6.10.2005
Pubblichiamo due recenti interventi sulla stampa
cittadina del condirettore della nostra rivista Davide Ferrari.
Il primo riguarda la situazione interna alla
coalizione di
Centrosinistra e il secondo, alla luce anche dei
Referendum, i nuovi
termini del confronto fra stato, politica e
chiese.
....................................................................
RIPARTIRE DALL'UNIONE, A BOLOGNA E A ROMA.
Le divisioni e le difficoltà nel centro-sinistra
a Roma ed a Bologna
hanno cause e manifestazioni differenti.
Ma potrebbe essere identica la strada maestra per
uscirne.
E' necessario mettere al primo posto il
rafforzamento, ideale
politico e programmatico di ciò che si è
convenuto chiamare "Unione".
Della coalizione larga, voglio dire, di ciò che
davvero è chiamato
alla prova elettorale, di ciò che ci darà la
vittoria o la sconfitta.
Il presente ed il futuro della Federazione
Riformista sono importanti
per tutti ma è stato un errore scambiarli con la
costruzione salda
dell'insieme dell'alleanza.
Si è fatta confusione agli occhi della opinione
pubblica e dei
militanti.
Ed oggi, che la Federazione è in forte empasse
per la scelta della
Margherita, sembra in crisi drammatica tutto il
centro-sinistra.
Si deve evitare che così sia.
Mettendo al primo posto la scrittura di un vero
programma comune di
tutta l'Unione, credibile e di governo.
Fare dell'Unione la sede del programma è
importante anche per avere
più occhi su un paese impoveritio ed insicuro che
chiede un vero
cambiamento.Sarà inevitabile andare oltre, se non
in direzione
contraria,in alcuni casi, a quella compresenza di
liberismo e
solidarietà su cui pure tutti abbiamo ragionato
per anni.
A Bologna, in queste settimane, ha tenuto banco
un altro difficile
confronto.
Quello tra il Sindaco e Rifondazione.
Non sta in me ipotizzare i terreni concreti di un
nuovo dialogo, per
la quale mi pare si sia già al lavoro
responsabilmente.
Ma occorre dire che il terreno del confronto va
spostato,
radicalmente.
Deve riprendere operativitivà la grande alleanza
che ha portato alla
vittoria del Giugno 2004.
L'Unione, dunque,anche a Bologna, ancora più
larga qui perchè aperta
ai movimenti.
Se il confronto è politico non può che essere
quella la sede.
La "Politica", se va in apnea nelle sue acque,
ritorna fuori altrove,
direttamente nella sede consiliare e
amministrativa, dove invece non
può che finire per trovarsi poco a suo agio.
Far vivere l'Unione, ogni giorno, a Bologna, è
importante per due
questioni dirimenti.
A)Reggere la prova del governo, che vuol dire
individuare assieme
l'ordine di priorità nei problemi e renderne
partecipi tutti i
bolognesi.
Ad esempio: è importante salvaguardare i diritti
alla dignità dei
nomadi e dei rifugiati come è altrettanto
importante affrontare il
degrado che colpisce i ceti fra più popolari.Non
meno, non più.
Il bandolo non sta solo nella legalità e nella
forma.
Sta nella analisi esatta delle priorità, nella
capacità di percepire
assieme il senso delle cose per agire e sostenere
l'azione
amministrativa con il consenso.
Altrimenti il consenso si trova per via
ideologica e così il dissenso
che si radicalizza.
B)Non può essere solo il Comune di fronte ai
cittadini.
Un altro problema, il conflitto in seno al popolo
fra chi vuole
riposare e chi vuole vivere la notte,lo
esemplifica chiaramente.
Apparentemente banale è il segno di una città
divisa, per generazioni
e per stili di vita. Guai a volerne rappresentare
una parte sola,
frazionando la rappresentanza fra chi fa "cin
cin" e chi
si "indigna". Non si troverà mai l'oggettività
dall'alto di una
azione solo amministrativa. Occorre creare tavoli
di confronto
sociale, seguire insieme i contenuti e la
realizzazione effettiva
dell'azione amministrativa.
E' un compito difficile farlo anche per una
alleanza così estesa come
quella che si era ritrovata attorno a Sergio
Cofferati.
Ma e' farsesco pensare di poterne fare a meno.
Per questo oggi ognuno deve fare un passo per
uscire dalla trappola
di cercare visibilità allontanandosi dal progetto
comune.
No, oggi la parola d'ordine, che deve però valere
per tutti,
è "insieme".
Davide Ferrari
Consigliere comunale.
Da "l'Unità", 1 Giugno 2005
......................................................................
Il Referendum e dopo. La politica di fronte
all'integralismo e alla
grande pluralità delle convinzioni etiche e delle
appartenenze
religiose.
Di Davide Ferrari
Il voto referendario è alle porte. La tensione
fra laici e cattolici
è salita e sta salendo, nonostante la
giustificata prudenza del
gruppo dirigente referendario, ed in particolare
dei Ds. Si cerca di
stare al merito e di non fare salire una febbre
che potrebbe
indebolire il nostro paese, non solo la
coalizione di centrosinistra.
Il punto è che, proprio per evitare di passare
dalla difesa della
laicità all'anticlericalismo, è necessario
affrontare questioni
grandi, di merito, sul rapporto fra religione,
fede , stato e società
civile, sempre finora rinviate o eluse dalla
Sinistra.
C'è una strada maestra che permette di affrontare
i temi senza
ripetere vecchi luoghi comuni.
L`Italia è ormai un paese, e non solo per la
presenza di nuovi
cittadini di altre fedi, dove il Cattolicesimo è
vicino a perdere un
ruolo di rappresentanza esclusiva, e forse
persino di salda
padronanza sulla maggioranza, delle appartenenze
di fede.
E' anche da qui che traggono motivo le forti
tendenze integriste,
l'assalto alla politica che il Cardinale Ruini
rivendica
costantemente.
"D'ora in poi bisogna abituarsi al fatto che la
Chiesa parlerà a voce
alta" dice il Cardinale.
Ma quando si alza la voce è perchè il proprio
parlare è più debole,
meno condiviso.
Questo "complesso di perdita della maggioranza",
specchio di un
fenomeno reale, è evidente anche nella scelta
dell'astensione.
Ma per tutta la società italiana un fenomeno così
importate, lo
smarrimento della centralità assoluta del
cattolicesimo, non può
essere in alcun modo valutato con leggerezza.
Le religioni sono l'asse identitario principale
di una nazione, il
compromesso fra dogmatica e civiltà che ogni
società raggiunge al
proprio interno, quando salta, richiede un nuovo
esplicito
equilibrio, pena la disgregazione del patto di
convivenza,
della "costituzione" intellettuale e
comportamentale.
Non si può passare da un compromesso fra lo Stato
e UNA confessione,
assolutamente prevalente, al puro laicismo, alla
semplice
suddivisione rigida fra ciò che è Stato e cio'
che è Chiesa.
Occorre una nuova mediazione, che rafforzi il
contenuto laico di
garanzia della Stato, ma che sia capace di
includere anche le nuove e
rilevanti presenze confessionali, talvolta
certamente non meno
aggressive e problematiche di quella cattolica
dell'epoca di
Ratzinger.
Non è una questione solo di prospettiva.
Influisce anche sulla
valutazione delle implicazioni del Referendum.
Le principali Chiese ed organizzazioni ecclesiali
non cattoliche, che
presentano una grane varietà di posizioni etiche,
si sono divise fra
la comune denuncia dell'invadenza cattolica e la
tentazione di
ritrarsi dallo scontro di allontanarsi ancora di
più dalla sfera
pubblica.
La prima cosa è, a mio avviso, del tutto
giustificata ma potrebbe
portare a nuovi conflitti e divisioni
confessionali nel nostro paese,
la seconda è assai negativa e si somma , non si
sottrae, al
protagonismo sui fondamentali dell'episcopato
cattolico
nell'indebolire la possibilità della politica
pubblica di favorire la
fattiva e collaborativa convivenza fra diversi .
La parte laica e particolarmente la sinistra può
dare un contributo
per affrontare il problema, ponendo, anche con i
propri atteggiamenti
in queste ore, qualche base per un discorso che
in futuro sarà di
necessità sempre più ampio.
Presentiamo alcuni punti di orientamento.
1)Non si può delegare il contenuto etico alle
religioni, la loro
pluralità non lo consente e non lo consente
l'accelerarsi delle
identità a fronte della perdita di contenuti
comuni prevalenti.
2) Non potrà e non dovrà essere la politica a
supplire, elaborando
proprie etiche fondamentali. Tentazione che oggi
sembra lontanissima
ma potrebbe tornare a galla, a fronte
dell'offensiva integralista.
3) Occorrono luoghi e momenti di confronto, nella
società, ma anche
nelle istituzioni. Luoghi sostenuti da una
volontà di rispetto per l'
uguaglianza dei cittadini e dei loro percorsi che
solo la dimensione
pubblica può garantire. E' in questa garanzia,
che deve essere
affermata con chiarezza senza alcun cedimento,
attivamente con la
promozione sociale e istituzionale -ripeto- del
dialogo,che si può
identificare un compito primario della politica
oggi.
4) A questi luoghi andrà affidato una sorta di
lavoro preparatorio
per risposte pubbliche su temi come la bioetica,
ma anche
l'educazione, il rapporto fra calendario
personale e calendario
sociale, fra festa e lavoro, fra dovere civico e
libertà personale.
Carlo Flamigni parla da anni, con intelligenza e
lungimiranza, della
necessità di creare "isole dove confrontarsi fra
stranieri morali".
Intendo esattamente questo. Non si potrà restare
solo sulla retrovia
del confronto intellettuale, occorrerà arrivare
alla frontiera di
nuove mediazioni istituzionali
Cominciamo dal Referendum. Niente guerre, evitare
toni di generico
antioscurantismo, ma preannunciare che comunque
vada, e deve andare
bene, per il Sì, per `interesse generale, non si
scantonerà più, non
si metteranno più ai margini questioni così
rilevanti per poter
vivere assieme.
Servono "compromessi" per garantire un futuro
comune, non più silenzi
per raccogliere consenso.
Da "Il domani" 10 Giugno 2005
cittadina del condirettore della nostra rivista Davide Ferrari.
Il primo riguarda la situazione interna alla
coalizione di
Centrosinistra e il secondo, alla luce anche dei
Referendum, i nuovi
termini del confronto fra stato, politica e
chiese.
....................................................................
RIPARTIRE DALL'UNIONE, A BOLOGNA E A ROMA.
Le divisioni e le difficoltà nel centro-sinistra
a Roma ed a Bologna
hanno cause e manifestazioni differenti.
Ma potrebbe essere identica la strada maestra per
uscirne.
E' necessario mettere al primo posto il
rafforzamento, ideale
politico e programmatico di ciò che si è
convenuto chiamare "Unione".
Della coalizione larga, voglio dire, di ciò che
davvero è chiamato
alla prova elettorale, di ciò che ci darà la
vittoria o la sconfitta.
Il presente ed il futuro della Federazione
Riformista sono importanti
per tutti ma è stato un errore scambiarli con la
costruzione salda
dell'insieme dell'alleanza.
Si è fatta confusione agli occhi della opinione
pubblica e dei
militanti.
Ed oggi, che la Federazione è in forte empasse
per la scelta della
Margherita, sembra in crisi drammatica tutto il
centro-sinistra.
Si deve evitare che così sia.
Mettendo al primo posto la scrittura di un vero
programma comune di
tutta l'Unione, credibile e di governo.
Fare dell'Unione la sede del programma è
importante anche per avere
più occhi su un paese impoveritio ed insicuro che
chiede un vero
cambiamento.Sarà inevitabile andare oltre, se non
in direzione
contraria,in alcuni casi, a quella compresenza di
liberismo e
solidarietà su cui pure tutti abbiamo ragionato
per anni.
A Bologna, in queste settimane, ha tenuto banco
un altro difficile
confronto.
Quello tra il Sindaco e Rifondazione.
Non sta in me ipotizzare i terreni concreti di un
nuovo dialogo, per
la quale mi pare si sia già al lavoro
responsabilmente.
Ma occorre dire che il terreno del confronto va
spostato,
radicalmente.
Deve riprendere operativitivà la grande alleanza
che ha portato alla
vittoria del Giugno 2004.
L'Unione, dunque,anche a Bologna, ancora più
larga qui perchè aperta
ai movimenti.
Se il confronto è politico non può che essere
quella la sede.
La "Politica", se va in apnea nelle sue acque,
ritorna fuori altrove,
direttamente nella sede consiliare e
amministrativa, dove invece non
può che finire per trovarsi poco a suo agio.
Far vivere l'Unione, ogni giorno, a Bologna, è
importante per due
questioni dirimenti.
A)Reggere la prova del governo, che vuol dire
individuare assieme
l'ordine di priorità nei problemi e renderne
partecipi tutti i
bolognesi.
Ad esempio: è importante salvaguardare i diritti
alla dignità dei
nomadi e dei rifugiati come è altrettanto
importante affrontare il
degrado che colpisce i ceti fra più popolari.Non
meno, non più.
Il bandolo non sta solo nella legalità e nella
forma.
Sta nella analisi esatta delle priorità, nella
capacità di percepire
assieme il senso delle cose per agire e sostenere
l'azione
amministrativa con il consenso.
Altrimenti il consenso si trova per via
ideologica e così il dissenso
che si radicalizza.
B)Non può essere solo il Comune di fronte ai
cittadini.
Un altro problema, il conflitto in seno al popolo
fra chi vuole
riposare e chi vuole vivere la notte,lo
esemplifica chiaramente.
Apparentemente banale è il segno di una città
divisa, per generazioni
e per stili di vita. Guai a volerne rappresentare
una parte sola,
frazionando la rappresentanza fra chi fa "cin
cin" e chi
si "indigna". Non si troverà mai l'oggettività
dall'alto di una
azione solo amministrativa. Occorre creare tavoli
di confronto
sociale, seguire insieme i contenuti e la
realizzazione effettiva
dell'azione amministrativa.
E' un compito difficile farlo anche per una
alleanza così estesa come
quella che si era ritrovata attorno a Sergio
Cofferati.
Ma e' farsesco pensare di poterne fare a meno.
Per questo oggi ognuno deve fare un passo per
uscire dalla trappola
di cercare visibilità allontanandosi dal progetto
comune.
No, oggi la parola d'ordine, che deve però valere
per tutti,
è "insieme".
Davide Ferrari
Consigliere comunale.
Da "l'Unità", 1 Giugno 2005
......................................................................
Il Referendum e dopo. La politica di fronte
all'integralismo e alla
grande pluralità delle convinzioni etiche e delle
appartenenze
religiose.
Di Davide Ferrari
Il voto referendario è alle porte. La tensione
fra laici e cattolici
è salita e sta salendo, nonostante la
giustificata prudenza del
gruppo dirigente referendario, ed in particolare
dei Ds. Si cerca di
stare al merito e di non fare salire una febbre
che potrebbe
indebolire il nostro paese, non solo la
coalizione di centrosinistra.
Il punto è che, proprio per evitare di passare
dalla difesa della
laicità all'anticlericalismo, è necessario
affrontare questioni
grandi, di merito, sul rapporto fra religione,
fede , stato e società
civile, sempre finora rinviate o eluse dalla
Sinistra.
C'è una strada maestra che permette di affrontare
i temi senza
ripetere vecchi luoghi comuni.
L`Italia è ormai un paese, e non solo per la
presenza di nuovi
cittadini di altre fedi, dove il Cattolicesimo è
vicino a perdere un
ruolo di rappresentanza esclusiva, e forse
persino di salda
padronanza sulla maggioranza, delle appartenenze
di fede.
E' anche da qui che traggono motivo le forti
tendenze integriste,
l'assalto alla politica che il Cardinale Ruini
rivendica
costantemente.
"D'ora in poi bisogna abituarsi al fatto che la
Chiesa parlerà a voce
alta" dice il Cardinale.
Ma quando si alza la voce è perchè il proprio
parlare è più debole,
meno condiviso.
Questo "complesso di perdita della maggioranza",
specchio di un
fenomeno reale, è evidente anche nella scelta
dell'astensione.
Ma per tutta la società italiana un fenomeno così
importate, lo
smarrimento della centralità assoluta del
cattolicesimo, non può
essere in alcun modo valutato con leggerezza.
Le religioni sono l'asse identitario principale
di una nazione, il
compromesso fra dogmatica e civiltà che ogni
società raggiunge al
proprio interno, quando salta, richiede un nuovo
esplicito
equilibrio, pena la disgregazione del patto di
convivenza,
della "costituzione" intellettuale e
comportamentale.
Non si può passare da un compromesso fra lo Stato
e UNA confessione,
assolutamente prevalente, al puro laicismo, alla
semplice
suddivisione rigida fra ciò che è Stato e cio'
che è Chiesa.
Occorre una nuova mediazione, che rafforzi il
contenuto laico di
garanzia della Stato, ma che sia capace di
includere anche le nuove e
rilevanti presenze confessionali, talvolta
certamente non meno
aggressive e problematiche di quella cattolica
dell'epoca di
Ratzinger.
Non è una questione solo di prospettiva.
Influisce anche sulla
valutazione delle implicazioni del Referendum.
Le principali Chiese ed organizzazioni ecclesiali
non cattoliche, che
presentano una grane varietà di posizioni etiche,
si sono divise fra
la comune denuncia dell'invadenza cattolica e la
tentazione di
ritrarsi dallo scontro di allontanarsi ancora di
più dalla sfera
pubblica.
La prima cosa è, a mio avviso, del tutto
giustificata ma potrebbe
portare a nuovi conflitti e divisioni
confessionali nel nostro paese,
la seconda è assai negativa e si somma , non si
sottrae, al
protagonismo sui fondamentali dell'episcopato
cattolico
nell'indebolire la possibilità della politica
pubblica di favorire la
fattiva e collaborativa convivenza fra diversi .
La parte laica e particolarmente la sinistra può
dare un contributo
per affrontare il problema, ponendo, anche con i
propri atteggiamenti
in queste ore, qualche base per un discorso che
in futuro sarà di
necessità sempre più ampio.
Presentiamo alcuni punti di orientamento.
1)Non si può delegare il contenuto etico alle
religioni, la loro
pluralità non lo consente e non lo consente
l'accelerarsi delle
identità a fronte della perdita di contenuti
comuni prevalenti.
2) Non potrà e non dovrà essere la politica a
supplire, elaborando
proprie etiche fondamentali. Tentazione che oggi
sembra lontanissima
ma potrebbe tornare a galla, a fronte
dell'offensiva integralista.
3) Occorrono luoghi e momenti di confronto, nella
società, ma anche
nelle istituzioni. Luoghi sostenuti da una
volontà di rispetto per l'
uguaglianza dei cittadini e dei loro percorsi che
solo la dimensione
pubblica può garantire. E' in questa garanzia,
che deve essere
affermata con chiarezza senza alcun cedimento,
attivamente con la
promozione sociale e istituzionale -ripeto- del
dialogo,che si può
identificare un compito primario della politica
oggi.
4) A questi luoghi andrà affidato una sorta di
lavoro preparatorio
per risposte pubbliche su temi come la bioetica,
ma anche
l'educazione, il rapporto fra calendario
personale e calendario
sociale, fra festa e lavoro, fra dovere civico e
libertà personale.
Carlo Flamigni parla da anni, con intelligenza e
lungimiranza, della
necessità di creare "isole dove confrontarsi fra
stranieri morali".
Intendo esattamente questo. Non si potrà restare
solo sulla retrovia
del confronto intellettuale, occorrerà arrivare
alla frontiera di
nuove mediazioni istituzionali
Cominciamo dal Referendum. Niente guerre, evitare
toni di generico
antioscurantismo, ma preannunciare che comunque
vada, e deve andare
bene, per il Sì, per `interesse generale, non si
scantonerà più, non
si metteranno più ai margini questioni così
rilevanti per poter
vivere assieme.
Servono "compromessi" per garantire un futuro
comune, non più silenzi
per raccogliere consenso.
Da "Il domani" 10 Giugno 2005
6.01.2005
Riceviamo e pubblichiamo il testo della commerorazione che Aldo Tortorella ha svolto, nella residenza della Provincia di Bologna, in ricordo di Aldo D'Alfonso.
E' sempre dolorosa la scomparsa di chi ci è caro. Ma lo è tanto di più quando essa ci sorprende inattesa come è accaduto per Aldo D'Alfonso, amico e compagno carissimo. In un dialogo con se stesso che chiude il suo ultimo libro ci aveva fatto sapere com'egli si fosse interiormente preparato in serenità a quest'ultimo passo. Ma non eravamo preparati noi che lo abbiamo avuto fino all'ultimo vigile e arguto partecipe di questa comune impresa - l'Associazione per il Rinnovamento della Sinistra - in cui siamo venuti rinnovando se non la sinistra - come volevamo e vogliamo - almeno la comune passione per una politica che non recidesse le proprie profonde radici e soprattutto ricordasse le sue più autentiche motivazioni. E non erano preparati i compagni del suo partito che proprio qualche giorno fa lo avevano eletto alla responsabilità dell'organo di garanzia dei Democratici di sinistra dell'Emilia.
Molto è stato fatto perché si cancellasse la memoria storica o, peggio, per modificare, alterare, stravolgere le vicende del passato. Si è fatto di tutto perché la parola "comunista" e la parola "partigiano" assumessero un suono poco rassicurante o addirittura pauroso, alla pari, se non peggio, di quelli che furono chiamati i "ragazzi di Salò". Molto è stato detto e scritto per far apparire tutti coloro che vollero chiamarsi comunisti come identici tra loro, mentre identici non erano e talora erano opposti ad altri come accadde per gli italiani. E quelli che si chiamarono i "funzionari del PCI" furono ampiamente descritti come minacciosi burocrati. Ma ecco Aldo D'Alfonso, figlio della borghesia colta napoletana, destinato ad una tranquilla carriera, che scappa dall'accademia militare occupata dai tedeschi e si fa, appunto, comunista e partigiano "alla scuola" - come si diceva una volta - dei minatori dell'Amiata che lo investono del titolo di "compagno", e di lui istintivamente si fidano affidandogli un gruppo partigiano perché - come allievo ufficiale - si pensa che possa guidarlo.
E' così, senza enfasi retoriche, che Aldo ci racconta la svolta della sua vita che lo fa da signorino napoletano qual’era, militante della Resistenza, militante e dirigente comunista: "Quasi per caso" e quasi obbedendo a un comando che "nessuno gli aveva dato", racconta D'Alfonso guardando con affettuosa ironia quel ragazzo non ancora ventenne che, come accadde ad altri, si trova a compiere un'impresa più grande di lui. E' in questo modo sorridente che egli ha sviluppato le sue doti di giornalista e scrittore e, soprattutto, ha esercitato la sua funzione di dirigente da una "poltrona di seconda fila" come ha voluto scrivere ma in realtà nella primissima fila di tanti incarichi difficili e prestigiosi, dalla segreteria regionale della più grande organizzazione dei comunisti italiani - quella della Emilia Romagna - alle molteplici funzioni di organizzazione della cultura - anche come assessore della vostra amministrazione provinciale - in cui tante volte l'ho incontrato, apprendendone le doti di conoscenza, di passione e di umanità.
Era uno di quei napoletani signori nell'anima e non solo per nascita che Eduardo De Filippo fece conoscere all'Italia. E proprio come tale seppe divenire militante e dirigente comunista, compagno volta a volta dei braccianti siciliani, degli operai di Torino, dei minatori maremmani, e infine compagno vostro, di voi costruttori - come sono stati i comunisti emiliani - di quella che è stata una delle esperienze più importanti di un modo nuovo di far vivere la democrazia e gli ideali socialisti nella concreta esperienza del governo delle città, delle provincie, della regione.
Lo spirito unitario, la concretezza del fare e la capacità di riflettere: erano queste le doti che si richiedevano e non solo la disciplina e lo spirito di appartenenza. E queste doti seppe mostrare D'Alfonso, come dirigente e come scrittore. Era un polemista e un combattente: ma privo di faziosità sicché fu lui, comunista, che difese nel Consiglio nazionale dell'Ordine dei Giornalisti, Guido Gonnella, democratico cristiano conservatore, dalla stupida e ingiusta accusa di fascismo.
Era difficile il lavoro del dirigente politico: e spesso lo si confondeva con la musoneria, che può al limite, trasformarsi in arroganza. D'Alfonso era all'opposto: e ce lo ricorda narrandoci la vicenda di una allegra bevuta tra i massimi responsabili di una difficile - e poi famosa - manifestazione partigiana - una bevuta che servì a spezzare l'ansia e la tensione. Egli rivendica - giustamente - il ruolo della cordialità e dell'autoironia nel fare politica, anche nei momenti più difficili, e ne dette l'esempio.
Ma la dolcezza e il sorriso, il suo tratto garbato e gentile non potevano e non possono essere confusi con l'arrendevolezza. Quando egli giudicò che si dovesse dire di "no" alla maggioranza del proprio partito egli seppe farlo con spirito unitario e con motivata consapevolezza, assumendo e mantenendo anche all'opposizione di chi aveva assunto la direzione una piena capacità critica e costruttiva. Egli non veniva da una storia di partito vicina ai compagni, come Ingrao, più inclini a posizioni che venivano chiamate "di sinistra". Egli era piuttosto tradizionalmente convinto di quella linea che troverà la sua espressione massima nel "compromesso storico". Ma questo non solo non gli impedì, ma lo indusse, lungi da ogni forma di nostalgia, a temere ciò che gli parvero delle improvvisazioni o degli azzardi, quando l'innovazione necessaria pareva a lui, come ad altri di noi, un più meditato giudizio.
Noi ricorderemo ad un tempo la sua pacata passione e la sua non esibita fermezza, il tratto della sua umanità cortese e della sua intelligente dolcezza. La moglie Piera , la figlia Liana, la nipote Eleonora hanno da essere fiere di aver avuto un marito, un padre, un nonno come è stato Aldo D'Alfonso.
Insieme ne custodiremo il ricordo e la lezione politica e umana.
E' sempre dolorosa la scomparsa di chi ci è caro. Ma lo è tanto di più quando essa ci sorprende inattesa come è accaduto per Aldo D'Alfonso, amico e compagno carissimo. In un dialogo con se stesso che chiude il suo ultimo libro ci aveva fatto sapere com'egli si fosse interiormente preparato in serenità a quest'ultimo passo. Ma non eravamo preparati noi che lo abbiamo avuto fino all'ultimo vigile e arguto partecipe di questa comune impresa - l'Associazione per il Rinnovamento della Sinistra - in cui siamo venuti rinnovando se non la sinistra - come volevamo e vogliamo - almeno la comune passione per una politica che non recidesse le proprie profonde radici e soprattutto ricordasse le sue più autentiche motivazioni. E non erano preparati i compagni del suo partito che proprio qualche giorno fa lo avevano eletto alla responsabilità dell'organo di garanzia dei Democratici di sinistra dell'Emilia.
Molto è stato fatto perché si cancellasse la memoria storica o, peggio, per modificare, alterare, stravolgere le vicende del passato. Si è fatto di tutto perché la parola "comunista" e la parola "partigiano" assumessero un suono poco rassicurante o addirittura pauroso, alla pari, se non peggio, di quelli che furono chiamati i "ragazzi di Salò". Molto è stato detto e scritto per far apparire tutti coloro che vollero chiamarsi comunisti come identici tra loro, mentre identici non erano e talora erano opposti ad altri come accadde per gli italiani. E quelli che si chiamarono i "funzionari del PCI" furono ampiamente descritti come minacciosi burocrati. Ma ecco Aldo D'Alfonso, figlio della borghesia colta napoletana, destinato ad una tranquilla carriera, che scappa dall'accademia militare occupata dai tedeschi e si fa, appunto, comunista e partigiano "alla scuola" - come si diceva una volta - dei minatori dell'Amiata che lo investono del titolo di "compagno", e di lui istintivamente si fidano affidandogli un gruppo partigiano perché - come allievo ufficiale - si pensa che possa guidarlo.
E' così, senza enfasi retoriche, che Aldo ci racconta la svolta della sua vita che lo fa da signorino napoletano qual’era, militante della Resistenza, militante e dirigente comunista: "Quasi per caso" e quasi obbedendo a un comando che "nessuno gli aveva dato", racconta D'Alfonso guardando con affettuosa ironia quel ragazzo non ancora ventenne che, come accadde ad altri, si trova a compiere un'impresa più grande di lui. E' in questo modo sorridente che egli ha sviluppato le sue doti di giornalista e scrittore e, soprattutto, ha esercitato la sua funzione di dirigente da una "poltrona di seconda fila" come ha voluto scrivere ma in realtà nella primissima fila di tanti incarichi difficili e prestigiosi, dalla segreteria regionale della più grande organizzazione dei comunisti italiani - quella della Emilia Romagna - alle molteplici funzioni di organizzazione della cultura - anche come assessore della vostra amministrazione provinciale - in cui tante volte l'ho incontrato, apprendendone le doti di conoscenza, di passione e di umanità.
Era uno di quei napoletani signori nell'anima e non solo per nascita che Eduardo De Filippo fece conoscere all'Italia. E proprio come tale seppe divenire militante e dirigente comunista, compagno volta a volta dei braccianti siciliani, degli operai di Torino, dei minatori maremmani, e infine compagno vostro, di voi costruttori - come sono stati i comunisti emiliani - di quella che è stata una delle esperienze più importanti di un modo nuovo di far vivere la democrazia e gli ideali socialisti nella concreta esperienza del governo delle città, delle provincie, della regione.
Lo spirito unitario, la concretezza del fare e la capacità di riflettere: erano queste le doti che si richiedevano e non solo la disciplina e lo spirito di appartenenza. E queste doti seppe mostrare D'Alfonso, come dirigente e come scrittore. Era un polemista e un combattente: ma privo di faziosità sicché fu lui, comunista, che difese nel Consiglio nazionale dell'Ordine dei Giornalisti, Guido Gonnella, democratico cristiano conservatore, dalla stupida e ingiusta accusa di fascismo.
Era difficile il lavoro del dirigente politico: e spesso lo si confondeva con la musoneria, che può al limite, trasformarsi in arroganza. D'Alfonso era all'opposto: e ce lo ricorda narrandoci la vicenda di una allegra bevuta tra i massimi responsabili di una difficile - e poi famosa - manifestazione partigiana - una bevuta che servì a spezzare l'ansia e la tensione. Egli rivendica - giustamente - il ruolo della cordialità e dell'autoironia nel fare politica, anche nei momenti più difficili, e ne dette l'esempio.
Ma la dolcezza e il sorriso, il suo tratto garbato e gentile non potevano e non possono essere confusi con l'arrendevolezza. Quando egli giudicò che si dovesse dire di "no" alla maggioranza del proprio partito egli seppe farlo con spirito unitario e con motivata consapevolezza, assumendo e mantenendo anche all'opposizione di chi aveva assunto la direzione una piena capacità critica e costruttiva. Egli non veniva da una storia di partito vicina ai compagni, come Ingrao, più inclini a posizioni che venivano chiamate "di sinistra". Egli era piuttosto tradizionalmente convinto di quella linea che troverà la sua espressione massima nel "compromesso storico". Ma questo non solo non gli impedì, ma lo indusse, lungi da ogni forma di nostalgia, a temere ciò che gli parvero delle improvvisazioni o degli azzardi, quando l'innovazione necessaria pareva a lui, come ad altri di noi, un più meditato giudizio.
Noi ricorderemo ad un tempo la sua pacata passione e la sua non esibita fermezza, il tratto della sua umanità cortese e della sua intelligente dolcezza. La moglie Piera , la figlia Liana, la nipote Eleonora hanno da essere fiere di aver avuto un marito, un padre, un nonno come è stato Aldo D'Alfonso.
Insieme ne custodiremo il ricordo e la lezione politica e umana.