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7.29.2006

DAL PCI AL PARTITO DEMOCRATICO ?


Giuseppe Giliberti


La rinuncia all’utopia comunista ha rappresentato e continua a rappresentare per molti di coloro che hanno vissuto l’esperienza del PCI uno choc paralizzante, anche per il contesto in cui si si è prodotta: la globalizzazione, la crisi dello stato sociale, la fine del fordismo, la diffusione del lavoro para-subordinato, il consolidarsi di un potente blocco sociale fondato sulla piccola impresa del Nord. Per chi ha costruito la propria identità politica nel PCI è complicato elaborare una dignitosa ‘exit strategy’, che consenta di recuperare almeno le motivazioni etiche e alcune delle esperienze che hanno caratterizzato l’essere comunista, ritrovandosi con altre forze in un comune alveo socialista e di sinistra. Anche il riconoscimento doveroso, sia pure tardivo, delle ragioni della socialdemocrazia è sembrato ai più insufficiente, perché anche la sinistra socialdemocratica è vistosamente in crisi. Il principio, adottato a Bad Godesberg dall’SPD, “mercato per quanto è possibile, pianificazione per quanto è necessario”, è ormai inadeguato rispetto all’economia globale e all’offensiva liberista. E poi cosa rimane della sinistra socialdemocratica? La sinistra dell’SPD, seguendo il suo leader Lafontaine, è in buona parte uscita dal partito, unificandosi con il PDS di Gysi. La sinistra del PSF, mancato l’obiettivo di creare un partito per il socialismo, con una strategia fondata su nazionalizzazioni, controllo operaio e autogestione, si è frantumata. L’SPD e il laburismo inglese nemmeno si definiscono più di sinistra.
Che fare? In sintesi, le strategie finora tentate dai post-comunisti italiani sono - in ordine di crescente distacco dall’alveo della tradizione - quattro: la neo-togliattiana, la neo-comunista, la socialdemocratica, la liberal.
La strategia più conservatrice consiste indubbiamente nel ‘non gettare il bambino insieme con l’acqua sporca’ (dove il bambino sarebbe essenzialmente la tradizione togliattiana). E’ la via strettissima percorsa da Diliberto: tentare di rifondare, se non il comunismo, almeno il PCI. Il risultato è una piccola forza schierata con i lavoratori, democratica ma non liberale, filo-europea in funzione anti-americana, impegnata in una strategia di riformismo radicale. Il PdCI ha riprodotto in piccolo la tradizionale ambiguità del PCI: un partito ‘revisionista’, e proprio per questo capace di contribuire alla democratizzazione della società, ma con un approccio terzomondista alla politica estera che lo spinge ai margini dell’Occidente e lo condanna a una storica inadeguatezza sulle questioni della difesa. Il legame del PdCI con la tradizione, che pure gioca a volte in senso positivo, ne fa complessivamente un partito provvisorio e ‘reattivo’.
Una seconda strategia, tentata già nel PCI (per esempio dalla sinistra ingraiana), è quella di derubricare il comunismo, da ‘programma’ sociale a ‘orizzonte’ critico cui non corrisponde un progetto di società chiaramente definito. In sostanza, il comunismo viene reinterpretato come un valore etico-politico contestativo, in parte sovrapponibile alla scelta cristiana di stare dalla parte degli ultimi. Questa ‘mossa del cavallo’, nella sua deliberata vaghezza, consente di mantenere una posizione anticapitalista e antimperialista, e nello stesso tempo di sganciarsi dalla tradizione leninista e togliattiana, indissolubilmente legata alla fabbrica fordista e a modelli organizzativi verticali e gerarchici. Nella sua radicalità, ridefinire il concetto di comunismo si è dimostrata un’operazione abbastanza plausibile, in quanto ha consentito al PRC di Bertinotti di intercettare i movimenti no-global, i precari e l’estremismo giovanile, proponendo un’opzione fondamentalmente pacifista e riformista. Il limite di questa proposta sta nella difficoltà di dare vita a una politica delle alleanze, e quindi a una cultura di governo, partendo dalla mistica della contestazione.
In ordine di radicalità crescente, la terza strategia, impostata anch’essa già nel PCI, e perseguita da vari gruppi e personalità, tra cui Napolitano, le sinistre dei DS e – in certi momenti – anche D’Alema, consiste nell’accettare apertamente la confluenza nella prospettiva socialdemocratica. Si tratta proprio di buttare il bambino (diventato nel frattempo, dal Congresso di Livorno ai giorni nostri, ottantacinquenne) e riconoscersi nell’Internazionale Socialista. E’ una questione simbolica – l’Internazionale è poco più di un foro di discussione tra partiti di vario genere - ma importante, perché soddisfa un ethos internazionalista cui non s’intende rinunciare. Sul piano - più operativo - della politica europea, questa scelta porta ad enfatizzare l’appartenenza al PSE, e in particolare l’alleanza con le socialdemocrazie continentali, intrattenendo invece un rapporto più critico con i laburisti britannici.
In politica interna, quest’opzione dovrebbe comportare la difesa dello stato sociale, la riduzione del precariato, la liberalizzazione del sistema economico e il rispetto della laicità dello stato. Lo sviluppo dovrebbe ripartire mediante un patto dei produttori tra lavoratori dipendenti e grande impresa, e mediante l’intervento dello Stato come regolatore del mercato, stabilizzatore sociale e garante dell’innovazione. Il mantenimento di un forte legame con i sindacati, le cooperative e il terzo settore connota questa posizione come chiaramente di sinistra. Una piena accettazione dell’insostituibilità del mercato, e la consapevolezza del legame indissolubile tra pluralismo economico e pluralismo politico la caratterizza in senso più propriamente liberalsocialista. Il problema lasciato aperto da questa strategia è che il patto tra produttori implica il pericolo di una conflittualità permanente con la piccola impresa, che solo l’auspicata ripresa economica potrebbe ricondurre a una prospettiva di solidarietà nazionale.
Le forze più radicali che si riconoscono in questa strategia riprendono i temi della ‘terza via’ eurocomunista e della sinistra socialdemocratica degli anni Ottanta (proposti in Italia da Ruffolo), prendendo atto della fine del keynesismo nazionale. Le sinistre dei DS sostengono la necessità di una profonda revisione dei rapporti economici con il Terzo Mondo, contestano gli indirizzi con cui il WTO orienta i processi di globalizzazione e seguono il dibattito sulla politica di ‘decrescita’ del movimento no-global. Sono generalmente critiche nei confronti della NATO, ma non contestano l’esigenza di sviluppare una efficace politica europea di difesa.
L’ultima strategia, comune alla maggioranza dei DS, agli imprenditori vicini al partito ed anche ai ‘ceti medi riflessivi’ di cui è interprete Flores D’Arcais, consiste nel riconoscimento pieno delle ragioni del capitalismo globale. La sinistra diventa un’opzione etico-politica, ma non corrisponde all’interesse storico di una classe sociale, perché i conflitti politici corrispondono sempre meno a quelli economico-sociali. Di fatto si può essere industriali di sinistra o operai di destra. Una forza politica ‘liberal’ di questo tipo non è più di sinistra nel senso che questo concetto ha finora avuto in Europa, in quanto rinuncia a rappresentare il mondo del lavoro, ma, piuttosto, di centro-sinistra, ovvero di centro (come si autodefinisce il New Labour di Blair, o l’SPD della gestione di Schroeder). Dal punto di vista concreto, non c’è alcun motivo per cui queste posizioni possano essere distinte da quelle della Margherita, o del Partito Democratico americano (che di fatto partecipa come una sorta di osservatore permanente all’Internazionale Socialista). Nel caso di sconfitta dei repubblicani alle prossime elezioni presidenziali, probabilmente l’allineamento con la politica estera USA diventerebbe molto stretto.
La base e la classe dirigente dei DS oscillano attualmente soprattutto fra le ultime due strategie post-comuniste: la socialdemocratica (ovvero liberalsocialista) e la liberale progressista (liberal). Da queste derivano l’accettazione o il rifiuto della proposta del Partito dell’Ulivo, ma soprattutto due diverse ipotesi di Partito Democratico. Sarà un partito liberalsocialista o confindustriale? Rispetto a questo, ogni altro problema (compresa l’adesione all’Internazionale e al PSE, o l’organizzazione interna del nuovo partito) è secondario.
Per intervenire nella discussione con cognizione di causa sarebbe opportuno affrontare preliminarmente alcuni temi di dibattito, facendo chiarezza su quattro ‘oggetti misteriosi’ che ricorrono spesso quando si affronta il tema del Partito Democratico.
1) Il Partito Socialista Europeo. Aderire al PSE sembra per i DS una condizione indispensabile perché si possa dare vita al Partito Democratico. Questa necessità viene argomentata di solito con motivi di carattere tattico (i riformisti europei – qualunque cosa ciò significhi - sono tutti lì) e identitario (senza un riferimento alla storia del movimento operaio, il corpo militante dei DS rischia di dissolversi). D’altro canto, lo Statuto del PSE si guarda bene dal fornire qualunque definizione di cosa si intenda per socialismo, e di quali siano comunque gli obiettivi del Partito.
Per la Margherita – tranne forse Prodi – sembra invece prioritaria la non adesione al PSE, perché si teme che questo suoni come una smentita della storia del cattolicesimo democratico, irritando la propria base di origine democristiana e la Chiesa stessa. Il PSE, infatti, viene percepito come una forza coerentemente laica, condizionata da tradizioni illuministe e radicata in società non cattoliche.
Dopo lo spostamento a destra dei Popolari, il PSE può costituire la casa di tutti i democratici progressisti, essere cioè l’Ulivo europeo? O deve rimanere una forza socialista? Ma quali forze sociali il PSE rappresenta e in che senso è ‘socialista’?
2)L’Internazionale Socialista. Un discorso analogo si può fare per l’Internazionale, un forum di partiti di diversa natura. In che senso è ‘socialista’ o ‘socialdemocratico’?
3) Il Partito Democratico americano. Il Partito Democratico americano, spesso citato dai liberal italiani come modello di partito leggero e interclassista, e nucleo di un possibile Ulivo mondiale. Come funziona in realtà questo partito-comitato elettorale? Quale spazio hanno al suo interno le componenti di sinistra?
4) Il New Labour. Il New Labour si autodefinisce come un partito non più di sinistra, ma di centro, vicino alla ‘business community’ molto più che alle Trade Unions. La sua ‘terza via’ non si distingue praticamente da quella dei settori capitalistici più disposti ad un compromesso democratico con il mondo del lavoro. Si deve dedurre che il partito dell’Ulivo sarà anch’esso una rappresentanza di gruppi capitalistici?
Sono temi altamente suggestivi sul piano retorico, modelli di riferimento internazionali capaci di influenzare le scelte politiche di molti militanti, eppure praticamente sconosciuti. Poi bisognerebbe esprimere un giudizio sulla struttura socio-economica italiana, facendo giustizia del luogo comune che vuole che i lavoratori – siano essi giuridicamente dipendenti oppure parasubordinati - non sono la maggioranza del Paese. Infine, occorrerebbe elaborare la proposta di un’almeno embrionale politica economica socialdemocratica.
Su questa base si potrebbe discutere seriamente del merito della proposta del Partito Democratico. Il grande problema comune a tutta la sinistra, qualunque opzione partitica abbia scelto o sceglierà, è come costruire un blocco sociale incentrato sul lavoro e come destrutturare quello berlusconiano, fondato sulla piccola impresa. Rispetto alla società italiana com’è e come sarà nei prossimi anni, una secca spaccatura tra destra e sinistra appare una forzatura, che non è detto possa reggere a lungo. Può forse corrispondere alla semplificazione politica indotta dal sistema maggioritario (se pure questo sistema sarà mantenuto), ma non alla rappresentazione degli interessi dei gruppi sociali più importanti. Certamente la creazione di un partito di centro democratico e riformatore, espressione dei ceti medi, e anche di componenti della borghesia e del mondo del lavoro, è necessaria al nostro Paese. E’ ben difficile che le forze che si riconoscono nella prospettiva di una democrazia sociale possano impedire la formazione di un nuovo partito di centro. Potrebbe essere appunto il Partito Democratico, che si avvarrebbe della competenza ‘tecnica’ di una parte cospicua delle classi dirigenti del PCI e della DC. Che poi una persona di sinistra debba accettare di farne parte, è tutto da discutere.
Se il PD sarà un partito centrista (chiamiamolo pure di centro-sinistra), la sinistra sarà chiamata tra poco a scegliere tra la possibilità di dare vita a una forte corrente di riformismo radicale al suo interno, e la necessità di fondare una nuova forza politica. Se, invece, all’interno del PD dovesse prevalere l’opzione socialdemocratica (sia pure denominata altrimenti), sarebbe una parte della Margherita a dovere cercare nuove strade. In ogni caso, nessuna politica di sinistra riformista potrà prescindere da uno stretto rapporto con le forze sindacali e con il terzo settore. Le loro scelte, più che quelle del ceto politico interno o esterno ai DS, oppure degli intellettuali, saranno decisive.

RESTARE NELL'ULIVO, DA SINISTRA.
Il dibattito.


Mi sembra che l'articolo di Davide Ferrari contenga molti elementi utili per una prospettiva e un dialogo che oggi sembrano alquanto necessari. La riscrittura della identità non è uno scherzo, ed è importante accogliere prospettive diverse. Sempre che si creda che una unità nasca da una visione democratica e che il vero sforzo consista nel mettere assiemne ( vogliamo dire " rimagliare" ?) punti e argomenti e posizioni diverse. Il dialogo scatta proprio da queste polarità, da una idea cioè di una comunità che forse ha riferimenti diversi, conflittuali ma non ostilio impraticabilmente nemici. Tutto lo scritto, per altro, è pervaso da un desiderio di mettere al lato la voglia di frammentazione come scopo slancioe metodo per risolvere le questioni. L'idea di una identità e di una unità, se ben comprese, sono un richiamo e una spinta a considerare le questioni nella loro corposità reale e centrale. Chiusure o voli in avanti - sembra di poter dire - vengono considerati da Ferrari per quello che sono, forme di rimozione ( politica) di fronte ad un oggetto (politico)
che per essere vissuto e messo in realtà ha bisogno di tutti.

Gregorio Scalise
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Luglio 2006

Partito dell’Ulivo.
Riflessioni sulle tappe di realizzazione. Bisogna interessarsi del processo unitario nell’Ulivo, anche quando si proviene da una posizione più a Sinistra, o vi si è . E’ importante dare un contributo per delineare un tragitto complesso, che parta dal basso, fatto d’aggregazioni e convenzioni, su problematiche quali il mondo del lavoro e i diritti delle persone.E’ necessario rispettare il pluralismo culturale presente nel centrosinistra.
In primo luogo l’identità principale, quella del socialismo europeo.Meglio guardare subito ad una Federazione piuttosto che ad un indefinito e immaginario partito democratico.
Lo hanno affermato, con parole diverse, due esponenti che provengono da una grande esperienza sindacale come Trentin e Pezzotta .
Da Trentin sono venute riflessioni molto sagge. Soprattutto nell’ osservare come le forme possibili d’unità tra le forze che diedero vita al processo dell’Ulivo e dell’Unione dovrebbero aprirsi e insieme federare non dissipare cio’ che gia’ esiste.
Ha sottolineato, infatti, come la mortificazione del pluralismo delle idee e delle culture sia stata la causa principale della mancata unità sindacale.Quali suggerimenti possiamo trarre da un tale convincimento? È impossibile una fusione delle idee?Si tratta di dare respiro, dal basso, alla volontà di partecipazione e non solo d’unità, delle forze che hanno dato vita, nella straordinaria esperienza delle "primarie" per l’elezione di Prodi. Questo vuol dire aggiungere all’unificazione dei gruppi parlamentari, processi d’unificazione di gruppi consiliari regionali e locali. Penso alla moltiplicazione d’esperienze e decisioni analoghe fra i gruppi dell’Ulivo, ma sempre aperti a nuove e diverse adesioni. Con un ruolo, però, anche degli organismi nazionali? E’ necessario lo stimolo delle direzioni nazionali dei partiti dell’Ulivo, con l’apertura di un più vasto dibattito con la società civile, nelle regioni e nei territori. Così è possibile coniugare la ricerca di una nuova unità nell’agire, con la salvaguardia del pluralismo dei valori e delle identità di ciascuno. È una ricchezza, questa, non un limite. Una ricchezza che permette anche di superare le ipocrisie e il "non detto". Pensiamo a convenzioni locali, aperte sui punti di convergenza possibili e sulle identità e i valori che sono destinati a convivere. Pensiamo a convegni di massa per riflettere, ad esempio, su temi decisivi come quello della centralità del lavoro e dei diritti delle persone, in questa fase di transizione vissuta dalla società italiana. Solo da lì può partire anche una convenzione nazionale che apra un grande dibattito, seguendo il modello della convenzione sulla Costituzione europea, come propone Giorgio Ruffolo.
Ogni forza politica, ogni assemblea rappresentativa deve poter partecipare a questo forzo d’elaborazione dei contenuti e delle priorità da rispettare, ossia il cuore di un processo unitario".È necessario fare giustizia delle riserve, del gioco di far dire di No agli altri, e di concezioni che cercano di annullare velleitariamente il pluralismo delle idee e delle esperienze che concorrono a costituire la ricchezza e, nello stesso tempo, l’apertura verso il futuro che deve caratterizzare questa ricerca collettiva.
D’altro canto, comprendiamo la preoccupazione di De Mita di non finire almeno per ora nell’Internazionale socialista. Siamo però sicuri che De Mita comprenderà le intenzioni di persone come me di partecipare a questo processo unitario e nello stesso tempo di "morire socialisti".
Comprendiamo Chiamparino, quando si dichiara il sindaco di tutti e conseguentemente un uomo di centro ma credo che non debba dimenticare che è stato eletto sulla base di un programma anche nazionale che sa distinguere tra operai e banchieri, fra salario, profitto e rendita".Siamo convinti che l’apertura all’esterno, all’Europa, il rifiuto di una visione autarchica del processo unitario in Italia, debba tener conto delle diverse identità culturali. È possibile immaginare che l’Italia diventi il solo Paese europeo privo di una forza che si richiami al socialismo?
Allora credo che sia velleitario, oltre che sbagliato, nella fase attuale, superare l’adesione dei Ds al Partito socialista europeo o l’adesione della Margherita ai Democratici Liberali o anche ai Popolari. Sono elementi ora non superabili ma che possono coesistere con una disciplina vincolante dei deputati dell’Ulivo al Parlamento europeo, sulle questioni che appaiono di comune interesse.Per quanto riguarda il problema del gruppo dirigente, il pluralismo delle identità e delle storie culturali e politiche, non consente, anche se potrà essere auspicabilmente superato nel futuro, di pensare realisticamente ad una direzione personale unica di questo processo, dopo la leadership di Romano Prodi.
Questa soluzione verrebbe, in un caso o nell’altro, vissuta come un’inaccettabile egemonia. Nello stesso tempo io credo che sia impossibile pensare, in questa fase, a decisioni del nuovo soggetto politico prese con la maggioranza semplice. Allora perché non decidere subito che certe ipotesi non sono a portata di mano e che una discussione defatigante sulle forme e sui tempi può anche compromettere gli sviluppi del processo unitario? È un tragitto che ha bisogno d’anni d’esperienze comuni, al basso come in alto, per diventare un fattore di contaminazione fra le diverse culture. E perché non riconoscere, come ha fatto Piero Fassino, una possibile forma federativa di questo nuovo processo?
Mantenendo il suo riferimento all’Ulivo. Senza inventare, dunque, delle parole "passepartout", come Partito Democratico o Partito Riformista, che non consegnano più ai cittadini il sentimento che stiamo costruendo un nuovo soggetto, fatto di valori e democrazia interna, assolutamente inediti nella democrazia italiana. Occorre riflettere subito su come l’obiettivo realistico di una Federazione non sia vissuto poi, rispetto a scenari immaginari, come una soluzione di ripiego.
E occorre portare altre forze, più vere e popolari, nella scuola, nell’Università, nel mondo del lavoro a schierarsi.
A dire "SI’ ma come" e soprattutto "Sì perché?".

Appunti e ritagli, a cura di Etienne Salvadore
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Qui il problema è sempre quello dell'unità;
se mi ricordo bene Pietro Nenni diceva che
" a sinistra ci sono molti duri e puri, cosìpuri che qualcuno di loro, prima o dopo, ti e-pura ". L'iniziativa dell'Onorevole Folena è sbagliata e, per me, incomprensibilein termini di interesse generale del Paese; essa si può combattere con ilfioretto, come fai tu, con il tuo saggio ed equilibratissimo scritto,oppure si può ( si deve ? ) combattere "a sciabolate", e annichilirla proprio. Se penso alle diversità delle formazioni politiche di sinistra ( faccioriferimento ai partiti, lasciamo stare i movimenti, per nonampliare troppo il discorso ), come ho fatto molte volte fra me e me, ecome ho discusso certamente di meno, concludo quanto segue: 1) ci sono diversità che si fondano su una diversa percezione di questioniche attengono ad una sfera più propriamente etica, o addiritturaconfessionale per chi è credente; non ci vedo niente di male in questediversità: in altri termini, per fare un esempio, non ci vedrei niente dimale se l'Unione o anche lo stesso Ulivo
in Parlamento di divedesse su temi come quello dellafecondazione assistita;
2) ci sono diversità che si fondano su una diversa percezione di questioniche attengono ad aspetti sociali; queste diversità sono comprensibili in unPaese che, gradatamente, nel corso degli ultimi trent'anni ( anche con lesinistre al Governo ! ) ha visto aumentare la disuniformità dei redditi edha visto crescere l'attitudine da parte di chi ha i poteri ad appropriarsiindebitamente delle risorse dello Stato; qui la diverse percezioni devonoessere composte con pazienza e coraggio ( per chiarire che l'intero Peasedovrà affrontare sacrifici, che siano però condivisi ) ; in questo casonon si migliorano le cose forzando l'aggregazione in partito unico, che si chiami ancora Ulivo o qualcos'altro: credo che solo lacapacità dei leaders possa realizzare la composizione delle divergenze; inostri attuali leaders saranno davvero onesti e seri, e saprannoconquistarsi la fiducia?
3) ci sono diversità che si fondano su una diversa percezione del ruolodel Paese nell'Europa e nel mondo: queste diversità si potrebbero forsecomporre solo con un maggiore coscienza di appartenenza ad una nazione; sitratta di un sano amor patrio, che possibilmente non si sviluppi ( per mein modo poco gradevole ) solo per le imprese della nazionale di calcio;
4) ci sono diversità che si fondano su una diversa percezione dellagiustizia e sul modo con cui essa va amministrata; qui siamo nei guai; nonci si aspetta che una parte della sinistra promuova l'indulto per i reatidi falso in bilancio, concussione e corruzione di pubblici amministratori (come sta succedendo ) e nello stesso tempo basi il risanamento dei contipubblici sulla lotta all'evasione; si tratta di una contraddizionestridente, anzi stridentissima;
5) infine ci sono diversità che non hanno base alcuna, ma che sonostrumentalmente alimentate da false ambizioni personali, da scioccoprotagonismo, talvolta persino da meschini conflitti personali; oppureesse sono segretamente motivate da più concreta consapevolezza cheorganizzando una incoerente diversità si potranno avere vantaggi personalirilevanti; queste diversità vanno denunciate da parte dei leaders, che nondevono accettare ricatti. Viceversa l'unità del centrosinistra è importantissima per il Paese. Infatti,a mio avviso, uno dei più gravi problemi che il Pease ha è che da noi NONesiste una vera destra ( tipo quella di Einaudie di Malagodi ) .La se-dicente Casa delle Libertà non è una vera destra:Alleanza Nazionale ha in se due anime, una delle quali - assai vivace - èancora proprio statalista: niente a che fare con una vera destra; l'UDC,nell'epressione degli attuali leaders, è troppo reazionaria per essereapprezzabile come destra; lasciamo stare la Lega; Forza Italia è un partito-azienda
con propensioni populiste. Allora, se ci fosse
un processo di aggregazione nel centrosinistra,
ciò indurrebbe, a mio avviso, anche una trasformazionedella attuale nostra cosidetta destra; ciò farebbe diventare il nostroPease un Pease normale, con da una parte una aggregazione in un partito democratico laburista,
e dall'altra parte una aggregazione, siapure conservatrice, ma anch'essa democratica.

Enzo Annino

7.24.2006

UN CONTRIBUTO CHE STA FACENDO DISCUTERE.
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Da: l'Unità del 16 luglio 2006
Restare nell’Ulivo. Da sinistra
di Davide Ferrari,
responsabile cultura Segreteria regionale Ds Emilia-Romagna


L’On. Folena ha presentato sull’Unità l’incontro di Orvieto di tre associazioni della sinistra. Almeno nella sua presentazione, il convegno propone l’allargamento di un’area di «Sinistra Europea», attorno a Rifondazione. Ogni processo unitario è, almeno fino a prova contraria, un bene in sé. Tuttavia vi sono almeno due rischi in quel tentativo. Il primo riguarda direttamente quelle aree della sinistra. Sia permesso un commento anche a chi non ne é membro. L'iniziativa precedente di Asor Rosa si rivolgeva a tutti i partiti ed alle molteplici espressioni politiche della «Sinistra radicale». Qui si vuole unire, ma non tutti, e attorno al polo partitico maggiore. È più che legittimo, intendiamoci, resta il dubbio se sia il metodo più giusto per contribuire a dare un volto nuovo alla geografia dell'Unione. La speranza è che gli esclusi, Verdi, Pdci, non siano tentati di reagire, incrementando la ricerca della propria differenziazione. Sarebbe un problema per tutta l'alleanza che regge il Governo. Un’alleanza insostituibile, come il gruppo dirigente di Rifondazione positivamente ripete. C'è quindi il rischio di un contrasto fra volontà di unità e di governo e la specifica proposta di aggregazione che è stata presentata. Vorrei però insistere sul secondo rischio, che riguarda più da vicino i DS, chi in loro ha militato o milita. L'aggregazione proposta si assegna il compito di rafforzare la capacità di proposta di una sinistra «alternativa», che vuole trasformarsi. Il compito è importante e può interessare alcune compagne e compagni che oggi sono nelle Sinistre dei DS. Anche chi come me non condivide la scelta di uscire dai DS deve auspicare che chi l'ha compiuta riesca davvero a svolgerlo. Ma, in ogni caso, questa scelta non può e non deve indebolire un altro compito ben più urgente per chi viene dal percorso delle Sinistre dei DS. Il nodo è come rapportarsi alla nascita del partito dell'Ulivo. Il compito è quello di fornire un contributo serio, non solamente di contrasto, ma non per questo arrendevole e sbiadito, alla scrittura della identità di questa proposta. Le Sinistre dei DS hanno certo avversato la prospettiva del Partito Democratico, nondimeno è stato forte e deciso il loro impegno per le liste dell'Ulivo alle Europee ed alla Camera. Una ragione ci sarà stata. È rilevante ricordare come questo impegno abbia accomunato, e non certo per caso o solo per necessità, tutte le compagne ed i compagni che, come chi scrive, fanno parte delle componenti di Sinistra dei Ds. Componenti importanti per l'Ulivo, e dell'Ulivo. Un'esperienza politica che non va dispersa. Quella di chi ha afferrato il nocciolo dello scontro in atto, (contrastare e battere la destra), ha voluto rafforzare le forze più vaste e con maggiori responsabilità del centrosinistra (Ulivo, Ds e Margherita), ed insieme si è battuto per una visione di cambiamento più ampia di quella contenuta nella politica maggioritaria di queste forze. Il contributo è stato importante e continua ad essere importante, ogni giorno, nelle assemblee elettive e nella società. Contribuisce a mantenere equilibrata e salda la coalizione dell'Unione, a non mettere barriere fra radicali e riformisti, a non lasciare l’«altra sinistra» senza interlocuzione nei Ds, soprattutto a dare attuazione ai programmi dell'Ulivo senza omissioni, dal piano sociale a quello della politica internazionale. Questi obiettivi non si perseguono fuori ma dentro il nuovo partito che si vuol costruire. Serve la coerenza e il coraggio di tutti, ma mi ostino a credere che la responsabilità delle sinistre dei Ds sia specifica e maggiore. Così come è importantissimo il ruolo di quelle tante personalità che, nei movimenti, si schierano per una sorta di unitaria intransigenza, per un rapporto ravvicinato fra valori e politica quotidiana. Basti pensare all'ultima campagna per la salvezza della Costituzione. Quelle persone, prendiamone atto, non sono, in larghissima misura, fuori e contro il Partito Democratico, pongono invece domande sul «come» e sul «perchè» di questo progetto. Non è la prima volta che le «sinistre del riformismo» sono importanti. Avere una sinistra del PSI propositiva e coraggiosa aiutò grandemente la realizzazione di riforme che restano ancora oggi un patrimonio della democrazia. Era l'epoca lontana del primo centrosinistra, l'epoca di Lombardi, di Codignola. Opacizzare quella identità, radicale ma dentro un'ottica ed una forza politica che avevano scelto, senza remore, una prospettiva di governo, è stato gravido di serissime conseguenze per tutta la sinistra, ne ha allontanato l'unità, ne ha compromesso i destini per lunghi decenni. Oggi il quadro è molto diverso. Sono passate epoche intere, ma sembra di poter dire che senza attive componenti che richiamino con maggiore integrità i valori della Costituzione, dalla pace alla progressività dell'azione di governo, sarebbe assai più debole il futuro Partito dell'Ulivo. E nessuno può credere che ciò rappresenterebbe un bene per la democrazia e per la Sinistra. Così non vedo come si consideri positivo, o quantomeno inevitabile, lasciare i DS, escludersi dal processo costituente della nuova forza politica e approdare a nuovi soggetti che inevitabilmente avranno strade molto più lunghe da percorrere prima di poter coprire lo spazio che è proprio di posizioni di «governo per il cambiamento».

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