagonista.
E’ ormai riconosciuto come un classico del pensiero filosofico e politico, in tutto il mondo.
Tuttavia due sue scelte, di ricerca e di vita, paiono oggi particolarmente attuali.
La prima è quella che ha insegnato la necessità di prendere parte, di impegnarsi.
L’intellettuale non può restare distante dalla vita politica del suo paese, dal mondo nel quale vive e dal quale il suo pensiero trae alimento.
La seconda è invece quella del coraggio dell’innovazione.
Il coraggio che Gramsci ebbe, con i giovani della sua generazione, di opporsi al fascismo in nome di una cultura nuova, che non ripetesse i riti ormai logori del positivismo e del progressismo dei quali la sinistra del suo tempo era ancora prigioniera.
E il medesimo coraggio lo ebbe nel riflettere sulla sconfitta di quella generazione iniziando a scrivere, dal carcere, della lunga ed articolata lotta per la democrazia come sostanza del socialismo.
Per questo non è indebito ricordarlo oggi anche in una sede politica come la nostra. Per questo Gramsci ci parla ancora oggi, con idee vive. Si è ironizzato anche troppo sul Pantheon del Partito Democratico. a me piace dire che dobbiamo portare con noi il suo coraggio nel Partito da costruire".

Per l'ufficio stampa
M. B.

info@sinistra.pd.it
www.sinistra.pd.it

4.24.2007

Distacco di Angius: un errore grave.
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Associazione della Sinistra
per il Partito Democratico

Nota stampa

Roma, 24 Aprile 2007


Stare da Sinistra nell'Ulivo è possibile e necessario.
Accelerare la fase costituente per aggregare e interrompere diaspora.

"La scelta del Sen. Angius, che stimiamo, di lasciare i Ds per non partecipare alla costruzione del PD è un errore grave"
Dichiarano così Davide Ferrari, consigliere comunale di Bologna, e Fabio Zanzotto, dell'Accademia di Brera di Milano, del coordinamento nazionale dell'ASPD.
"Non entriamo nel merito del dibattito interno ai partiti dell'Ulivo, ma chi ha posizioni più di Sinistra deve dare il suo contributo per ancorare il nascente Partito Democratico su temi come la pace e la politica internazionale, il lavoro ed i diritti della persona.
Così si contribuisce a rendere più forte tutta la coalizione, oggi troppo divisa, che regge il Governo Prodi.
Se non lo si fa si indebolisce non solo il PD ma tutta l'Unione.
Ci sono centinaia di migliaia di militanti ed elettori dell'Ulivo che vogliono posizioni nette, ma sui contenuti, non sulla astratta geometria degli schieramenti interni.
Questi cittadini vogliono partecipare e non dividere.
E' oggi ancor più urgente avviare con la massima rapidità la fase costituente per aggregare e non proseguire in una diaspora francamente negativa"


Per l'ufficio stampa
M. B.

www.sinistra.pd.it
info@sinistra.pd,it

4.23.2007

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Chi è di Sinistra può restare nell’Ulivo, a pieno titolo.
Non un’altra corrente, ma un’associazione libera, per portare nuove idee.

NOTA STAMPA. Roma, 20 Aprile 2007

La grande partecipazione al Congresso nazionale dei DS, al quale siamo presenti come delegazione, indica che, nonostante le difficoltà, ci sono le forze per andare avanti, portare a compimento il progetto di un nuovo e unito
Partito dell’Ulivo.
Abbiamo apprezzato il netto ribadimento della collocazione internazionale del PD a Sinistra e non al centro.
Così pure il richiamo alla centralità del mondo del lavoro, al ruolo delle sue organizzazioni, in primo luogo la CGIL.
Chi è a Sinistra non soltanto può restare nell’Ulivo, a pieno titolo, ma ha una grande responsabilità, quella di non viversi come una nuova componente o corrente, l’ennesima, ma essere lievito e contribuire a portare avanti nuove idee.
E' fondamentale che si apra subito la fase costituente del Partito Democratico caratterizzata dall'apertura e da una nuova militanza, da un impegno nuovo.
La cultura italiana, gli intellettuali devono sentire il proprio compito.
Per questo abbiamo scelto di portare nei congressi di DS e Margherita ai quali abbiamo partecipato, temi come la laicità , concretizzata in proposte per l’integrazione nella scuola pubblica, la dignità e la sicurezza del lavoro, di straordinaria e drammatica attualità sociale ma ancora troppo fuori dalla politica, la battaglia per la messa al bando in tutto il mondo della pena di morte, dove la Sinistra deve essere più presente e non delegarla solo all’impegno pur lodevole dei Radicali ed all’azione internazionale del Governo.

Nati da un’esperienza, vasta e coinvolgente, a Bologna e nell’Emilia-Romagna, l’ Associazione nazionale è ormai in 12 regioni, con oltre 2000 partecipanti. Fra le dichiarazioni di sostegno più significative, concretizzate proprio in queste ore di Congresso quella di Giuliano Montaldo.

Davide Ferrari
Laura Renzoni Governatori
Fabio Zanzotto

www.sinistra.pd.it, info@sinistra.pd.it, T. 333 4275771, F. 051 521513

4.20.2007

Schizofrenia del quotidiano.
Riflessioni varie ed eventuali intorno all’eutanasia
.

Il mio primo pensiero, dopo il titolo, è brusco.
Così sostituisco il termine eutanasia per chiamare l’argomento di cui tratto con un nome crudo e nudo.
Morte.
Qui si parla di morte.
Uno dei pochi e radicati tabù rimasti nella civiltà occidentale, più del sesso. Provate a parlare di sesso tra amici; magari chi con battute, chi con scandalo a vari livelli di sopportazione, ma se ne parla.
Provate ora a parlare di morte. Non nel senso della notizia della morte di qualcuno. Ma della morte. Della nostra fine. Credo che nel giro di pochi minuti andrete incontro a due possibilità: vuoto intorno a voi, ricovero in struttura psichiatrica.
Perché? Un grande storico francese, Philippe Ariès, lo spiega bene nel suo saggio, “Storia della morte in occidente”, sul quale non mi soffermo appunto per non farvi fuggire, ma che cito per i più curiosi.
Qui mi preme sottolineare un dato interessante e contraddittorio che riguarda i nostri tempi.
La prima considerazione: nel corso della storia, siamo passati da una morte cosiddetta “addomesticata”, vissuta come evento collettivo, e “romantica”, ad una morte “negata”.
Oggi la morte viene considerata un tabù di cui non parlare, da nascondere, così come si deve nascondere la sofferenza, sua grande alleata. E non si muore più in casa, ma in ospedale. Nascosti.
E questo introduce il secondo aspetto: grazie ai progressi della medicina e della scienza in generale, la morte è diventata anche “medicalizzata”, spostata oltre il suo argine. La medicina costringe a vivere persone che un tempo sarebbero già morte.
Forse tutto è iniziato con il rene artificiale. Fino a pochi decenni fa’, l’uricemia da insufficienza renale intossicava l’organismo e procurava la morte. Poi è arrivata la macchina cuore/polmoni, la nutrizione con sonda gastrica o endovenosa. Lo stesso arresto cardiaco non è più segno di morte certa, perché il cuore può essere defibrillato. Tanto è vero che noi medici abbiamo spostato la definizione di morte sul criterio di cessazione irreversibile e completa della funzione cerebrale.
Ecco allora, da un lato, la paura della morte, il desiderio di nasconderla, e, dall’altro, la facoltà di prolungarla oltre i suoi limiti naturali. Questo è il respiro affannato che caratterizza la nostra società. E forse giustifica in parte la schizofrenia che viviamo nei nostri tempi. E che si riversa anche sui dibattiti intorno all’eutanasia.
E allora facciamo un passo indietro. Cos’è la vita?
A prescindere da opzioni religiose, che personalmente non mi riguardano, per l’uomo, ma credo anche per gli animali superiori, la vita coincide con la consapevolezza del sé.
L’uomo acquisisce questa consapevolezza. Il neonato è molto più di forma di vita biologica, ma non ha la consapevolezza del vivere, non ha né il concetto di vita, né tantomeno quello di morte.
Allora, quale vita va difesa? La vita biologica, cioè la vita in quanto vita, oppure la vita in quanto consapevolezza del sé? Ovvero, la vita autobiografica, fatta di ricordi, esperienze, ecc.
La domanda è vuota, perché non abbiamo in realtà una visione soddisfacente e completa del concetto vita.
Nessuno considera, almeno in genere, lecita l’uccisione di un neonato, o di un cerebroleso. Qui non si discute affatto di eutanasia razziale o economica-sociale.
Infatti, per quanto agli individui in pieno possesso delle facoltà mentali, alcune situazioni possano sembrare “vita senza consapevolezza”, questa strada è impercorribile. Ma non lo è per dogmi imposti dall’alto, per dettami e divieti fatti cadere dal cielo.
Lo è perché, fin da piccoli, noi agiamo naturalmente per compassione e rispettiamo la vita. O meglio, il dolore. Chi ha figli, avrà avuto modo di conoscere il loro istinto di partecipazione al pianto, al dolore di un altro. Non abbiamo bisogno di ordini dogmatici per capire che la vita individuale, in ogni aspetto, va difesa. Direi anzi che in noi, fin dai primi anni di vita è già presente un abbozzo di etica “naturale”, che ovviamente va coltivata e ben educata dagli adulti.
E invece siamo qui a parlare di spegnere la vita di un individuo. Siamo qui a parlare della possibilità di dargli la morte.
In fondo, stiamo parlando di omicidio o quantomeno di suicidio assistito.
E entriamo ancora più a fondo nella morte, intorno ad un altro tabù che sempre ha accompagnato l’uomo. Un tabù che è ancora più forte del concetto astratto della morte. Uccidere. Aiutare a morire.
Lo stesso giuramento di Ippocrate recita: “Non darò a nessuno farmaci mortali, neppure se richiesto, né mai suggerirò di prenderne”. E ancora oggi il Codice Deontologico Medico è ben chiaro nel condannare l’eutanasia. Tuttavia se Ippocrate scriveva questo, vuol dire che già allora c’era un problema. Il medico poteva essere la forbice che taglia la vita.
Eppure il tabù dell’omicidio in assoluto è rimasto forte, più forte di quello di eliminare la sofferenza o comunque un residuo di vita con scarsa dignità.
Se oggi riusciamo in modo più o meno valido ad arginare il forte dolore di un malato terminale, questo non basta a negargli il diritto alla morte, se la sua vita è un filo diretto da macchine di sopravvivenza.
Prima ho citato Ippocrate. Ora voglio dare un’altra citazione, dell’inizio del diciassettesimo secolo: “il compito del medico non è solo quello di ristabilire la salute, ma anche quello di calmare i dolori e le sofferenze legati alle malattie; e di poter procurare al malato, quando non c’è più speranza, una morte dolce e tranquilla; questa eutanasia è una parte non trascurabile della felicità”. Francesco Bacone, che introduce, per la prima volta, il termine eutanasia.
Allora, dove prendiamo questo diritto di procurare la morte quando l’uomo versa in condizioni di dolore o di perdita di dignità di vita?
Sappiamo che la dottrina della religione cattolica lo nega. La vita è di Dio e solo lui ne dispone, ovviamente attraverso i suoi ministri.
Anche se poi la stessa Chiesa si pronuncia contro l’accanimento terapeutico, cioè contro l’ostinazione oltre l’evidenza di voler prolungare con la terapia una vita già spenta. E questo era probabilmente il caso di Welby.
A parte il concetto di accanimento terapeutico, e per tornare al tema trattato, personalmente non vedo una differenza, nello scopo finale, tra eutanasia attiva, passiva o indiretta. In ogni caso, il risultato è lo stesso: dare la morte al malato, sia che io agisca, sia che smetta di agire. In fondo, anche desistere da un accanimento terapeutico, che è legittimo, potrebbe essere visto almeno in certe circostanze come una forma di eutanasia passiva. Si tratta in entrambi casi di un comportamento omissivo del medico, ovvero del non fare, che placa gli animi e la fede.
Inoltre, mi domando, se la vita è di Dio e deve seguire la Sua volontà, non siamo già peccatori quando rianimiamo un uomo? Non dovremmo in fondo lasciare che Dio se lo prenda invece di sottoporlo a dialisi, a trasfusione?
E, invece, se possiamo prolungargli la vita con questi strumenti, non possiamo anche capire che quando una vita prosegue solo fasciata da dolore o nuda di ogni dignità ha il diritto ad essere spenta?
Uno studio pubblicato sul Lancet, nel 2003, svela che il 23 per cento dei decessi in Italia sarebbe da attribuire a decisioni mediche che abbreviano la vita.
Il malato dovrebbe avere la facoltà di difendere la qualità della propria vita anche in prossimità della morte, di affrontare l’eutanasia, se la malattia o i macchinari che la stabilizzano riducono ad un nulla la qualità dell’esistenza.
Questo ragionamento si basa su un principio forte, radicato, frutto delle conquiste più importanti. Il principio di autoderminazione.
Le sue origini sono lontane. Solo per citarne alcuni tratti recenti: art. 2 della Costituzione: “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità …”; art. 32: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo …”; e ancora: nessuno può essere sottoposto a trattamenti sanitari obbligatori se non per casi imposti per legge (casi rari). Infine, rimando alla convenzione di Oviedo, approvata dal Consiglio Europeo nel 1997, e in Italia ancora spesso lettera morta, anche se ratificata nel 2001 (Gazzetta Ufficiale del 28.03.01).
Ma soffermiamoci su un altro aspetto del principio di autoderminazione.
La Corte Costituzionale, con una sentenza del 1985, conferma la legittimità di mutare sesso con un intervento chirurgico. Il punto interessante è che la sentenza definisce l’intervento chirurgico come atto terapeutico teso alla realizzazione del diritto alla salute dell’individuo, che, in questo modo, ritrova la sua identità. Ecco la possibilità di modificare, e addirittura mutilare, il proprio corpo, in nome del benessere psichico, possibilità prevalente sull’articolo 5 del codice civile, che vieta gli atti a disposizione del proprio corpo che causino invalidità permanente.
Anche la legge sull’aborto tutela la salute psichica della donna.
Ecco dunque che si procede verso una difesa sempre maggiore nei confronti del principio di autoderminazione dell’individuo. E in particolare, come dimostrato da questi due importanti esempi, vi è una particolare attenzione al benessere psichico. Ancora, sembra che stiamo finalmente assistendo anche alla ricerca istituzionalizzata dell’abbattimento del dolore. Si pensi ad esempio alla recente proposta dell’onorevole Turco, epidurale per tutte le donne in travaglio.
Eppure, quando si parla di diritto a scegliere la qualità della propria vita, oggi tutto questo principio viene infranto da divieti, che sembrano basarsi più sul dogma della sacralità della vita stessa ad ogni costo, più sul tabù cieco della morte, piuttosto che sul buon senso e sul principio di autodeterminazione.
Riflettiamo su un dato.
L’ISTAT informa che su 3.265 suicidi accertati nel 2004, il 50 per cento era dovuto a sofferenza e/o solitudine causate da malattie fisiche o psichiche. Per fuggire al dolore o ad una dignità depredata dalla malattia, queste persone hanno deciso di uccidersi.
Provate a concretizzare per un istante questi dati astratti, a sentire il dolore e l’impotenza che si aggiunge a queste vite già gravemente menomate.
Pensate ai loro cari. Sono infatti molti i casi in cui la persona richiede l’aiuto di un terzo, magari perché impossibilitata a togliersi la vita da sola, o semplicemente perché non sa come fare. Ed ecco dietro una schiera di familiari, amici, medici.
E la legge, la nostra legge, come giudica questi casi?
In Italia procurare la morte, sia pure per compassione, è un illecito penale.
L’eutanasia non è mai specificata nel codice, ma rientra in altri reati.
Quando non è richiesta dal soggetto, rientra nell’articolo 375 del codice penale: omicidio volontario.
Se c’è il consenso del paziente, in omicidio del consenziente (art. 579).
Se il medico ha svolto un ruolo importante in una decisione comunque attuata dal paziente, aiuto al suicidio (art. 580).
Anche se di solito, il motivo della compassione, o della pietà, costituisce attenuante della pena, verificabile tuttavia dal consenso del paziente e, ovviamente, fatta eccezione per l’omicidio volontario in cui appunto tale consenso manca.
Ma io vi chiedo: se la malattia lede il principio fondamentale dell’autodeterminazione, non si rende necessario un aiuto per ripristinare questo diritto? Mi spiego, se sono paralizzato e non posso suicidarmi come vorrei, il mio diritto alla libera scelta di cosa fare della vita viene annullato se non ho qualcuno che me lo ripristina con la mia volontà e il suo aiuto concreto.
Non è superfluo ripetere che in questi casi, come sempre dovrebbe avvenire, il consenso dell’ammalato è fondamentale. E si basa ancora una volta sul principio di autoderminazione.
Per questo ben venga anche in Italia l’attuazione del testamento biologico. Una volontà scritta che indichi chiaramente e con consapevolezza guidata dal parere medico, la decisione da prendere nell’evenienza di una grave ed irreversibile patologia che non ci permetta di decidere nel suo manifestarsi.
Attenzione, il testamento può essere redatto anche in “negativo”, ovvero esprimere la volontà di continuare le cure ad ogni costo (fatto salvo per i casi di accanimento terapeutico).
E nel caso di un malato che non può più esprimere la propria volontà? Possiamo rintracciare sue precedenti dichiarazioni, testimonianze, ma non sempre questo è possibile. E allora spesso la decisione è lasciata all’esperienza e alla volontà del medico e dei familiari.
Perché c’è un vuoto normativo enorme, che lascia il singolo caso sulle spalle dell’improvvisazione del medico e sulla sua convinzione personale.
Vi faccio un esempio di confusione sull’onda del caso Terry Schiavo, che credo tutti ricorderete e sul quale si sono scritti enciclopedie di nulla.
Pensiamo a un paziente in coma irreversibile, quello che un tempo era chiamato paziente “sempreverde”.
L’idratazione e la nutrizione artificiale in questi soggetti in stato vegetativo permanente rappresentano un trattamento medico? La definizione è importante, perché in tal caso, persistendo ad alimentarli, potremmo cadere nell’accanimento terapeutico.
Da Ministro della Salute, il professor Veronesi aveva nominato una commissione di esperti che aveva concluso che l’idratazione e la nutrizione artificiale sono trattamenti medici, in quanto viene somministrato un nutrimento come composto chimico, che solo i medici possono prescrivere e che solo i medici o personale paramedico sono in grado di introdurre e controllare.
Ma capite che, in assenza di volontà espresse in precedenza con le cosiddette “dichiarazione anticipate”, o testamento biologico, questa scelta è sempre ardua in un vuoto normativo.
Concludo con una considerazione.
Come abbiamo visto, il bene tutelato non è quello della vita ad ogni costo. Ma il bene salute. Che, dal punto di vista medico-legale, coincide con l’integrità psico-fisica dell’individuo.
Abbiamo anche visto che, in quest’ambito, la tutela psichica della persona sta avendo sempre più importanza.
Ecco, allora vi chiedo, e mi chiedo, se un medico deve tutelare ad ogni costo non il bene vita, ma il bene salute, come può ledere ancora di più questo bene in nome di personali convinzioni?
Mi spiego meglio.
Un medico che si rifiuta di prescrivere la pillola del giorno dopo, un medico obiettore, agisce secondo la propria coscienza, è vero. E la legge lo permette.
Ma non lede in realtà il principio di autoderminazione, la libertà di scelta della donna? Non rischia di causarle un danno enorme? Fisico, psichico e sociale, non solo per una gravidanza indesiderata, ma anche per l’impotenza nell’assunzione di un anticoncezionale irraggiungibile, mentre le ore avanzano, se non trova un altro medico che vorrà prescrivere la ricetta. Perché purtroppo il problema che capita di vivere nel concreto è questo: la mancanza del medico non obiettore.
Su questo ragionamento mi spingo oltre.
Un medico di fronte ad una vita segnata dal dolore, o priva di dignità, una vita che è diventata solo un concetto astratto, si rifiuta di aiutare a morire il paziente. In modo attivo o passivo, qui non importa. Ancora, lo fa per questioni di coscienza.
Allo stesso modo, lede ulteriormente il principio di autoderminazione e l’integrità psichica, se non anche fisica, di quella persona che esprime il desiderio di morire, o che lo ha espresso in passato.
Ecco, allora, mi chiedo se questi medici, che, in nome di una vita da difendere ad ogni costo, antepongono la loro coscienza alla tutela del bene del paziente, della sua dignità, e del suo diritto di autoderminazione, non siano in realtà accusabili di negligenza. Se non si configuri una responsabilità professionale omissiva – ovvero il non fare – di fronte alla richiesta manifesta e motivata del paziente di fronte alla sua patologia.
Si tratta di un pensiero provocatorio, esposto da cittadino e non da medico, di fronte alla carenza concreta, nel quotidiano, di una tutela efficace di chi ha bisogno e chiede aiuto.
Aspetto dunque risposte da uno Stato laico, che indichi il percorso del malato, dei suoi familiari e del medico verso una tutela vera e concreta della dignità della vita. E del saper morire.
In questa attesa termino, prendendomi la responsabilità di tutta la vostra noia e degli sbadigli correlati.

Bologna, 28.04.2007 Giovanni Sicuranza, medico legale

e-mail: homointerrogans@hotmail.it

4.16.2007

Associazione della Sinistra per il Partito Democratico.

Giuliano Montaldo.
Una importante adesione.
Ci giunge l'adesione del regista Giuliano Montaldo alla nostra iniziativa.
Lo ringraziamo dell'attenzione che ci ha rivolto.
Le numerose e qualificate adesioni, in questi giorni che avvicinano l'ormai prossimo congresso nazionale dei DS, a Firenze, sono un segno delle potenzialità del progetto dell'unità dell'Ulivo.

4.06.2007

Associazione della Sinistra
per il Partito Democratico

NOTA STAMPA
Roma, 5 Aprile 2007

Marcia di Pasqua contro la pena di morte.

" Noi ci saremo. Ma il movimento si esprima anche per affermare la necessità di una vera giustizia internazionale per punire i crimini contro l'umanità"


Davide Ferrari, a nome dell'Associazione, ha annunciato l'adesione dell'ASPD alla "Marcia di Pasqua" contro la pena di morte.

"Abbiamo lanciato una nostra campagna di iniziativa , in tutta Italia- ha ricordato Ferrari- stiamo proponendo nei congressi dei DS ordini del giorno sul tema, ed importante è stata la recente approvazione unanime al congresso dei Democratici di Sinistra di Bologna.
La nostra specificità è che vogliamo strettamente legare la battaglia contro la pena di morte a quella per una vera giustizia internazionale contro chi commette crimini di guerra e di pace contro l'umanità.
Infatti la pena di morte, sempre più rifiutata come strumento sanzionatorio il cvrimine individuale, si afferma e si pratica ancora nel momento della "punizione" del crimine istituzionale, nei confronti di dittatori o di membri di governi che si siano macchiati di crimini particolarmente efferati.
Ci vuole invece una vera giustizia, credibile e validata dalle Nazioni Unite , in grado di perseguire i crimini internazionali. Il movimento per la messa al bando non deve sorvolare su questo punto, altrimenti la pena capitale sembrerà ancora legittima agli occhi dei popoli."

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Nel sito:
www.sinistra.pd.it
i documenti e le iniziative dell'
Associazione nazionale della Sinistra per il Partito Democratico
info@sinistra.pd.it

4.04.2007

ORDINE DEL GIORNO
PRIMA COSA IL LAVORO, LA SUA DIGNITA’E A SICUREZZA
Sicurezza sul lavoro, nuovo sviluppo, ambiente, una battaglia politica e culturale.

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Le parole pronunciate dall Presidente Napolitano nel suo intervento a Bologna, sono state giuste e impegnative, ed hanno definito quello delle “morti bianch” un problema “aperto e doloroso” che ha raggiunto “limiti intollerabili”, il cui superamento potrà essere scongiurato solo dal pieno rispetto della legalità e dal senso di responsabilità sociale delle imprese.
L”Italia riparte. L economia e una buona politica stanno facendo tornare a girare le ruote della crescita.
Ma la ripresa deve voler dire piu’ dignita e sicurezza.
A livello mondiale, l'Oil (Organizzazione internazionale del lavoro) si è data come obbiettivo primario l'Agenda per l' "Accesso, per ogni uomo ed ogni donna, ad un "lavoro dignitoso".
"Decent work" è l'espressione che riassume i fondamenti che caratterizzano le politiche dell'Oil: la libertà, l'equità, la sicurezza e appunto la dignità del lavoro.
Le morti e gli infortuni sono causate dalle gravi inadempienze e dalle sottovalutazioni quasi sempre collegate alle condizioni di rischio insite nel modello di organizzazione del lavoro. Al permanere delle vecchie nocività se ne aggiungono altre derivanti dalle nuove tecnologie.
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Il Governo ha avviato un percorso per prosciugare l’area enorme del lavoro nero e insicuro, e ha inserito in Finanziaria e nella legislazione, norme importanti a questo riguardo e che vanno rapidamente completate con altri interventi normativi come “la legge delega sul testo unico per la sicurezza nei luoghi di lavoro".
Così si opera per rivedere il codice degli appalti, in particolare riguardo al massimo ribasso dove si annida purtroppo una riduzione delle protezioni sociali, della sicurezza sul lavoro e quindi le incertezze sulle retribuzioni. Contemporaneamente si rende necessario un intervento per modificare quelle norme legislative sul mercato del lavoro introdotte dal centro-destra che hanno consentito una accentuazione della precarizzazione e l’intensificazione dei ritmi di lavoro che sono fra le nuove ragioni di infortunio.
Vogliamo sostenere questi interventi e, più generalmente, riprendere nella società la battaglia per la prevenzione degli incidenti sul lavoro, per un ambiente di lavoro e di impiego più sicuro e salubre, che riunifichi la lotta alle nocività del lavoro, per la prevenzione, per la solidarietà alle persone colpite ed ai loro famigliari, con la rivendicazione di una salvaguardia generale dell'ambiente.
Non è possibile difendere la salute sul posto di lavoro e, nel contempo, lasciare che i danni ambientali, prodotti da questo tipo di sviluppo, si diffondano e si aggravino.
Deve riprendere una lotta per l'ambiente in senso generale per cambiare il "come" si produce ed anche mettere in discussione "il che cosa" si deve produrre.
Non si tratta solo di imporre minore nocività ma di perseguire un modello di sviluppo che minimizzi l'irreversibilità e i costi dei danni ambientali, unificando sostenibilità ambientale a sostenibilità sociale, coscienza della responsabilità dell'uomo verso la natura e coscienza della centralità del lavoro nella società.
Il lavoro e´ cultura.
Il ministro Damiano, cui esprimiamo la nostra solidarietà per le minacce terroristiche di cui è stato ripetutamente oggetto, ha chiesto ripetutamente, anche nel Convegno promosso a Bologna nel percorso di questo Congresso, "una nuova mentalità e nuova cultura che rimetta davvero al centro della scena politica il lavoro come valore”.
Condividiamo e sosteniamo l’appello del Ministro Damiano agli organi di informazione e agli uomini di cultura per un Forum sui temi del lavoro e della sicurezza affinchè l'informazione, il mondo della ricerca e del pensiero e la scuola diano spazio a questi temi.
E' necessario educare i giovani ma più in generale tutti a una nuova cultura, per portare le condizioni e il valore del lavoro all attenzione della politica, dell’ economia e della pubblica opinione.
A fianco dell’azione del Governo, del movimento sindacale, dell’associazionismo, i Democratici di Sinistra faranno la loro parte.

Valerio Benuzzi,
Davide Ferrari
Massimo Meliconi

(dall’odg approvato dal Congresso dei DS di Bologna, il 31 Marzo 2007)

4.01.2007

Associazione della Sinistra
per il Partito democratico



"Partito Democratico:
a confronto per un programma,
fra identità e concretezza"


Primo seminario

Lunedì 2 Aprile, ore 20,30
Sala Passepartout
via Galliera 25/a, Bologna,

In dialogo con
Roberto Gualtieri
Fondazione Istituto Gramsci, Roma
e
Roberto Montanari Presidente della Conferenza dei Segretari regionali dei DS

intervengono:
On. Donata Lenzi Ulivo, Camera dei deputati

Bruno Pizzica Segretario SPI CGIL Bologna

Laura Renzoni Governatori Università di Bologna

Corrado Melega Consigliere comunale di Bologna

Presiede
Davide FerrariCoord. Naz. Associazione

www.sinistra.pd.it
info@sinistra.pd.it

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