9.19.2005
Economia. Crisi a Bologna.
Un dibattito sulle pagine dell'Unità.
L'apertura del dibattito di Davide Ferrari
Da l'Unità 15 Luglio 2005
Contro il declino: economia della cultura e "area vasta", anzi più vasta.
Bologna discute sulle sue reali condizioni economiche.
Non possono essere descritte come difficili solo per cause psicologiche. Non convince l’agiografia che descrive una città pigra dove gli imprenditori non hanno più voglia di investire.
No, le scelte di puntare sulla finanza anziché sulla produzione sono state consapevoli, gravi e richiamano precise responsabilità.
Ma ci sono anche altre questioni, strutturali.
Da tempo, nella città, le generazioni e le provenienze non si incontrano più.
Non solo manca manodopera tecnica, come è noto, ma si arriva, non da oggi, a mettere in forse la continuità nella catena di trasmissione nella proprietà e nella direzione delle imprese.
Molti sono i giovani che hanno voglia di fare, ma manca quello che nel sociale si è chiamato: "chi verrà dopo di noi".
Chi verrà dopo coloro che in decine di piccole e medie aziende hanno fondato, o mantenuto in alto, l’impresa? E’ grande il gap generazionale, sia di aspettative, sia di volontà di vita.
Il problema riguarda anche i ruoli intermedi. Colpisce il buco nero della mancata programmazione integrata di scuola, formazione e sviluppo economico.
L’istruzione tecnica tradizionale è caduta in grave minorità nell’immaginario della nostra società, e soprattutto è mancato l’investimento in un’altra formazione tecnico-professionale, alta, rivolta ai settori della comunicazione e cultura.
La vicenda del Polo artistico deve far riflettere.
E, punto cruciale, abbiamo un’Ateneo che crea una vasta serie di professionalità che non paiono però inerenti, non certo per colpa dell'Università, ai modelli sociali ed alle concrete scelte di sviluppo di questa città.
Da quanti anni si dice che il futuro di Bologna non si avrà senza dare sbocchi alle migliaia di laureati nell'informazione e tecnologia, nella comunicazione e cultura?
Invece anche qui c’è "fuga dei cervelli". Bisogna sbloccare carriere che oggi devono aspettare vent'anni per avere un esito nella ricerca o nell'insegnamento e incrementare produzioni dove i nuovi tecnici possano "ingegnarsi". Senza distretti produttivi comunicazionali, culturali, artistici, non rinverdiremo altre produzioni,mature, ma sprecheremo quelle generazioni nuove, ormai sono due o tre, che già la formazione produce.
Conforta verificare l’assoluta chiarezza con la quale il Presidente Errani ha posto come priorità l’economia della conoscenza e della cultura, nel programma di governo della Regione. Una priorità che per Bologna è vitale.
C’è una seconda grande questione. Quella delle dimensioni. Noi siamo una città metropolitana per problemi e ospitalità, ma non lo siamo come numero di abitanti-cittadini, come leve di governo e come rappresentanza già istituzionalmente acquisita di un territorio abbastanza grande per potere fare un salto di qualità.
Ecco allora il tema: affermare Bologna non come capoluogo burocratico, ma come capofila di un territorio molto grande, che io penso vada "dalla città al mare". Quell’area dove già si lavora assieme con una sola università , con HERA, e si deve farlo per aeroporti e fiere.
Il Sindaco Cofferati ha portato un punto di novità: l’obiettivo di una forte collaborazione fra Bologna, Firenze e Venezia per internazionalizzare, raggiungere l’eccellenza.
Bologna nel "Grand Tour", dunque.Non come fuggevole tappa di sosta (ricordate il diario di viaggio di Goethe?) ma come meta.
Non è in contrasto con un’altra integrazione, quella delle radici dei progetti e dello sviluppo, quella della governance territoriale.
E qui il riferimento deve essere invece ad un’area contigua, ma estesa, che bisogna unire e saper interpretare, per fondare davvero un ruolo di Bologna.
La Regione si è data l’obiettivo di programmare passando dal policentrismo, che oggi diventerebbe dare un poco a tutti e niente a nessuno, alla rete delle eccellenze.
Ecco allora il tema: affermare Bologna non come capoluogo burocratico, ma come capofila di un territorio molto grande, che io penso vada "dalla città al mare". Quell’area dove già si lavora assieme con una sola università , con HERA, e si deve farlo per aeroporti e fiere.
Bologna deve diventare una porta di accesso a funzioni elevate, che altri centri in tutto il settore padano di centro-nord-est, non potrebbero assicurare. Ma la competizione è forte, Milano vicinissima. Da sola Bologna non ce la farà. Bisogna pensare ad un territorio a lei integrato, l’area metropolitana provinciale, ma anche un’area più vasta. Insisto: guardiamo là dove l’offerta del turismo di costa si può unire all’offerta d’arte della città, dove due fiere oggi in concorrenza possono essere il nucleo di un’alleanza più vasta, regionale, di tutto il sistema fieristico. Sistemi di comunicazione rapidi potrebbero consentire di integrare davvero l’aeroporto di Bologna con lo scalo di Forlì. Anche Modena, che entrerà in Hera, può essere interessata a creare un polo di dimensioni sufficienti per competere. Sono argomenti più importanti che non discutere del fatto se si anima o no il volano delle costruzioni. Molti insistono per affidare all'edilizia, alle sue caratteristiche anticicliche, il ruolo di stellone di salvamento. Sempre lo si pensa quando non si sanno ipotizzare altre cose . Ma in questo modo si dissipano territorio e risorse, non si edifica il futuro.
Davide Ferrari
Direttore de "La Casa dei pensieri"
Consigliere comunale di Bologna
www.davideferrari.net
....................................................................................
Gli interventi successivi di Massimo Bonavita, Rolando Dondarini, Aldo Bacchiocchi.
Le conclusioni di Giancarlo Pasquini.
MASSIMO BONAVITA
Davide Ferrari è intervenuto da queste pagine dell’Unità venerdì 15 u.s., su alcuni punti cruciali dello sviluppo e della crescita di Bologna e della Romagna. Una riflessione a cui tutti siamo chiamati a partecipare se vogliamo uscire dalla fase di recessione economica che fa sentire i suoi effetti negativi anche nella nostra regione, che non appare esente dal clima generale di sfiducia del paese.
Il modello di sviluppo della nostra economia pare sia inceppato nei suoi gangli vitali, con una grande industria in cronico declino e la piccola impresa, (che oggi è microimpresa nel contesto mondiale), in difficoltà, sia per la massa critica a disposizione sia per i problemi di successione aziendale, dove sempre di più i giovani non vogliono continuare le attività dei padri. Da questa situazione si può uscire solo se i distretti industriali ridiventano il motore dello sviluppo, favorendo l’introduzione delle nuove tecnologie e la crescita dell’economia della conoscenza. In questa ottica
i distretti, per non subire il declino, dovranno essere essi stessi divenire centri della ricerca applicata e dell’innovazione e dotarsi di quella rete di servizi che possono permettere di essere competitivi.
Su questi punti dobbiamo registrare una forte consapevolezza del Presidente Errani e la presenza di idee originali ed innovative di politica economica nella coalizione del centro –sinistra.
Ma quello che più ha attirato la mia attenzione è la seconda parte della riflessione di Ferrari che riguarda il ruolo futuro di Bologna, che dovrebbe divenire capofila di un territorio molto grande dalla “città al mare”. Un’area vasta e contigua, con omogeneità nel sistema delle imprese e con differenze (basti pensare alla rilevanza delle attività territolialistiche nella costa) da integrare con una nuova governance.
Perché questo avvenga Bologna deve prendere atto che l’epoca dell’orgogliosa identità municipalista è finita, che la “diversità” bolognese non può da sola affrontare i problemi di un’area territoriale vasta in cui agiscono diversi soggetti istituzionali.
Per affermare un ruolo nuovo e darsi profili identitari corrispondenti, occorre fare da subito alcuni salti di qualità. Innanzitutto, se Bologna vuole esser un punto di riferimento a scala sub-regionale, deve in senso lato mettersi anche al servizio con sufficiente generosità del territorio di cui si pretende la leadership. Non vi sono imposizioni burocratiche da far valere, ma meriti che vanno conquistati sul campo.
Ma quello che ritengo sia opportuno affermare è che il percorso indicato da Davide Ferrari è senza alternative. Mentre in Romagna si riflette sul sistema territoriale risulta chiaro che, o questo troverà punti di riferimento plausibili e disponibili, oppure si rivolgerà altrove. Milano non è poi così distante, come è stato rilevato. L’integrazione fra Bologna ed il territorio più vasto fino “al mare” può essere un vantaggio per tutti. Vi è questa consapevolezza nella classe dirigente bolognese e romagnola? Fino ad ora no, se pensiamo al sistema finanziario, mentre per quanto riguarda l’Università molti passi avanti sono stati fatti più per richiesta degli enti locali della Romagna e dell’Ateneo che per consapevolezza diffusa.
Quest’area vasta deve avere l’ambizione di diventare un territorio di eccellenza dove sono spalmate funzioni elevate. Bologna vuole esserne la porta di accesso? Allora deve assumere in fretta decisioni al riguardo.
In questo possiamo fare riferimento alle nostre radici , alla cultura del lavoro ben “fatto”, all’operosità e dedizione dei nostri concittadini. Sappiamo, però, che questo oggi non basta, l’asticella si è alzata e senza integrazione delle attività produttive con la comunicazione e la cultura non si va da nessuna parte.
Non meraviglia che tutte la professionalità create dall’Ateneo nei settori della comunicazione e della cultura non abbiamo sbocchi locali e sono costrette ad andare altrove. Preoccupa invece il fatto che cediamo professionalità senza attirarne altre, con un saldo negativo che non permette crescita.
Non c’è molto tempo ma possiamo farcela se affronteremo i problemi con energia.
Siamo chiamati a navigare in mari sconosciuti, i vecchi strumenti non sono sempre validi per orientarci e costruirne di nuovi non è cosi semplice se non si mettono in discussione vecchie certezze ed abitudini consolidate.
A questo ci chiama l’intervento di Davide Ferrari ed, per una classe dirigente consapevole delle sfide che ci attendono, un invito ad anticipare gli eventi per non doverli subire.
Sen. Massimo Bonavita Ds - Ulivo
18 luglio 2005
....................................................................................
ROLANDO DONDARINI
Per la ripresa economica valorizziamo Bologna, crocevia della storia
L’Italia è ferma, anzi, sta addirittura arretrando sull’utilizzo dell’unica dote su cui per esplicita ammissione dell’UNESCO non ha rivali al mondo: il patrimonio storico artistico. Tuttavia è proprio nei periodi di maggior difficoltà che si debbono cercare occasioni di rilancio, valutando con lucidità esiti e fattori negativi non soltanto per correggerli, ma per porsi nuovi obiettivi raggiungibili con concrete possibilità di successo. E in questo quadro sono le realtà meno considerate quelle su cui si deve rilanciare, investendo in nuova progettualità. Non si può che concordare con quanti rilevano che non solo Bologna, ma l’intero comprensorio della nostra regione dispongono di una tale quantità e ricchezza di beni e giacimenti ambientali e storico-artistici da poter competere con le più ambite e frequentate mete del turismo culturale. È un dato di fatto ed è lecito e opportuno cercare di trasformarlo in risorsa economica attivando capacità di attrazione per visitatori che non si limitino a veloci transiti, ma che possano divenire produttivi grazie a permanenze prolungate. Non si tratta solo di profitto, ma di promuovere finalmente e mettere a frutto proficui raccordi tra settori della formazione e mondo economico, valorizzando svariate competenze e professionalità, comprese quelle ad alto contenuto tecnologico. Per questo appare particolarmente tempestivo il dibattito promosso da Davide Ferrari in seguito alle iniziative assunte da Vasco Errani e da Sergio Cofferati. Bologna è effettivamente un capoluogo e un crocevia di una grande rete di centri culturali, ma raramente ha saputo attivare forme di coordinamento per creare sinergie e rispondenze comuni. Basti pensare ai molteplici fulcri culturali ed economici dal prestigio indiscutibile di cui è sede o che punteggiano i centri e i territori regionali: le università, gli istituti regionali per i beni culturali, le accademie artistiche e musicali, i sistemi museali civici e di ateneo, i poli bibliotecari e archivistici, i conservatori e gli enti lirici, i mercati e le fiere tra le più frequentate, le associazioni di produttori e di commercianti tra le più efficienti, tra cui il cuore pulsante di un movimento cooperativo che si è dimostrato capace di rinnovarsi senza rinnegare la propria storia. Pur curando con indiscussa capacità i rispettivi ambiti, questi fulcri non sono adeguatamente collegati per poter travasare competenze e opportunità in un sistema integrato che susciti e produca lavoro e occupazione e di cui possano giovarsi tutte le realtà coinvolte. È una funzione che Bologna può assumere senza pretendere un ruolo egemone a scapito delle peculiarità locali, ma attivando tessuti e itinerari comuni attraverso la rivalutazione di un articolato patrimonio storico ancora generalmente misconosciuto. Valorizzarlo è una sfida che si rinnova e che non potrà essere vinta se non sarà preceduta ed accompagnata da un recupero e da un’ampia divulgazione della storia. E non certo in chiave retrospettiva o nostalgica. Di fronte agli incalzanti interrogativi proposti dall’attualità, conoscerla deve servire a capire, a creare, ad essere quanto più possibile artefici del proprio futuro, rilevando gli inscindibili nessi che la legano al presente e utilizzando le eredità del passato per scelte motivate e consapevoli. Una conoscenza utile a far acquisire senso di responsabilità e capacità di progettazione in un periodo cruciale di transizione e trasformazione della vita individuale e collettiva, nel quale è in gioco l'esistenza e la qualità di vita delle generazioni future e ogni scelta rischia di essere definitiva. Si fa un gran parlare di “identità” e “radici” e in effetti nell’attuale processo di formazione di collettività multietniche e multireligiose in cui si debbono perseguire pluralismo e convivenza nel reciproco rispetto, la conoscenza della storia del proprio ambiente può costituire la base comune su cui imbastire e costruire una nuova appartenenza, che non annulli le peculiarità di origine, ma le faccia concorrere a progettare e pianificare un futuro comune, superando incomprensioni e ostilità. Un recupero di memoria collettiva che non punti a riesumare presunte identità civiche ed etniche che si pretendano rigide e immutabili e che valgano da alibi agli eccessi di xenofobia o al rifiuto preventivo dell’immigrazione. La storia della propria comunità e del proprio territorio nel quadro di una storia comune e globale: non come separazione, ma come premessa al dialogo con esponenti di altre culture, sapendo che comunque il loro arrivo provoca trasformazioni e questioni da affrontare con la massima consapevolezza. Mentre si ricercano radici più o meno lontane, è bene ricordare che su di esse si sono sviluppati tronchi, rami e fronde che vivono, crescono, danno frutti, cadono e si rinnovano mutando continuamente l’immagine e le identità complessive delle nostre comunità.
Dunque la storia come uno dei grandi temi con cui Bologna possa sviluppare le sue propensioni. È quanto si sta sperimentando con crescente partecipazione attraverso la “Festa della Storia”, la serie di eventi divulgativi e spettacolari organizzati e preparati con la collaborazione attiva di studenti, insegnanti, associazioni ed enti culturali e col coinvolgimento di operatori economici per dotare Bologna e il suo territorio di una prerogativa capace di attivare le loro molteplici risorse umane, culturali ed economiche.
Rolando Dondarini
Università di Bologna
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Un dibattito sulle pagine dell'Unità.
L'apertura del dibattito di Davide Ferrari
Da l'Unità 15 Luglio 2005
Contro il declino: economia della cultura e "area vasta", anzi più vasta.
Bologna discute sulle sue reali condizioni economiche.
Non possono essere descritte come difficili solo per cause psicologiche. Non convince l’agiografia che descrive una città pigra dove gli imprenditori non hanno più voglia di investire.
No, le scelte di puntare sulla finanza anziché sulla produzione sono state consapevoli, gravi e richiamano precise responsabilità.
Ma ci sono anche altre questioni, strutturali.
Da tempo, nella città, le generazioni e le provenienze non si incontrano più.
Non solo manca manodopera tecnica, come è noto, ma si arriva, non da oggi, a mettere in forse la continuità nella catena di trasmissione nella proprietà e nella direzione delle imprese.
Molti sono i giovani che hanno voglia di fare, ma manca quello che nel sociale si è chiamato: "chi verrà dopo di noi".
Chi verrà dopo coloro che in decine di piccole e medie aziende hanno fondato, o mantenuto in alto, l’impresa? E’ grande il gap generazionale, sia di aspettative, sia di volontà di vita.
Il problema riguarda anche i ruoli intermedi. Colpisce il buco nero della mancata programmazione integrata di scuola, formazione e sviluppo economico.
L’istruzione tecnica tradizionale è caduta in grave minorità nell’immaginario della nostra società, e soprattutto è mancato l’investimento in un’altra formazione tecnico-professionale, alta, rivolta ai settori della comunicazione e cultura.
La vicenda del Polo artistico deve far riflettere.
E, punto cruciale, abbiamo un’Ateneo che crea una vasta serie di professionalità che non paiono però inerenti, non certo per colpa dell'Università, ai modelli sociali ed alle concrete scelte di sviluppo di questa città.
Da quanti anni si dice che il futuro di Bologna non si avrà senza dare sbocchi alle migliaia di laureati nell'informazione e tecnologia, nella comunicazione e cultura?
Invece anche qui c’è "fuga dei cervelli". Bisogna sbloccare carriere che oggi devono aspettare vent'anni per avere un esito nella ricerca o nell'insegnamento e incrementare produzioni dove i nuovi tecnici possano "ingegnarsi". Senza distretti produttivi comunicazionali, culturali, artistici, non rinverdiremo altre produzioni,mature, ma sprecheremo quelle generazioni nuove, ormai sono due o tre, che già la formazione produce.
Conforta verificare l’assoluta chiarezza con la quale il Presidente Errani ha posto come priorità l’economia della conoscenza e della cultura, nel programma di governo della Regione. Una priorità che per Bologna è vitale.
C’è una seconda grande questione. Quella delle dimensioni. Noi siamo una città metropolitana per problemi e ospitalità, ma non lo siamo come numero di abitanti-cittadini, come leve di governo e come rappresentanza già istituzionalmente acquisita di un territorio abbastanza grande per potere fare un salto di qualità.
Ecco allora il tema: affermare Bologna non come capoluogo burocratico, ma come capofila di un territorio molto grande, che io penso vada "dalla città al mare". Quell’area dove già si lavora assieme con una sola università , con HERA, e si deve farlo per aeroporti e fiere.
Il Sindaco Cofferati ha portato un punto di novità: l’obiettivo di una forte collaborazione fra Bologna, Firenze e Venezia per internazionalizzare, raggiungere l’eccellenza.
Bologna nel "Grand Tour", dunque.Non come fuggevole tappa di sosta (ricordate il diario di viaggio di Goethe?) ma come meta.
Non è in contrasto con un’altra integrazione, quella delle radici dei progetti e dello sviluppo, quella della governance territoriale.
E qui il riferimento deve essere invece ad un’area contigua, ma estesa, che bisogna unire e saper interpretare, per fondare davvero un ruolo di Bologna.
La Regione si è data l’obiettivo di programmare passando dal policentrismo, che oggi diventerebbe dare un poco a tutti e niente a nessuno, alla rete delle eccellenze.
Ecco allora il tema: affermare Bologna non come capoluogo burocratico, ma come capofila di un territorio molto grande, che io penso vada "dalla città al mare". Quell’area dove già si lavora assieme con una sola università , con HERA, e si deve farlo per aeroporti e fiere.
Bologna deve diventare una porta di accesso a funzioni elevate, che altri centri in tutto il settore padano di centro-nord-est, non potrebbero assicurare. Ma la competizione è forte, Milano vicinissima. Da sola Bologna non ce la farà. Bisogna pensare ad un territorio a lei integrato, l’area metropolitana provinciale, ma anche un’area più vasta. Insisto: guardiamo là dove l’offerta del turismo di costa si può unire all’offerta d’arte della città, dove due fiere oggi in concorrenza possono essere il nucleo di un’alleanza più vasta, regionale, di tutto il sistema fieristico. Sistemi di comunicazione rapidi potrebbero consentire di integrare davvero l’aeroporto di Bologna con lo scalo di Forlì. Anche Modena, che entrerà in Hera, può essere interessata a creare un polo di dimensioni sufficienti per competere. Sono argomenti più importanti che non discutere del fatto se si anima o no il volano delle costruzioni. Molti insistono per affidare all'edilizia, alle sue caratteristiche anticicliche, il ruolo di stellone di salvamento. Sempre lo si pensa quando non si sanno ipotizzare altre cose . Ma in questo modo si dissipano territorio e risorse, non si edifica il futuro.
Davide Ferrari
Direttore de "La Casa dei pensieri"
Consigliere comunale di Bologna
www.davideferrari.net
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Gli interventi successivi di Massimo Bonavita, Rolando Dondarini, Aldo Bacchiocchi.
Le conclusioni di Giancarlo Pasquini.
MASSIMO BONAVITA
Davide Ferrari è intervenuto da queste pagine dell’Unità venerdì 15 u.s., su alcuni punti cruciali dello sviluppo e della crescita di Bologna e della Romagna. Una riflessione a cui tutti siamo chiamati a partecipare se vogliamo uscire dalla fase di recessione economica che fa sentire i suoi effetti negativi anche nella nostra regione, che non appare esente dal clima generale di sfiducia del paese.
Il modello di sviluppo della nostra economia pare sia inceppato nei suoi gangli vitali, con una grande industria in cronico declino e la piccola impresa, (che oggi è microimpresa nel contesto mondiale), in difficoltà, sia per la massa critica a disposizione sia per i problemi di successione aziendale, dove sempre di più i giovani non vogliono continuare le attività dei padri. Da questa situazione si può uscire solo se i distretti industriali ridiventano il motore dello sviluppo, favorendo l’introduzione delle nuove tecnologie e la crescita dell’economia della conoscenza. In questa ottica
i distretti, per non subire il declino, dovranno essere essi stessi divenire centri della ricerca applicata e dell’innovazione e dotarsi di quella rete di servizi che possono permettere di essere competitivi.
Su questi punti dobbiamo registrare una forte consapevolezza del Presidente Errani e la presenza di idee originali ed innovative di politica economica nella coalizione del centro –sinistra.
Ma quello che più ha attirato la mia attenzione è la seconda parte della riflessione di Ferrari che riguarda il ruolo futuro di Bologna, che dovrebbe divenire capofila di un territorio molto grande dalla “città al mare”. Un’area vasta e contigua, con omogeneità nel sistema delle imprese e con differenze (basti pensare alla rilevanza delle attività territolialistiche nella costa) da integrare con una nuova governance.
Perché questo avvenga Bologna deve prendere atto che l’epoca dell’orgogliosa identità municipalista è finita, che la “diversità” bolognese non può da sola affrontare i problemi di un’area territoriale vasta in cui agiscono diversi soggetti istituzionali.
Per affermare un ruolo nuovo e darsi profili identitari corrispondenti, occorre fare da subito alcuni salti di qualità. Innanzitutto, se Bologna vuole esser un punto di riferimento a scala sub-regionale, deve in senso lato mettersi anche al servizio con sufficiente generosità del territorio di cui si pretende la leadership. Non vi sono imposizioni burocratiche da far valere, ma meriti che vanno conquistati sul campo.
Ma quello che ritengo sia opportuno affermare è che il percorso indicato da Davide Ferrari è senza alternative. Mentre in Romagna si riflette sul sistema territoriale risulta chiaro che, o questo troverà punti di riferimento plausibili e disponibili, oppure si rivolgerà altrove. Milano non è poi così distante, come è stato rilevato. L’integrazione fra Bologna ed il territorio più vasto fino “al mare” può essere un vantaggio per tutti. Vi è questa consapevolezza nella classe dirigente bolognese e romagnola? Fino ad ora no, se pensiamo al sistema finanziario, mentre per quanto riguarda l’Università molti passi avanti sono stati fatti più per richiesta degli enti locali della Romagna e dell’Ateneo che per consapevolezza diffusa.
Quest’area vasta deve avere l’ambizione di diventare un territorio di eccellenza dove sono spalmate funzioni elevate. Bologna vuole esserne la porta di accesso? Allora deve assumere in fretta decisioni al riguardo.
In questo possiamo fare riferimento alle nostre radici , alla cultura del lavoro ben “fatto”, all’operosità e dedizione dei nostri concittadini. Sappiamo, però, che questo oggi non basta, l’asticella si è alzata e senza integrazione delle attività produttive con la comunicazione e la cultura non si va da nessuna parte.
Non meraviglia che tutte la professionalità create dall’Ateneo nei settori della comunicazione e della cultura non abbiamo sbocchi locali e sono costrette ad andare altrove. Preoccupa invece il fatto che cediamo professionalità senza attirarne altre, con un saldo negativo che non permette crescita.
Non c’è molto tempo ma possiamo farcela se affronteremo i problemi con energia.
Siamo chiamati a navigare in mari sconosciuti, i vecchi strumenti non sono sempre validi per orientarci e costruirne di nuovi non è cosi semplice se non si mettono in discussione vecchie certezze ed abitudini consolidate.
A questo ci chiama l’intervento di Davide Ferrari ed, per una classe dirigente consapevole delle sfide che ci attendono, un invito ad anticipare gli eventi per non doverli subire.
Sen. Massimo Bonavita Ds - Ulivo
18 luglio 2005
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ROLANDO DONDARINI
Per la ripresa economica valorizziamo Bologna, crocevia della storia
L’Italia è ferma, anzi, sta addirittura arretrando sull’utilizzo dell’unica dote su cui per esplicita ammissione dell’UNESCO non ha rivali al mondo: il patrimonio storico artistico. Tuttavia è proprio nei periodi di maggior difficoltà che si debbono cercare occasioni di rilancio, valutando con lucidità esiti e fattori negativi non soltanto per correggerli, ma per porsi nuovi obiettivi raggiungibili con concrete possibilità di successo. E in questo quadro sono le realtà meno considerate quelle su cui si deve rilanciare, investendo in nuova progettualità. Non si può che concordare con quanti rilevano che non solo Bologna, ma l’intero comprensorio della nostra regione dispongono di una tale quantità e ricchezza di beni e giacimenti ambientali e storico-artistici da poter competere con le più ambite e frequentate mete del turismo culturale. È un dato di fatto ed è lecito e opportuno cercare di trasformarlo in risorsa economica attivando capacità di attrazione per visitatori che non si limitino a veloci transiti, ma che possano divenire produttivi grazie a permanenze prolungate. Non si tratta solo di profitto, ma di promuovere finalmente e mettere a frutto proficui raccordi tra settori della formazione e mondo economico, valorizzando svariate competenze e professionalità, comprese quelle ad alto contenuto tecnologico. Per questo appare particolarmente tempestivo il dibattito promosso da Davide Ferrari in seguito alle iniziative assunte da Vasco Errani e da Sergio Cofferati. Bologna è effettivamente un capoluogo e un crocevia di una grande rete di centri culturali, ma raramente ha saputo attivare forme di coordinamento per creare sinergie e rispondenze comuni. Basti pensare ai molteplici fulcri culturali ed economici dal prestigio indiscutibile di cui è sede o che punteggiano i centri e i territori regionali: le università, gli istituti regionali per i beni culturali, le accademie artistiche e musicali, i sistemi museali civici e di ateneo, i poli bibliotecari e archivistici, i conservatori e gli enti lirici, i mercati e le fiere tra le più frequentate, le associazioni di produttori e di commercianti tra le più efficienti, tra cui il cuore pulsante di un movimento cooperativo che si è dimostrato capace di rinnovarsi senza rinnegare la propria storia. Pur curando con indiscussa capacità i rispettivi ambiti, questi fulcri non sono adeguatamente collegati per poter travasare competenze e opportunità in un sistema integrato che susciti e produca lavoro e occupazione e di cui possano giovarsi tutte le realtà coinvolte. È una funzione che Bologna può assumere senza pretendere un ruolo egemone a scapito delle peculiarità locali, ma attivando tessuti e itinerari comuni attraverso la rivalutazione di un articolato patrimonio storico ancora generalmente misconosciuto. Valorizzarlo è una sfida che si rinnova e che non potrà essere vinta se non sarà preceduta ed accompagnata da un recupero e da un’ampia divulgazione della storia. E non certo in chiave retrospettiva o nostalgica. Di fronte agli incalzanti interrogativi proposti dall’attualità, conoscerla deve servire a capire, a creare, ad essere quanto più possibile artefici del proprio futuro, rilevando gli inscindibili nessi che la legano al presente e utilizzando le eredità del passato per scelte motivate e consapevoli. Una conoscenza utile a far acquisire senso di responsabilità e capacità di progettazione in un periodo cruciale di transizione e trasformazione della vita individuale e collettiva, nel quale è in gioco l'esistenza e la qualità di vita delle generazioni future e ogni scelta rischia di essere definitiva. Si fa un gran parlare di “identità” e “radici” e in effetti nell’attuale processo di formazione di collettività multietniche e multireligiose in cui si debbono perseguire pluralismo e convivenza nel reciproco rispetto, la conoscenza della storia del proprio ambiente può costituire la base comune su cui imbastire e costruire una nuova appartenenza, che non annulli le peculiarità di origine, ma le faccia concorrere a progettare e pianificare un futuro comune, superando incomprensioni e ostilità. Un recupero di memoria collettiva che non punti a riesumare presunte identità civiche ed etniche che si pretendano rigide e immutabili e che valgano da alibi agli eccessi di xenofobia o al rifiuto preventivo dell’immigrazione. La storia della propria comunità e del proprio territorio nel quadro di una storia comune e globale: non come separazione, ma come premessa al dialogo con esponenti di altre culture, sapendo che comunque il loro arrivo provoca trasformazioni e questioni da affrontare con la massima consapevolezza. Mentre si ricercano radici più o meno lontane, è bene ricordare che su di esse si sono sviluppati tronchi, rami e fronde che vivono, crescono, danno frutti, cadono e si rinnovano mutando continuamente l’immagine e le identità complessive delle nostre comunità.
Dunque la storia come uno dei grandi temi con cui Bologna possa sviluppare le sue propensioni. È quanto si sta sperimentando con crescente partecipazione attraverso la “Festa della Storia”, la serie di eventi divulgativi e spettacolari organizzati e preparati con la collaborazione attiva di studenti, insegnanti, associazioni ed enti culturali e col coinvolgimento di operatori economici per dotare Bologna e il suo territorio di una prerogativa capace di attivare le loro molteplici risorse umane, culturali ed economiche.
Rolando Dondarini
Università di Bologna
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