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5.31.2005

PER LA CRESCITA E LA QUALITA’ DELL’UNIVERSITA’ ITALIANA

Proposte dell’Ulivo per la fine legislatura



La domanda di formazione superiore e di ricerca innovativa è in crescita. Emerge una nuova motivazione dei giovani verso gli studi universitari (+20% di immatricolazioni)che andrebbe coltivata come una piantina preziosa. Le imprese e gli enti pubblici, da parte loro, cercano intensamente innovazione e dunque ricerca. Proprio quando l’aumento della domanda avrebbe potuto generare sviluppo del sistema universitario, sono state fatte mancare le risorse per adeguare l’offerta. La legislatura volge al termine senza che sia stato risolto alcun problema dell’università. Si sono viste solo norme improvvisate, tagli ai finanziamenti, blocco delle assunzioni, rilancio del centralismo.
L'opposizione denuncia ancora una volta questo stato di cose, ma non gioisce della paralisi decisionale. Preoccupata della situazione dell’università italiana, rivolge responsabilmente al Governo e alla sua maggioranza un’ultima proposta: abbandonare il sempre più contorto e penalizzante disegno di legge sullo stato giuridico e utilizzare l’ultimo anno della legislatura per alcune importanti priorità, approvando provvedimenti utili alla crescita e alla qualità dell'università .
Indichiamo quattro priorità, rinviando, per una visione più ampia dei problemi ad altre nostre proposte già presentatete in via di elaborazione.

1. Riaprire ai giovani le porte della docenza universitaria.
C’è un urgente bisogno di professori universitari che insegnino e facciano ricerca con grande libertà soprattutto nel decennio più produttivo della vita intellettuale, quello tra i trenta e i quarant'anni, invece che stazionare in posizioni incerte e subalterne. Con un'età media dei professori ben oltre i cinquant'anni, la nostra università ha sempre meno spinta e dà sempre meno spinta al Paese.
Il rallentamento delle assunzioni dei ricercatori e il successivo blocco fanno rischiare la scomparsa di interi filoni del sapere. I professori più esperti non trovano più giovani ai quali trasmettere prestigiose tradizioni di ricerca. La dialettica generazionale è una forza decisiva per lo sviluppo della conoscenza e per l’apertura di nuove strade di ricerca. Quando viene a mancare, il sistema langue. Occorre cambiare rotta.

Proponiamo:
- il varo urgente di un programma straordinario di assunzioni di giovani professori/ricercatori, oltre il turn over, da selezionare con rigorosi criteri di merito; sostegno alle borse di studio e aumento dei dottorati di ricerca;
- l’immediato superamento dell'ibrida situazione degli attuali ricercatori universitari, che garantiscono la funzionalità della didattica oltre che della ricerca, mediante l’istituzione della terza fascia docente. E’ una soluzione ormai a portata di mano, che sgombrerebbe anche la strada verso un nuovo stato giuridico per tutta la docenza universitaria.
2. Realizzare subito il sistema nazionale di valutazione.
L’Italia deve dotarsi di un moderno sistema di valutazione, che consenta di evidenziare e incentivare i settori di qualità e di riqualificare quelli più deboli. Va incentivata l’autovalutazione degli atenei, mentre la valutazione esterna deve essere assolutamente indipendente ed avvenire secondo consolidate procedure internazionali.
Proponiamo l’immediata attuazione della norma, proposta dall’opposizione e già approvata dalla VII Commissione della Camera, che prevede l’istituzione di un’ Authority nazionale per la valutazione - a livello dei singoli e delle strutture- della qualità delle attività universitarie (didattica, ricerca, funzionamento degli atenei e del Ministero), con chiare caratteristiche di indipendenza e terzietà rispetto sia al Governo che alle università, dotata di personale tecnicamente preparato e di adeguate disponibilità finanziarie.
L’attività dell'Autorità giocherà da fattore regolativo delle politiche universitarie, comprese quelle di reclutamento e assunzione, ma occorreranno alcuni anni. Nel frattempo non si può rimanere indifferenti davanti alla vasta sfiducia che colpisce i concorsi universitari, indebolendo l’intero sistema universitario rispetto all’opinione pubblica. Non esiste una ricetta magica che eviti le eventuali patologie. Meno che mai il ritorno a procedure già sperimentate in passato senza successo.
Proponiamo di apportare subito significativi miglioramenti all’attuale legge sui concorsi locali, prevedendo che ciascun settore scientifico-disciplinare elegga ogni due anni una lista di “commissari nazionali” (con opportune regole di non immediata rieleggibilità) e che la commissione di ciascun concorso sia formata semplicemente sorteggiando cinque “commissari nazionali”, con esclusione dei docenti dell’ateneo interessato. Alcuni vantaggi: omogeneità di giudizio nel biennio, imprevedibilità della composizione della commissione, responsabilizzazione della comunità disciplinare. La commissione dovrebbe inoltre essere obbligata a raccogliere sui candidati giudizi anonimi, anche comparativi, di referee stranieri e a tenerne conto nella selezione del candidato più meritevole.
3. Rilanciare la ricerca libera
Per fare una buona università occorre dare impulso all’attività di ricerca. In tutti i campi, nessuno escluso, perché l’avanzamento della conoscenza si nutre del contributo di tutte le discipline. La storia insegna che la curiosità del ricercatore e la sua libertà di azione sono, senza eccezioni, i fattori fondamentali di successo e che non si può avere ricerca applicata per l’innovazione, anche industriale, senza uno sviluppo sistematico e diffuso della ricerca libera.
Negli ultimi anni sono diminuiti drasticamente i finanziamenti per la ricerca universitaria liberamente proposta in tutti i campi, attraverso i Progetti di ricerca di interesse nazionale (PRIN), tanto che quasi metà dei progetti presentati rimane senza alcun finanziamento, con risultati disastrosi sulla stessa sopravvivenza di gruppi universitari di ricerca.
Proponiamo l’immediato aumento del finanziamento annuale dei PRIN. Inoltre, per migliorare il trasferimento tecnologico, ribadiamo la necessità di defiscalizzare le attività di ricerca svolte congiuntamente da università e imprese.
4. Completare l’assetto autonomistico delle università.
Troppe leggi e leggine regolano la vita universitaria italiana, stratificandosi confusamente da oltre settant’anni. Recenti atti governativi hanno rilanciato il ruolo del centralismo ministeriale, rimettendo in discussione l'autonomia degli atenei.
Proponiamo di riprendere e portare a compimento l’autonomia delle università, mediante una normativa quadro essenziale sui principi regolatori dell’autonomia, in forma eventualmente di un Testo Unico, che abroghi le norme che imbrigliano il sistema soffocandone l’autonomo dispiegamento, riduca drasticamente la burocrazia e deleghi alle singole università tutte le competenze che non attengono alla definizione degli obiettivi strategici del sistema.

Acciarini, Bimbi, Colasio, Franco,
Grignaffini, Martella, Modica, Sasso,
Tessitore, Tocci, Villetti

Riceviamo dal Cidi di Forlì il testo dell'intervento del Giudice Carlo Sorgi sul tema "Educare alla Costituzione".
L'intervento è stato svolto durante una conferenza che è parte di un ciclo promosso dalle principali realtà associative democratiche della città romagnola.
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Educare alla legalità per costruire cittadinanza
di CARLO SORGI

Introduzione

“L’educazione dei cittadini al rispetto della legalità è compito di tutti: diffondere la nostra Costituzione nelle scuole è il miglior modo di affermare i valori della democrazia. L’eguaglianza e la giustizia, i diritti inviolabili dell’uomo, i doveri di solidarietà sono i fondamenti di una cittadinanza autentica, libera, condivisa e partecipe”. Questa frase del nostro Presidente Carlo Azeglio Ciampi costituisce la sintesi dello sforzo che si intende compiere con il nostro progetto “A scuola di Costituzione ”.
Sono particolarmente orgoglioso di parlare ad un uditorio prevalentemente di insegnanti perché, lo dico senza enfasi, ritengo che il grado di civiltà di un popolo si misuri dalla scuola che ha. Non possiamo lasciare gli insegnanti soli nel loro compito fondamentale di formare i nuovi cittadini, dobbiamo aiutarli come genitori e come cittadini, ognuno secondo le proprie competenze.
Spero che questo colloquio possa essere utile per quello che sarà il lavoro in prospettiva con gli studenti.

Il decalogo contro l’apatia politica

Nel suo intervento al recente convegno nazionale del CIDI (vedi “La Repubblica”, 4 e 8 marzo 2005) intitolato significativamente: ”una scuola per la cultura, il lavoro, la democrazia” Gustavo Zagrebelsky, già Presidente della Corte Costituzionale, parlava di un decalogo contro l’apatia politica. Indicava dieci punti da tenere presenti per la formazione:
- la fede in qualcosa che vale (la democrazia deve credere in sé stessa, per il resto essere relativistica);
- la cura delle individualità personali (contro l’appiattimento e la massificazione);
- lo spirito del dialogo;
- lo spirito dell’uguaglianza (ricordando l’isonomia, la più dolce delle parole, cioè l’uguaglianza delle leggi);
- il rispetto delle identità diverse (la cittadinanza uguale per tutti);
- la diffidenza verso le decisioni irrimediabili (con il portato della contrarietà alla pena di morte ed alla guerra nella loro irrimediabilità);
- l’atteggiamento sperimentale (raccomandando il superamento dell’astrattezza per l’istituzione scolastica);
- coscienza di maggioranza e di minoranza (ritenendo terroristica la massima vox populi, vox dei);
- l’atteggiamento altruistico (con la conseguente tendenza solidaristica);
- la cura delle parole (come numero, ricordando la scuola di Barbiana, e come qualità .
Questi principi così chiari servono per indicare i caratteri peculiari per essere fedeli allo spirito della nostra Costituzione, cioè di quella che Hans Kelsen, il padre della filosofia del diritto, avrebbe chiamato la “Grundnorm”, cioè la norma fondamentale, il criterio finale di validità dell’ordinamento.
Iniziamo, allora, dall’esame delle parole e proviamo a definire il concetto di legalità.

Definizione di legalità

Ho cercato di trovare nei testi fondamentali del diritto una definizione del termine legalità, ma quella che mi è sembrata la più precisa, al tempo stesso antica ed attuale, è quella che fornisce Norberto Bobbio nel “Dizionario della Politica” del 1976. Leggiamone alcuni passi: ”Nel linguaggio politico per legalità si intende un attributo e un requisito del potere per cui si dice che un potere è legale o agisce legalmente o ha carattere di legalità quando viene esercitato nell’ambito o in conformità delle leggi stabilite o comunque accettate. … Nonostante il principio di legalità sia considerato uno dei cardini dello stato costituzionale moderno esso è antico e si ricollega all’ideale greco della isonomia, cioè dell’eguaglianza di fronte alle leggi…dove governano le leggi, ivi è il regno della giustizia; dove governano gli uomini ivi è il regno dell’arbitrio. … Come tutte le idee cardine della teoria politica anche il principio di legalità non è un’idea semplice. Se ne possono distinguere almeno tre significati. Il primo è quello tra legge e principe: a questo livello governo della legge significa che il principe non è mai legibus solutus e pertanto deve governare in conformità delle leggi che gli sono superiori. Il secondo livello è quello tra principe e sudditi ed in questo senso legittimità vuole dire che i governanti debbono esercitare il loro potere soltanto mediante l’emanazione di leggi generali ed astratte. Il terzo livello è quello relativo all’applicazione delle leggi al caso singolo ed in questo senso legalità vuole dire che i giudici non decidono secondo equità ma in base a prescrizioni stabilite in forma di norme legislative. … l’importanza del principio di legalità sta nel fatto che esso assicura i due valori fondamentali nella cui realizzazione consiste la funzione del diritto, il valore della certezza ed il valore dell’eguaglianza”.
Una volta chiarito il concetto stesso di legalità passiamo a verificare come attuarlo in concreto per la formazione di un moderno Stato di diritto. Perché si possa parlare di questa istituzione, almeno da Montesquieu in poi, cioè tendenzialmente dall’illuminismo e dalla rivoluzione francese, non può non parlarsi della teoria della divisione dei poteri. Questione antica e, al tempo stesso, attualissima.

La divisione dei poteri: poteri politici e poteri di “garanzia”

Quello della divisione dei poteri costituisce un momento fondamentale per la comprensione dell’attuale equilibrio istituzionale e, con l’aiuto di un recente e chiarissimo articolo dell’ex Presidente della Corte Costituzionale Valerio Onida (V. Onida, Costituzione e garanzia dei diritti, separazione dei poteri, in Questione Giustizia, 1/2005, pag. 1 ), cercherò di sintetizzarlo.
La divisione, o separazione, dei poteri e cioè il rapporto tra il chi era chiamato a deliberare le leggi e chi era chiamato ad applicarle ha visto in seguito attenuarsi, se non perdersi del tutto, questo significato. L’espansione del principio democratico ha ricondotto ad un’unica fonte di legittimazione i poteri legislativo ed esecutivo. Oggi può dirsi che il vero significato costituzionale del principio di separazione dei poteri consiste nella separazione e nella reciproca indipendenza fra poteri di governo o politici da un lato, poteri di garanzia dall’altro.
Alla distinzione dei relativi ruoli corrisponde una netta differenziazione quanto a fonte di legittimazione. I primi, poteri politici, rispondono al criterio di legittimazione democratico-elettivo, caratterizzato dalle regole della maggioranza; i secondi, i poteri di garanzia, trovano la loro fonte di legittimazione nei compiti ad essi affidati di salvaguardia dei diritti e delle regole costituite, e nei requisiti di competenza e indipendenza che essi debbono possedere.
Gli apparati di tipo giurisdizionale sono per lo più privi di legittimazione democratica: la fonte e la ragione del loro potere non sta nella volontà della maggioranza elettorale o parlamentare ma, al contrario, nel ruolo ad essi affidato di assicurare con competenza e indipendenza il rispetto dei limiti frapposti ai poteri politici, a garanzia dei diritti di tutti e dell’osservanza delle regole.
La democrazia esige che il sistema rappresentativo e la regola della maggioranza si fermino e cedano il campo là dove si tratta di poteri di garanzia, il cui compito è proprio quello di salvaguardare i limiti costituzionali al potere della maggioranza. Se pensiamo alla famosa “legge truffa” (quella che nel 1952 doveva garantire un premio di maggioranza alla coalizione centrista) è facile ritenere che con la Corte Costituzionale avrebbe avuto vita breve. La garanzia dei diritti richiede, infatti, di essere affidata a soggetti e procedure nettamente distinti da quelli in cui si esprime il potere democratico della maggioranza, e da essi indipendenti.
Svilire, dunque, il ruolo dei poteri di garanzia in quanto non legittimati democraticamente vuole dire non comprendere il meccanismo costituzionale che non si basa sulla concezione assoluta della sovranità popolare, ma piuttosto sull’idea della sovranità che si esercita non solo nelle forme ma anche nei limiti della Costituzione stessa. (art. 1, comma II° “La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione“). Delegittimare la magistratura è anche questo un grave pericolo proprio per il discorso degli equilibri che potrebbero essere messi in crisi con tali operazioni, a meno di non avere come fine proprio il superamento di tali equilibri.
Quindi poteri politici e poteri di garanzia sono entrambi necessari, sullo stesso piano, per il funzionamento della democrazia costituzionale.
Naturalmente tra poteri politici e poteri di garanzia possono manifestarsi forme di fisiologica tensione. Si tratta di poteri destinati a confrontarsi più che a collaborare: quello che non può mancare è il reciproco rispetto e la reciproca lealtà.
L’elemento fondamentale per giudicare della salute di un sistema, in un regime di divisione dei poteri, è appunto l’equilibrio, nel senso cioè che ciascuno dei due sottosistemi eviti o riduca al minimo i rischi di violazione dei propri confini, cioè i rischi di cedere alla tentazione di onnipotenza.
I poteri politici non dovrebbero mai dimenticare di operare in un quadro che ha dei confini e dei limiti a guardia dei quali stanno i poteri di garanzia.
A loro volta i poteri di garanzia non dovrebbero mai cedere alla tentazione di sostituire le proprie valutazioni di opportunità a quelle espresse nelle decisioni politiche invadendo il campo delle scelte legislative o amministrative.
In ogni caso il rimedio alle eventuali esorbitanze dei poteri di garanzia non può stare nell’indebolirne la funzione o nel ridurne l’indipendenza quanto, piuttosto, nelle stesse potenzialità interne dei sistemi di garanzia affidati ad una pluralità di organi e di istanze, secondo lo schema del potere diffuso e nello strumento del conflitto di attribuzioni, vera e propria valvola di chiusura del sistema dei poteri azionabile davanti alla Corte Costituzionale, esso stesso organo di garanzia.

La “crisi” della giustizia in Italia

La mia funzione di magistrato mi impone un approfondimento di quell’apparato di garanzia costituito dalla magistratura. Affronterò brevemente il tema della crisi della giustizia, da valutare come momento di difficoltà nell’equilibrio dei poteri che il nostro ordinamento prevede.
Il dato saliente che balza davanti agli occhi di tutti è l’inefficienza della giustizia, con processi che appaiono destinati a durare tempi biblici.
Ecco alcune riflessioni al riguardo che non mettono, per altro, in discussione il dato appena rilevato.
In primo luogo occorre avere presente che è sempre stato così: la giustizia è sempre stata lenta. Basta leggere un gustoso brano di un famoso testo del Calamandrei (P. Calamandrei, Elogio del giudice scritto da un avvocato, Ponte alle grazie, 2001, pag. 153) per avere la conferma. L’autore, insigne giurista della metà dello scorso secolo, nel suo libro “elogio del giudice” racconta di un contadino toscano che, negli anni quaranta circa, si rivolge a lui in qualità di avvocato per una causa che in primo grado era già durata sei anni: ”Egli, con sorriso bonario e rassegnato– scrive Calamandrei – mi disse: Sor avvocato, a questa causa mi ci sono affezionato. La metto nelle sue mani. Vede, l’ha sei anni: l’è digià grandina. La si può cominciare a mandare a scuola”.
Quindi la verità è che i processi sono sempre durati un’eternità. Ma allora cosa è cambiato che ha reso la società sempre più sensibile alla disfunzione dell’apparato giudiziario? È cambiato il numero dei processi, che si è decuplicato. Pensiamo oggi alle separazioni e ai divorzi o ai processi previdenziali oppure alla superfetazione del sistema penale. Una volta se i medici mi operavano male pensavo “almeno ho salvato la pelle”, oggi la prima cosa che faccio è andare dall’avvocato. Proprio questa figura professionale è, presumibilmente, alla base del grande “successo“ della giustizia, insieme con la naturale evoluzione dovuta all’aumentata complessità del vivere civile. Pensiamo che in Italia abbiamo circa 150.000 avvocati, il doppio che in Francia, con un aumento che è paragonabile, significativamente, soltanto all’aumento del numero dei processi.
Rimane il fatto che i processi sono di una lentezza estrema e che rispetto al resto dell’Europa siamo oramai ad una situazione insostenibile.
Le soluzioni possibili sono molteplici e tutte sostanzialmente praticabili con la buona volontà. Predisporre filtri conciliativi efficaci, ridurre il numero dei gradi del giudizio, prevedere sanzioni processuali rilevanti in caso di strumentalità nelle impugnazioni, prevedere controlli efficaci sulla produttività dei magistrati, oggi praticamente inesistenti.
Eppure oggi tutte le proposte di riforma relative all’ordinamento giudiziario non mirano in alcun modo ad aumentare l’efficienza della magistratura, ma esclusivamente a ridurne gli spazi di indipendenza: soluzione assolutamente grave per un potere di controllo che deve essere indipendente. Secondo il Professor Carlo Guarnieri, esperto di sistemi giudiziari comparati e certamente non tacciabile di parzialità, “Quanto alle proposte di riforma dell’Ordinamento Giudiziario attualmente in discussione, definirle deludenti è il meno che si possa dire”. (C. Guarnieri, Giustizia e Politica, 2003, Il Mulino, Bologna, pag. 190).
Non è inutile ricordare, per altro, che di riforma di ordinamento giudiziario, con selezioni di merito e separazioni delle carriere, parlava già il piano di rinascita democratica del venerabile Licio Gelli, che gode del diritto d’autore circa la proposta di introduzione dei test psico-attitudinali per i magistrati ripresentata recentemente.
Non sembra, quindi, che le riforme mirino a migliorare l’efficienza della giustizia. Questa amara considerazione non vale solo per la legge sull’ordinamento. Pensiamo alla c.d. legge Cirielli per ridurre i termini di prescrizione, che è il meccanismo che estingue il reato dopo un certo numero di anni.
Nel 1989 in Italia il sistema inquisitorio del processo penale è stato sostituito dal sistema accusatorio di tipo americano. Presupposto per la riuscita di questo nuovo modello, sicuramente più garantista ma più dispendioso in termini di risorse umane e temporali, era la presenza di filtri efficaci: negli Usa solo il 10% dei processi affronta il dibattimento, tutti gli altri si esauriscono con patteggiamento o con riti alternativi. Perché questi riti funzionino è necessario che ci sia la certezza della pena, quindi i termini di prescrizione devono essere lunghi, altrimenti tutti mirerebbero ad allungare il più possibile il processo per fare prescrivere il reato. Oggi in Italia, constatato il fallimento del processo accusatorio per il mancato funzionamento dei filtri, i termini di prescrizione invece di essere aumentati vengono ridotti. Per una volta anche gli avvocati hanno concordato con i giudici sull’inopportunità della decisione.

Sistema del lavoro e mercato del lavoro

La mia funzione specifica di giudice del lavoro mi consente di passare agilmente ad un altro tema che ritengo centrale, se parliamo di scuola pensando al momento in cui tutti i vostri studenti termineranno gli studi.
Uno dei motivi di disaffezione rispetto all’istituzione scolastica credo sia rappresentato dal fatto che i giovani vedono nella scuola uno strumento di scarsa utilità in vista di un loro futuro e sempre più problematico inserimento nel mercato del lavoro. Quanto poi al fenomeno della precarizzazione del lavoro, con tutto quello che comporta in termini di costi umani, credo che sia perfettamente a conoscenza dei giovani, sempre più demotivati con tali prospettive. In tema di costi umani della così detta flessibilità invito alla lettura del testo di Luciano Gallino dall’omonimo titolo (L. Gallino, Il costo umano della flessibilità, Laterza, 2001 ) che costituisce la riflessione più lucida che ho trovato sull’argomento e che può servire per comprendere lo stato d’animo di chi si accinge ad entrare nel mercato del lavoro. Da questo punto di vista l’approfondimento di tematiche lavoristiche in senso generale potrebbe costituire oltre che una manifestazione di ricerca dell’interesse anche uno stimolo per riflessioni su questo fondamentale tema, visto in tutte le sue connessioni e non solo in prospettiva meramente occupazionale e individualistica.
Il sistema del lavoro letto nel contesto del dettato costituzionale è l’esempio di come questo testo viva nel tempo e si espanda nelle contingenze favorevoli.
Il richiamo al diritto al lavoro, al rispetto della salute e della dignità del lavoratore sono principi che hanno trovato nel grande periodo delle riforme in Italia il massimo sviluppo: pensiamo allo Statuto dei lavoratori del 1970 o al nuovo processo del lavoro del 1973, per avere un’idea di come i principi costituzionali anche dopo anni hanno costituito il riferimento ideale e culturale per la grande stagione riformista del paese.
Il processo del lavoro, in particolare, costituisce un esempio di come il legislatore abbia compreso integralmente la necessità di diversificare le regole del rito per adattarle ad una situazione peculiare nella quale la caratteristica era la disparità dei contendenti. Il giudice del lavoro non parteggia, non sarebbe più un giudice, ma ha la possibilità di intervenire nel momento fondamentale della giurisdizione che è costituito dalla valutazione della prova, con poteri istruttori assolutamente sconosciuti per l’ordinario processo: un giudice attivo e presente nel processo per sollecitare le parti ed acquisire le prove ritenute indispensabili. È questo un chiaro esempio di realizzazione del principio di eguaglianza ex art. 3 della Costituzione intesa in senso sostanziale e non solo formale, che si concretizza con la presa in carico delle differenze. Oggi il processo del lavoro è considerato quasi un lusso e in molte parti del paese è soffocato dai numeri, perdendo un requisito fondamentale che è quello della celerità di giudizio. Ma il processo del lavoro, per la struttura nella fase della formazione della prova e per le caratteristiche culturali dei giudici del lavoro, costituisce il luogo naturale nel quale viene tutelata la dignità del lavoratore, in particolare nell’attuale momento di grande fragilità di tale aspetto: pensiamo alle conseguenze della flessibilità in termini di precarizzazione e poi al mobbing o al demansionamento, fenomeni che solo il giudice nel processo del lavoro è in grado di ricostruire e valutare.
Credo che un elemento fondamentale di riflessione possa essere proprio quello della dignità del lavoro e del lavoratore, pensiero strettamente connesso con il fondamento stesso della democrazia descritto mirabilmente da Zagrebelsky nell’intervento ricordato e che riguarda il rispetto per sé stessi e per gli altri. Parlare con i giovani e riflettere con loro sulla dignità della persona e sulla dignità del lavoro come fondamento di una società effettivamente democratica penso possa rappresentare un momento importante per costruire dei cittadini coscienti dei propri doveri e consapevoli dei propri diritti.

Capacità critica

Personalmente ritengo che centrale per la scuola oggi sia la necessità di sviluppare la capacità critica dei giovani. Il richiamo è al punto 2 del decalogo di Zagrebelsky “La cura delle individualità personali”. Scrive l’autore: “La democrazia è fondata sugli individui, non sulla massa. … dobbiamo vedere con preoccupazione l’appiattimento di molti livelli dell’esistenza, consumi e cultura, divertimenti e comunicazione: tutto di massa… ci si rivolge proprio alla scuola perché alimenti e non reprima caratteri e vocazioni personali delle giovani vite con cui ha a che fare”.
Il pericolo nella nostra società è rappresentato in primo luogo, anche se non esclusivamente, dalla televisione, la cattiva maestra. Scriveva Karl Popper (K. Popper, Cattiva maestra televisione, Donzelli, 1994, p.24 ) nel famoso saggio sul tema: ”la democrazia consiste nel mettere sotto controllo il potere politico. È questa la sua caratteristica essenziale. Non ci dovrebbe essere nessun potere politico incontrollato in una democrazia. Ora, è accaduto che la televisione sia diventata un potere politico colossale, potenzialmente si potrebbe dire anche il più importante di tutti, è diventata un potere troppo grande per la democrazia. Una democrazia non può esistere se non si mette sotto controllo la televisione”. In precedenza il pensiero dell’autore era ancora più categorico: ”il nucleo fondamentale dello Stato di diritto è la non violenza. Quanto più trascureremo il compito di educazione alla non violenza tanto più ci troveremo costretti ad estendere l’applicazione delle leggi penali e di dure norme restrittive nei campi dell’editoria, della televisione, della comunicazione di massa “.
Indubbiamente oggi viviamo in un contesto di “vulnerabilità cognitiva” come la definisce Giuliano da Empoli, uno studioso di comunicazione (G. da Empoli, Overdose: la società dell’informazione eccessiva, Marsilio, 2002, p.23), cioè come un contesto di pioggia di informazioni che riduce la capacità individuale di procedere ad un riesame critico delle stesse. Una società sopraffatta dall’overdose cognitiva è una società nella quale tutti i commentatori tendono ad alzare il tono della voce, proprio come ciascuno farebbe per farsi sentire in una sala affollata o in una discoteca. Accade così che tutti, compresi gli uomini politici, lancino messaggi sempre più iperbolici nel tentativo di uscire dal coro, di catturare l’attenzione del pubblico. Ritorna alla mente una vecchia canzone di Bennato, festa di piazza, dove veniva descritta con sagace spirito anticipatore per i tempi la figura del politico che per far presa sulla folla continuava a ripetere: è ora di finirla adesso basta. Questo avviene a scapito della chiarezza del messaggio. Ma solo chi ha idee interessanti da esporre può correre il rischio di essere chiaro.
Quindi una situazione caratterizzata da un eccesso informativo accompagnato da una condizione generale di confusione del messaggio vede i giovani sempre meno capaci di filtrare e più indotti a recepire prodotti preconfezionati. La scuola deve contribuire a sviluppare lo spirito critico dei giovani aiutandoli nell’operazione, certamente difficile, di discernimento di tutto quanto viene loro offerto, per avere i mezzi per formarsi una gerarchia di valori che sia diversa da quella offerta loro da Maria De Filippi.

Idiosincrasia per le regole

Parlare di leggi è parlare di regole e questo tema non incontra l’adesione immediata dei giovani. Un dato connaturale per il giovane è il rifiuto per tutto ciò che è regola, comando, imposizione.
Il sano e fisiologico ribellismo giovanile ha delle radici profonde e sostenibili: ci si opponeva all’ordine costituito che imponeva delle regole non condivise perché non accettabili in quanto portavano all’omologazione ed alla massificazione. In questo senso il rifiuto era una manifestazione di vitalità intellettuale e di capacità critica e, dunque, assolutamente positivo in sé, senza considerare le modalità nelle quali si estrinsecava che potevano non essere condivise, in particolare quelle contenenti elementi di violenza.
Ma questo fenomeno non ha niente a che vedere con un altro, dai contenuti assolutamente privi di valori, che appare oggi imperante e che vede il rifiuto della regola solo perché faticosa o anche solamente incomprensibile.
Oggi assistiamo ad una serie di regole totalmente condivisibili che necessitano esclusivamente un supporto in termini di informazione e spiegazione per essere accettate. Il pericolo di assunzione di sostanze stupefacenti per la guida, il casco sulla moto, il divieto di fumo, la cintura in macchina sono regole che ai giovani vanno spiegate nella loro valenza positiva: problema di comunicazione che si amplifica nel contesto ricordato di vulnerabilità cognitiva.
Ma una regola non può non passare come centrale e questo la scuola deve trasmettere ed è la regola del rispetto.
Dal fondamentale contenuto della democrazia che è il rispetto per la dignità propria ed altrui deve derivare la regola centrale per la convivenza civile da trasmettere alle giovani generazioni. In una società caratterizzata dall’intolleranza (negli stadi come nella televisione e massimamente nel mondo politico) è veramente difficile trasmettere un messaggio diametralmente opposto che è non solo di tolleranza, che è concetto troppo ridotto per una democrazia (l’assolutismo quando si ammorbidisce può parlare di tolleranza, non la democrazia, dice Zabrebelsky), ma di rispetto e di cittadinanza uguale per tutti.
In questo senso la palestra scolastica con la presenza sempre più significativa di culture diverse deve essere fondamentale: ci avviamo verso una società multirazziale della quale, tra l’altro abbiamo bisogno per vincere le sfide della globalizzazione e del terrorismo. Se questa nuova società non sarà basata essenzialmente sul principio del rispetto reciproco avremo solo un supermercato di forza-lavoro in casa propria in breve tempo totalmente inutile (e sarebbe il frutto peggiore della globalizzazione) ed un ulteriore incentivo allo scontro tra culture ( che è l’humus nel quale si genera il terrorismo internazionale ).
Ecco perché è assolutamente indispensabile che la scuola si faccia carico della trasmissione dei contenuti fondamentali della democrazia.

Resistenza e Costituzione

Tra pochi giorni ci sarà il sessantesimo anniversario della liberazione e ci si potrebbe chiedere quali connessioni siano rinvenibili tra la resistenza e la nostra carta fondamentale.
In un suo articolo dedicato proprio alle origini della Costituzione Norberto Bobbio (N. Bobbio, Dal fascismo alla democrazia, Origini e caratteri della Costituzione, Baldini e Castaldi, 1997, p.66) ci proponeva la seguente riflessione:” Il testo costituzionale venne approvato con 453 voti favorevoli e 62 contrari. Una maggioranza di tali dimensioni non può essere raggiunta se non attraverso una lenta opera di persuasione reciproca, di concessioni di una parte all’altra, di accordi tattici, tanto più che le varie parti erano ideologicamente lontanissime le une dalle altre. Come da questo coacervo di forze sia venuto fuori un testo unitario quasi ad unanimità sarebbe difficile spiegare, se non ci si rendesse conto che essi avevano in comune almeno un’idea, non soltanto negativa, l’antifascismo, ma positiva. Questa idea comune era la democrazia intesa come un insieme di principi, di regole, di istituti, che permettono la più ampia partecipazione dei cittadini alla cosa pubblica e quindi il più ampio controllo dei poteri dello stato. Se di una ideologia della resistenza si può parlare, questa ideologia era stata la democrazia, nella sua più ampia accezione del termine, in quanto antidemocratico, nel senso più ampio della parola, era stato il fascismo”.
Sono convinto che l’ideologia della democrazia si un bene fondamentale e che tutti, insegnanti e non, abbiamo il dovere di trasmettere ai giovani.

Forlì, 20/4/2005
Carlo Sorgi

5.23.2005

"Impegno nuovo"
rivista diretta da Davide Ferrari e Gregorio Scalise
promuove: mercoledì 25 Maggio, ore 20,30

presso la sala Passepartout, via Galliera 25/a

"Referendum :
capire, per dire sì"


dialogo con:
Maria Rita Lodi pres. Consiglio naz. DS
Stefano Canestrari preside Facoltà Giurisprudenza Università di
Bologna
Corrado Melega dirett. Ostetricia Ginecologia Maternità
Bellaria/Maggiore, Consigliere Comunale di Bologna
Silvia Bartolini Presidente associazione "Osservatorio salute"
Tullia Moretto direttrice Archivio Storico Camera del Lavoro
Manuela Paltrinieri resp. coordinamento donne DS Emilia-Romagna
On. Luciano Pettinari Comm. Pol. Unione Europea Camera dei dep.

Presiede:
Anna Rosa Almiropulo

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Durante l'incontro recital di testi poetici ispirati alle
parole chiave delle questioni in gioco:

vita libertà di ricerca diritti delle donne speranze dei malati e
delle coppie sterili o con malattie genetiche laicità dello Stato libertà
di coscienza e religiosa


www.impegnonuovo.tk

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