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10.24.2006

Nell'Ulivo. Da Sinistra
Ripubblichiamo qui le tappe di un dibattito e di una iniziativa.


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Restare nell’Ulivo. Da sinistra
L'intervento di Davide Ferrari, responsabile cultura Segreteria regionale Ds Emilia-Romagna, sull'Unità


L’On. Folena ha presentato sull’Unità l’incontro di Orvieto di tre associazioni della sinistra. Almeno nella sua presentazione, il convegno propone l’allargamento di un’area di «Sinistra Europea», attorno a Rifondazione. Ogni processo unitario è, almeno fino a prova contraria, un bene in sé. Tuttavia vi sono almeno due rischi in quel tentativo. Il primo riguarda direttamente quelle aree della sinistra. Sia permesso un commento anche a chi non ne é membro.
L'iniziativa precedente di Asor Rosa si rivolgeva a tutti i partiti ed alle molteplici espressioni politiche della «Sinistra radicale». Qui si vuole unire, ma non tutti, e attorno al polo partitico maggiore. È più che legittimo, intendiamoci, resta il dubbio se sia il metodo più giusto per contribuire a dare un volto nuovo alla geografia dell'Unione. La speranza è che gli esclusi, Verdi, Pdci, non siano tentati di reagire, incrementando la ricerca della propria differenziazione. Sarebbe un problema per tutta l'alleanza che regge il Governo. Un’alleanza insostituibile, come il gruppo dirigente di Rifondazione positivamente ripete. C'è quindi il rischio di un contrasto fra volontà di unità e di governo e la specifica proposta di aggregazione che è stata presentata.
Vorrei però insistere sul secondo rischio, che riguarda più da vicino i DS, chi in loro ha militato o milita. L'aggregazione proposta si assegna il compito di rafforzare la capacità di proposta di una sinistra «alternativa», che vuole trasformarsi. Il compito è importante e può interessare alcune compagne e compagni che oggi sono nelle Sinistre dei DS. Anche chi come me non condivide la scelta di uscire dai DS deve auspicare che chi l'ha compiuta riesca davvero a svolgerlo. Ma, in ogni caso, questa scelta non può e non deve indebolire un altro compito ben più urgente per chi viene dal percorso delle Sinistre dei DS.
Il nodo è come rapportarsi alla nascita del partito dell'Ulivo.
Il compito è quello di fornire un contributo serio, non solamente di contrasto, ma non per questo arrendevole e sbiadito, alla scrittura della identità di questa proposta. Le Sinistre dei DS hanno certo avversato la prospettiva del Partito Democratico, nondimeno è stato forte e deciso il loro impegno per le liste dell'Ulivo alle Europee ed alla Camera. Una ragione ci sarà stata.
È rilevante ricordare come questo impegno abbia accomunato, e non certo per caso o solo per necessità, tutte le compagne ed i compagni che, come chi scrive, fanno parte delle componenti di Sinistra dei Ds. Componenti importanti per l'Ulivo, e dell'Ulivo. Un'esperienza politica che non va dispersa. Quella di chi ha afferrato il nocciolo dello scontro in atto, (contrastare e battere la destra), ha voluto rafforzare le forze più vaste e con maggiori responsabilità del centrosinistra (Ulivo, Ds e Margherita), ed insieme si è battuto per una visione di cambiamento più ampia di quella contenuta nella politica maggioritaria di queste forze.
Il contributo è stato importante e continua ad essere importante, ogni giorno, nelle assemblee elettive e nella società. Contribuisce a mantenere equilibrata e salda la coalizione dell'Unione, a non mettere barriere fra radicali e riformisti, a non lasciare l’«altra sinistra» senza interlocuzione nei Ds, soprattutto a dare attuazione ai programmi dell'Ulivo senza omissioni, dal piano sociale a quello della politica internazionale. Questi obiettivi non si perseguono fuori ma dentro il nuovo partito che si vuol costruire.
Serve la coerenza e il coraggio di tutti, ma mi ostino a credere che la responsabilità delle sinistre dei Ds sia specifica e maggiore. Così come è importantissimo il ruolo di quelle tante personalità che, nei movimenti, si schierano per una sorta di unitaria intransigenza, per un rapporto ravvicinato fra valori e politica quotidiana. Basti pensare all'ultima campagna per la salvezza della Costituzione.
Quelle persone, prendiamone atto, non sono, in larghissima misura, fuori e contro il Partito Democratico, pongono invece domande sul «come» e sul «perchè» di questo progetto.
Non è la prima volta che le «sinistre del riformismo» sono importanti. Avere una sinistra del PSI propositiva e coraggiosa aiutò grandemente la realizzazione di riforme che restano ancora oggi un patrimonio della democrazia. Era l'epoca lontana del primo centrosinistra, l'epoca di Lombardi, di Codignola. Opacizzare quella identità, radicale ma dentro un'ottica ed una forza politica che avevano scelto, senza remore, una prospettiva di governo, è stato gravido di serissime conseguenze per tutta la sinistra, ne ha allontanato l'unità, ne ha compromesso i destini per lunghi decenni.
Oggi il quadro è molto diverso. Sono passate epoche intere, ma sembra di poter dire che senza attive componenti che richiamino con maggiore integrità i valori della Costituzione, dalla pace alla progressività dell'azione di governo, sarebbe assai più debole il futuro Partito dell'Ulivo. E nessuno può credere che ciò rappresenterebbe un bene per la democrazia e per la Sinistra. Così non vedo come si consideri positivo, o quantomeno inevitabile, lasciare i DS, escludersi dal processo costituente della nuova forza politica e approdare a nuovi soggetti che inevitabilmente avranno strade molto più lunghe da percorrere prima di poter coprire lo spazio che è proprio di posizioni di «governo per il cambiamento».

L’Unità, 16 Luglio 2006

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La Risposta di Folena

Caro Direttore,
l’articolo del compagno Davide Ferrari pubblicato domenica dall’Unità mi induce a chiederti ospitalità per qualche riflessione sul nuovo soggetto della sinistra, nella cui costruzione Uniti a Sinistra, l’Ars e Rossoverde si sono impegnate, a partire dal seminario di Orvieto, ma anche sul nascente partito democratico.

Ad Orvieto ci siamo detti che la sinistra così com’è non va bene. Che c’è uno scarto tra l’esigenza di rappresentanza e l’effettiva organizzazione della sinistra.
Di più: c’è uno scarto tra le culture che sono sorte in questi anni e la capacità della sinistra dei partiti di incarnarle.
Nella società è sorta una sinistra nuova. La risposta della sinistra moderata è: non più sinistra. Quella della sinistra “radicale” si manifesta ancora in modo contraddittorio, e non si può nascondere che esistano frange che pensano a riproporre tali e quali le idee e gli obiettivi del passato. Noi non siamo tra queste.
Abbiamo proposto, al contrario, la nascita di una nuova soggettività. Ne abbiamo tracciato grosso modo i fondamenti: pace, lavoro, libertà. Abbiamo lanciato un appello a coloro che possono essere interessati a questo percorso: ha risposto una nutrita schiera di associazioni e gruppi operanti sul territorio, Rifondazione comunista ha ribadito ancora una volta il suo impegno e la volontà di lavorare con generosità verso questo traguardo, la disponibilità di una componente dei Ds è stata esplicita. Ci siamo dati appuntamento in autunno per discutere, in un’assemblea ancora più larga, un manifesto politico per il nuovo soggetto che intendiamo promuovere.
Abbiamo parlato anche di ciò che si muove in altri settori dell’Unione. Del partito democratico. Non alberga in me alcun sentimento conservatore: si cambia? Può andare bene. Ma verso dove? Ecco la domanda. Il partito democratico non è semplicemente una rottura con la storia: fosse solo questo, potrebbe persino essere salutato positivamente. No, il partito democratico è la fine della rappresentanza politica del lavoro, proprio nel momento in cui il lavoro ha maggiore bisogno di rappresentanza, perché parcellizzato e precarizzato. Proprio quando è necessaria una battaglia politica che inverta il cammino fin qui intrapreso, una battaglia contro la precarietà nel lavoro e nella vita, contro la globalizzazione reale (ben diversa dalle “magnifiche sorti e progressive” che ci erano state promesse), contro il dominio del mondo attuato con la guerra, contro il restringimento delle libertà individuali e dei diritti civili.
I partiti – dice bene Alfredo Reichlin – nascono se hanno una funzione. Mi pare chiara quella del partito democratico: proprio quando la sinistra è tornata al governo nel nostro paese, diventa necessario cancellare la sinistra. Non credo sia un accidente, penso al contrario che vi siano ragioni ed interessi – legittimi, ma diversi da quelli che vorrei rappresentare – che muovono queste scelte.
Si è detto al consiglio nazionale dei Ds che il partito democratico non implica una deriva moderata. Nel disegno di alcuni può essere vero. C’è chi immagina il nuovo partito come una coalizione di forze anche molto diverse, nella quale può essere ospitata una corrente anche molto radicale, così come accade nel partito democratico americano.
E’ un progetto che può avere un suo fascino. Mi pare che il compagno Ferrari la veda così. Ma l’effetto è quello di anestetizzare le ragioni della sinistra: non è un caso che si sia passati dal “partito riformista” al “partito democratico” senza neppure una discussione. Mentre il termine “riformista” alludeva ad una tradizione della sinistra, l’aggettivo “democratico” segna una cesura netta. Francesco Rutelli ha quindi gioco facile quando dice che non vi sono pericoli di egemonia della sinistra nel futuro partito.
A chi accetta questo approdo dico che è legittimo, ma che trovo illusorio far vivere la sinistra dentro qualcosa che di sinistra non è. A chi non accetta la scomparsa della sinistra, dico che da Orvieto parte il tentativo di far nascere un soggetto che la rappresenti, che rappresenti il lavoro, che oggi si riconosce quasi solo nel sindacato, mentre nella politica la sua voce si fa sempre più flebile per le scelte di una parte della sinistra.
Un soggetto davvero socialista, davvero pacifista, davvero ambientalista. Un soggetto “meticcio” in cui ogni differenza concorre a costruire un’identità più grande. Ma un soggetto che fa una scelta di campo nella società, che sceglie chi e quali valori vuole rappresentare. Ecco, questa è – per rispondere a Reichlin – la funzione che vorremmo esercitare, una funzione unificatrice delle forze e dei sentimenti sorti in questi anni.
Forze e sentimenti non di nicchia, ma che hanno una capacità maggioritaria: la maggioranza degli italiani vuole il ritiro dall’Iraq e dall’Afghanistan; la maggioranza degli italiani pensa che la precarietà vada cancellata; la maggioranza degli italiani ritiene che la scuola debba essere pubblica; la maggioranza degli italiani è favorevole ai pacs.
Sono “cose di sinistra” che trovano larghissimo consenso tra gli italiani. Solo il complesso di inferiorità di una sinistra che non vuole essere più tale può far credere che siano venute meno le ragioni dell’esistenza di una sinistra autonoma nel nostro paese.
Rispetto chi la vede in questo modo, ma credo che sbagli. Per quanto riguarda noi, quelli di Orvieto e quelli che vorranno lavorare al nuovo soggetto che stiamo costruendo, non ci basta essere democratici.
Vogliamo essere di sinistra.
Pietro Folena, Articolo apparso sull'Unità del 20 luglio 2006.
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La sinistra e il nuovo Partito
l'intervento di
Laura Pennacchi e Beniamino Lapadula,


Le riflessioni di Pietro Folena in risposta all'articolo di Davide Ferrari sul nuovo soggetto politico della sinistra, annunciato nell'incontro di Orvieto, non convincono per più motivi. Il primo è che Folena ignora completamente il dibattito in corso nei Ds e nell'Ulivo sul profilo che dovrebbe avere il futuro Partito democratico. Riconosce che è un progetto che può avere un suo fascino, ma poi gli attribuisce in modo apodittico la funzione di anestetizzare le ragioni della sinistra fino a cancellarla. Prova di questa intenzione sarebbe il passaggio dal termine «riformista» - che, comunque, alludeva ad una tradizione della sinistra - all'aggettivo «democratico» che, invece, a suo parere, segnerebbe una cesura netta con tale tradizione. Ma in realtà, e a ben vedere, tale scelta è volta, all'opposto di quanto sostiene Folena, a dare il senso dell'apertura anche alle correnti più radicali: proprio perché oggi l'aggettivo riformista non può più avere il significato che ha avuto nel secolo scorso, esso avrebbe finito per assumerne uno diverso, quello di «recinto dei moderati», chiuso all'apporto delle culture critiche sorte in questi anni. La scelta dell'aggettivo «democratico» indica, quindi, non la volontà di cancellare la sinistra, ma, semmai, quella di creare un perimetro più ampio, una casa comune larga, entro cui possano coabitare posizioni politiche diverse, comprese quelle espresse dalle correnti più radicali che, in modo non ideologico, criticano gli attuali assetti della società globale.
Si possono legittimamente avere riserve sull'effettiva capacità delle diverse componenti che si sono dichiarate a favore del Partito democratico di realizzare questo progetto e, soprattutto, di realizzarlo non in termini di mera sommatoria di asfitticità, nomenclature, oligarchie, peraltro diffuse ovunque nello scacchiere politico italiano, anche nelle frange di sinistra estreme. Quello che invece non è ammissibile è una lettura strumentale del processo costitutivo del Partito democratico, lettura che fa sorgere il dubbio che si voglia soltanto rispondere all'esigenza di dare una giustificazione a proposte che trovano con difficoltà ragionevoli motivazioni.

Il secondo motivo di perplessità è il seguente. Folena ammette che la nuova soggettività politica delineata ad Orvieto è di difficile costruzione, perché all'interno delle forze che la promuovono vi sono componenti che pensano di riproporre tali e quali le idee e gli obiettivi del passato. Non si tratta di questione di secondaria importanza: nei fatti si sollecita la sinistra Ds a una scissione - che, inevitabilmente, indebolirebbe il profilo di sinistra del nuovo Partito democratico - per contribuire, però, ad un progetto nebuloso. Perché l'intento di fondare una nuova cultura e nuove pratiche politiche deve fare ancora i conti con le culture identitarie del 900. Si propone, dunque, ad una parte dei Ds di abbandonare il percorso comune iniziato alla Bolognina per iniziare una lunga traversata dall'approdo incerto, assieme a chi rifiutò quella svolta. Infatti, l'obiettivo di approdare a quelle posizioni di «governo per il cambiamento» di cui ha parlato Ferrari è rinviato ad un futuro incerto, con consistenti rischi di naufragio.
Il che è allarmante, soprattutto quando si annuncia di voler attribuire a questa nuova soggettività di sinistra la funzione di rappresentare il lavoro. Non c'è dubbio che il lavoro deve recuperare ruolo e posizioni nella società italiana, tanto più se si considera che il suo deficit di rappresentanza e rappresentazione non si colma limitandosi a rimpiangere il «bel mondo andato» ma cimentandosi con i tumultuosi processi di cambiamento in corso, i quali vedono emergere «lavoratori della conoscenza» di cui nessuno si occupa e vedono le diseguaglianze non solo concentrarsi nel "basso"
e nell'"alto" ma diffondersi anche nel "mezzo" e lungo tutto l'arco della scala sociale. E qui c'è un'altra distanza critica da segnare, però su un versante opposto a quello di Folena, cioè il versante dei riformisti moderati tra cui Morando. Infatti, eguaglianza, solidarietà, opportunità - non solo competizione, concorrenza e merito come pensa Morando - o saranno tra le parole chiave del nuovo soggetto democratico, o il suo riformismo sarà gravemente monco. Per questo, a differenza di quanto sostiene Morando, una nuova «centralità del lavoro» - definita in termini innovativi - dovrà caratterizzare crucialmente il suo DNA riformatore. Perchè il lavoro ha bisogno di avere come referente una formazione politica a vocazione maggioritaria: esso non può ridursi ad essere rappresentato da un soggetto politico, per forza di cose, minoritario, per di più in competizione con altri partiti dell'Unione (Verdi e PDCI) autoesclusisi dal processo che dovrebbe portare ad un nuovo partito e, quindi, come sottolineato da Ferrari, inevitabilmente portati a incrementare le proprie differenziazioni.

I rischi non finiscono qui. Il terzo motivo di perplessità, infatti, riguarda il destino del sindacato, il quale rischia di essere coinvolto nella spinta alla divisione e alla disarticolazione, insita nel progetto di Orvieto. C'è già chi all'interno della Cgil propone, pur escludendo un meccanico ritorno alle correnti di partito, di ridare legittimità a un confronto per posizioni politiche, confronto destinato, al di là delle intenzioni, a produrre lacerazioni anche all'interno del sindacato. Non è di questo che ha bisogno il mondo del lavoro. Esso non può vincere la sua precarietà, la sua solitudine politica e culturale avendo come referente una forza politica minoritaria alla difficile ricerca di una nuova soggettività. Il mondo del lavoro ha, invece, bisogno di poter contare sul supporto di un soggetto politico a vocazione maggioritaria che superi l'attuale frantumazione dello schieramento progressista, di un «partito nazionale» capace di raccogliere le diverse culture progressiste del Paese. Questo partito, come ha sostenuto lucidamente Giorgio Ruffolo, non dovrà essere "sans papiers", ma dovrà indicare in modo esplicito ciò che si intende accogliere delle diverse correnti storiche della sinistra italiana (comunista, socialista, cristiana, laica) e rendere chiara la sua posizione sul rapporto tra l'economia di mercato e la politica democratica, proponendo un nuovo compromesso capace di ristabilire quella egemonia della politica sull'economia venuta meno con la crisi del compromesso socialdemocratico. Se questa è la sfida che ha di fronte la sinistra, e non la difesa in termini tradizionali di vecchie identità, ha ragione Ferrari: la sinistra Ds può svolgere un ruolo determinante dentro e non fuori il nuovo Partito democratico.

l'Unità, 05-08-2006
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Il 18 (a Bologna) e il 21 Ottobre(Unità -nazionale) viene pubblicata una sintesi di un documento, 63 firme
per dire "Oltre i NO ed i SI senza confronto"

Il documento nasce per l'incontro di diverse sensibilità, dai diessini di Sinistra che "vogliono esserci" nel dibattito per la nascita del PD, a intellettuali della società civile bolognese, a cittadini attivi nei movimenti, a uomini e donne, con la tessera o senza, da sempre interessati alle sorti dell'Ulivo, un Ulivo che vogliono
segnato da valori e da idealità più forti.

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