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5.10.2004

CONFERENZA PROGRAMMATICA DEI DS DI BOLOGNA (7/8 MAGGIO 2004)
L'intervento di Gabriella Montera, dell'area "Tornare a vincere"



Vorrei anch’io utilizzare al meglio questo appuntamento per offrire un contributo di merito alle linee di indirizzo politico che il nostro partito metterà a disposizione di Cofferati e della coalizione ampia che lo sostiene.

Tanta elaborazione è stata prodotta su Bologna. Sono mesi che gruppi di cittadini, singolarmente o in forma associata, propongono idee per la città. L’approccio di Cofferati, inoltre, ha favorito il diffondersi di una cultura laboratoriale e ha alimentato un fermento progettuale e ideale sulla città di grande respiro.

Anzitutto vorrei dire che noi Democratici di Sinistra dobbiamo recepire questo patrimonio progettuale all’interno delle nostre ipotesi programmatiche, coerentemente con lo spirito con il quale a Bologna è stato fatto uno sforzo straordinario di unità e apertura per la costruzione di una coalizione grande, che ha dato voce e si è nutrita di tutti i contributi che provenivano dai partiti, ma anche dai gruppi sociali, dai singoli cittadini.

Non è una questione di metodo, né di confondere i ruoli fra partiti e società civile, ma di sostanza: riguarda la nostra capacità di creare innovazione nel progetto per la città, che è anche innovazione delle forme della partecipazione su cui i partiti sono chiamati in prima persona ad esercitarsi.

Ho molto apprezzato l’approccio di Cofferati che ha privilegiato l’aspetto valoriale, come elemento che sta a monte di qualunque ipotesi programmatica e ne condiziona positivamente le proposte.

Vorrei evidenziarne alcune.

1) Il rilancio dell’economia e del lavoro

Come ricostruire un futuro produttivo e industriale per la città?
Tramite un impegno straordinario per avviare contromisure sul processo di deindustrializzazione in atto.
I sistemi produttivi locali sono stati esposti ai venti del mercato globale e le singole imprese sono state messe a dura prova dalla recente crisi internazionale. Il nuovo modello di sviluppo deve vedere un forte ruolo del pubblico, mediante un sistema territoriale di cooperazione che limiti gli effetti della crisi, rilanci competitività a partire dai sistemi territoriali, e non fidando solamente sulla capacità delle singole aziende.
Per questo è indispensabile costruire relazioni fra il mondo sindacale, del lavoro, della cultura, dei saperi e delle imprese, come punto di forza per creare innovazione e futuro.

2) L’adeguamento delle politiche di welfare ai nuovi bisogni e alle nuove emergenze

Una città che rimette al centro dei suoi interventi la persona.

Attraverso le nuove politiche di welfare si può ricostituire quel tessuto che favorisce l’inclusione sociale e limita le ricadute della crisi sui soggetti più deboli. Nell’ambito del welfare, dobbiamo prestare particolare attenzione al tema dell’accoglienza verso i cittadini migranti e verso i giovani.

Il costo della casa è spropositato e siamo di fronte ad una vera e propria emergenza abitativa: abbiamo bisogno di case. La capacità di offerta di alloggio costituisce in sé un’azione di grande rilevanza, a tutela di tutte le fasce deboli e a favore delle politiche di integrazione ed accoglienza: nei confronti dei lavoratori in mobilità e dei cittadini migranti. Ma la risposta ad una domanda così importante può essere data solo mediante una pianificazione degli interventi di area metropolitana.

E’ necessario creare le condizioni per offrire le case in affitto e rilanciare l’edilizia residenziale pubblica. Il fondo sociale per l’affitto proveniente da risorse pubbliche, è inadeguato, non solo nella consistenza, ma nella destinazione finale, perché mentre costituisce sussidio per le fasce deboli, concorre a sostenere la rendita del mercato immobiliare che si impone sugli stessi soggetti deboli.
Molte idee sono state lanciate in proposito: dalla ristrutturazione e riutilizzo di aree pubbliche dismesse, agli incentivi per la diffusione dei contratti di locazione concordati, all’autocostruzione associata, mediante costruzione diretta di alloggi a prezzi calmierati.

3) Le azioni per il governo di una città grande
Abbiamo bisogno di una città di nuovo aperta, non più autocentrica, diffidente e chiusa nelle mura, ma che si riapre al rapporto con il territorio provinciale, per sviluppare politiche integrate e di cooperazione sui temi fondamentali: la viabilità, l’ambiente, i trasporti, il welfare, gli accordi sull’edilizia abitativa e sui servizi all’infanzia. I flussi dalla città verso i comuni della cintura e viceversa, l’andirivieni di cittadini che risiedono in provincia, ma sono abituali fruitori della città, perché ci lavorano e vi trascorrono parte del tempo libero, ci pongono interrogativi sulla necessità di costruire un modello di cittadinanza metropolitana.
Abbiamo a lungo parlato e sentito parlare di città metropolitana (il cui percorso era stato peraltro già avviato agli inizi degli anni 90), quale ipotesi necessaria per costruire un progetto integrato di governo fra comune capoluogo, Provincia e comuni della provincia.
Sergio Cofferati ha più volte detto che vorrebbe spendere il prossimo mandato per preparare le condizioni per l’istituzione della città metropolitana. E’ un percorso necessario e non più rinviabile, oggi più agevolmente percorribile, sulla base dei nuovi aggregati geografici del territorio provinciale e cioè dopo la nascita delle Associazioni dei Comuni.
Dovremo lavorare da subito per la conseguente revisione degli attuali assetti istituzionali e per questo coinvolgere con un nuovo protagonismo tutte le assemblee elettive (del comune capoluogo, della Provincia, dei comuni della provincia).

4) La partecipazione come diritto
Non a caso questo tema è stato rilanciato con forza: vi è la necessità di estendere le possibilità di partecipazione e di integrare le forme della democrazia rappresentativa con quelle della democrazia diretta e della partecipazione dal basso.
Cofferati desiderava entrare nella “pancia” della città: per farlo ha attivato una campagna di ascolto a tappeto, con una pratica mai sperimentata prima. Anche questo è un modo per restituire a Bologna l’orgoglio di città viva, di città che decide collegialmente il proprio futuro, di città che si ripropone come faro per il buon governo.

Dopo il 13 giugno dovremo tradurre questo percorso in azioni conseguenti. Le scelte di governo dovranno tenere conto dei bisogni e delle aspettative fin qui raccolti: da parte delle formazioni sociali, dei singoli cittadini. Gli stessi partiti del centro sinistra sono chiamati a misurarsi con una nuova sfida: spetta soprattutto a loro rimotivare all’impegno e alla partecipazione sociale e civile tante persone che, non trovando luoghi d’ascolto, hanno rinunciato al diritto sociale di partecipare alle scelte della comunità. Da questo punto di vista sarà strategico il rilancio del ruolo dei quartieri e la riconsiderazione della loro funzione, quali veri e propri municipi.

5) La pace
Da Bologna un messaggio contro la guerra e per la diffusione della cultura della pace e della convivenza sociale e civile. Un modello di città che prende a riferimento la pace per costruire un’identità collettiva che contrasta tutte le forme di violenza: verso gli stati, i popoli, i gruppi, gli individui. Una città che da vita a pratiche per la diffusione della cultura di pace a partire dall’impegno per garantire l’incontro e la migliore convivenza fra culture diverse.
Non può esservi diritto di cittadinanza senza la pace.
Da questo punto di vista, ritengo di grande valore la capacità unitaria espressa dalle forze di centro sinistra in Consiglio regionale che hanno chiesto al parlamento e al governo, con una mozione presentata pochi giorni fa, il ritiro dei militari italiani in Iraq, per sollecitare una svolta che dia centralità all’ONU nella gestione della drammatica crisi irachena.

6) Le donne e la città
Mai come in questa scadenza elettorale avevamo sentito porre tanto diffusamente il problema della rappresentanza delle donne. Le nostre liste sono finalmente paritarie con il 50% di uomini e donne. Evidentemente il tema dello scarto fra la presenza delle donne nella vita attiva sociale e il loro accesso alle cariche elettive è diventato talmente ampio, da assumere dimensioni imbarazzanti e indurre anche i più distratti ad interrogarsi. Non vi è dubbio che senza un’adeguata rappresentanza di genere, i problemi di governo posti dalla maggior parte delle donne non possono avere voce e soluzione. Per questo l’impegno di tutti e di tutte deve essere quello di collaborare affinché le donne siano di più per poter utilmente favorire il buon governo, attraverso le loro sensibilità, i loro saperi, le loro competenze.
Ma sarebbe un errore, ritengo, pensare che un numero adeguato di donne nei ruoli istituzionali, possa di per sé garantire ed esaurire la molteplicità dei problemi posti dalle donne. Pensiamo a tutte le proposte che sono emerse in città dai vari gruppi che hanno voluto cimentarsi in uno sforzo generoso di idee e proposte programmatiche: la bella esperienza laboratoriale delle donne del Bar la Linea, il vasto fronte dell’associazionismo femminile, il Comitato Donne e Democrazia partecipata, che hanno prodotto manifesti e agende che contengono tutta una serie di punti che possono costituire, da soli, la base per l’intero programma elettorale del centro sinistra a Bologna, come in provincia.
Ecco, questo vorrei dire a tutti: non si tratta di mettere in campo politiche che, fra gli altri, includano anche le donne, ma si tratta di fare nostro, prima di tutto culturalmente e idealmente, il modello di mainstreaming. Sui conseguenti strumenti di governo da adottare, bisognerà lavorare ancora una volta con pazienza e tenacia per individuare quelli più efficaci.
Perché solo una città che assuma come proprie le proposte delle donne, può diventare una città a misura tutti.




Gabriella Montera



Bologna, 7 maggio 2004

5.07.2004

Dall’Europa Comunità Economica all’Europa Unità Politica

di Enzo Annino
enzo.annino@nettuno.it


1. Dalle Comunità Europee all’Unione Europea

1.1 Nascita delle Comunità Europee – il Trattato di Roma

Il 9 maggio 1950 l’allora ministro degli esteri francese Robert Shumann rendeva pubblica una dichiarazione con la quale proponeva di “ mettere l’intera produzione francese e tedesca del carbone e dell’acciaio sotto una Comune Alta Autorità, a cui potessero aderire anche altri Paesi europei “.
Questa iniziativa era assai singolare perché prevedeva che gli Stati aderenti cedessero una specifica quota di autorità nella materia in questione. La favorevole accoglienza della proposta Shumann, che ebbe subito l’adesione di Italia, Belgio, Lussemburgo e Paesi Bassi, portò il 18 gennaio 1951 alla firma del trattato di Parigi, che istituiva la “ CECA “, Comunità del Carbone e dell’Acciaio. Si avviava così il processo di integrazione europea, attraverso un pragmatico meccanismo “ funzionale “ che si intendeva attuare attraverso il graduale trasferimento di compiti e funzioni in ben determinati settori dagli Stati a Istituzioni indipendenti da essi, capaci di gestire in modo autonomo risorse comuni.

In realtà questa iniziativa si sviluppò in una Europa ancora traumatizzata dalle vicende della terribile guerra che l’aveva da poco attraversata, lasciando ovunque rovine. Essa era il naturale sbocco di un desiderio di pace e rinnovamento, e del desiderio di fare la propria parte, portato dalla esperienza dell’ OECE ( Organizzazione Europea per la Cooperazione Economica ), che aveva come obiettivo il coordinamento degli aiuti americani ai Paesi dell’Europa Occidentale, che arrivarono attraverso il cosiddetto “ Piano Marshall “ ( dal nome dell’ex generale che divenne Segretario di Stato americano dopo la guerra, e che volle tale piano ).
Le Comunità Europee che nacquero dopo la CECA furono: la CEE ( Comunità Economica Europea ) e L’Euratom ( Comunità Europea dell’Energia Atomica ); esse furono istituite con il Trattato di Roma del 25 marzo 1957.
L’obiettivo principale della CEE era la realizzazione di un’unione doganale, cioè un’area ove fosse vietato applicare dazi e ci fosse una tariffa doganale unica per i prodotti importati da Paesi terzi ( ciò non significava ancora la libera circolazione di merci e servizi fra Stati appartenenti alla Comunità ).


L’Unione Doganale fu realizzata il 1° gennaio 1968, con due anni di anticipo rispetta quanto inizialmente previsto.
Dal 1° gennaio 1973 altri tre Stati aderirono alla Comunità Europea: l’Inghilterra, la Danimarca e l’Irlanda ( l’ingresso della Norvegia fu impedito da un referendum tenuto in tale Paese ).


1.2 Sviluppi dell’integrazione europea – Trattato di Shengen

Nel 1967, con il Trattato di Bruxelles, le strutture di Governo delle tre Comunità furono integrate in organismi unici.
Nel 1968, con la realizzazione dell’Unione Doganale non si era ancora liberalizzato lo scambio di merci e servizi. Restavano da eliminare: barriere fisiche ( i controlli alle Frontiere fra Stato e Stato ), barriere tecniche ( requisiti nazionali delle merci ), barriere fiscali ( diversa incidenza di imposte fra Stato e Stato ). Per superare tali barriere, furono sviluppati approfonditi studi e ricerche, in modo che nel giugno 1985 fu presentato a Milano il “ Libro bianco sul completamento del mercato interno “, con cui si identificavano le azioni necessarie per realizzare uno spazio senza frontiere interne, ove fosse assicurata una libera, ordinata ed equa circolazione di merci, servizi, persone e capitali. Negli anni successivi in tutti i settori coinvolti dal progetto fu fatto un grande lavoro di armonizzazione, che consentì di realizzare il mercato interno dal 1° gennaio 1993, con il Trattato di Shengen.
Intanto avevano aderito alla Comunità Europa anche la Grecia ( 1981 ), la Spagna e il Portogallo ( 1986 ).


1.3 L’Unione Europea – il Trattato di Maastricht

Gli anni ‘90 furono un periodo di grandi slanci e iniziative. Prima ancora di aver completato la realizzazione del mercato interno, gli Stati membri fissarono altri obiettivi con la firma del Trattato di Maastricht, il 7 febbraio 1992. Con tale Trattato nasceva l’Unione Europea, che da un lato inglobava le Comunità esistenti e dall’altro avviava la cooperazione europea anche in settori non strettamente economici, quali la politica estera, la difesa, le azioni di polizia e delle autorità giudiziarie.





La struttura della nuova organizzazione è tipicamente rappresentata come la “ Struttura dei tre Pilastri “ .
Il primo pilastro è ciò che compete alle tre Comunità, cioè i settori prevalentemente economici; esso è governato in modo realmente comunitario: in questi settori i Governi degli Stati membri hanno trasferito i loro poteri e la loro autorità alle strutture di Governo e controllo comunitarie.
Il secondo pilastro è relativo alla politica estera e di sicurezza comune; esso è retto dal cosiddetto Metodo Intergovernativo.
Il terzo pilastro è relativo alla cooperazione giudiziaria e di polizia, ed è anch’esso retto dal cosiddetto Metodo Intergovernativo.
Nei settori relativi al secondo e al terzo pilastro gli Stati membri non erano ancora pronti ad operare un trasferimento alle Istituzioni Comunitarie, senza poter esercitare alcun controllo. Per questo motivo a Maastricht fu deciso che la cooperazione in questi settori sarebbe stata gestita dagli stessi Governi degli Stati Membri attraverso un “ Metodo Intergovernativo “, assegnando alle Istituzioni Comunitarie un ruolo marginale. In pratica gli Stati decidevano di cooperare in questi settori, ma non erano ancora disposti a delegare le loro competenze alle Istituzioni Comunitarie.

Una grande novità introdotta dal Trattato di Maastricht fu l’ adozione di una moneta unica: l’euro. Per poter realizzare tale obiettivo, era però necessario che gli Stati membri presentassero uno sviluppo economico ed una situazione di bilancio uniforme, entro parametri prefissati; pertanto fu deciso che l’introduzione della moneta unica sarebbe stata preceduta da una fase di progressiva convergenza economica; tale fase, iniziata nel 1994, terminò nel 1998, quando furono individuati gli Stati che potevano adottare la moneta unica, e precisamente: Belgio, Paesi Bassi, Lussemburgo, Austria, Germania, Italia, Francia, Portogallo, Spagna, Irlanda e Finlandia, ai quali si aggiunse nel 2001 la Grecia ( in totale 12 Stati ). Sono restati fuori dalla Zona Euro, per loro decisione, e non perché non rispettassero i parameri richiesti: la Danimarca, la Svezia e l’Inghilterra. Il trattato di Maastricht ha istituito i principali organi di Governo e Controllo dell’Unione Europea, che sono i seguenti:

- il Parlamento Europeo, che partecipa al processo di adozione degli Atti Comunitari, oltre a svolgere funzione consultiva,
- il Consiglio dell’Unione, che esercita il potere normativo,
- la Commissione, cui compete la funzione esecutiva,
- la Corte di Giustizia, che ha compiti giurisdizionali,
- la Corte dei Conti, che ha funzioni di controllo della gestione finanziaria.


1.4 L’allargamento ad est dell’Unione - il Trattato di Nizza

All’affacciarsi della reale possibilità di un’ allargamento ad est dell’Unione, risultò evidente la necessità che le strutture comunitarie disponessero di procedure più semplici ed efficaci in grado di evitare, in una Unione allargata, la paralisi del processo decisionale. Infatti, dagli inizi dagli anni ’90, con la dissoluzione del blocco sovietico, ben 10 Paesi dell’est, oltre a Cipro e Malta, hanno presentato domanda per entrare nell’Unione Europea; si tratta di Bulgaria, Repubblica Ceca, Estonia, Lettonia, Lituania, Ungheria, Polonia, Romania, Slovenia, Slovacchia.
Il primo concreto passo fatto consentire l’allargamento ad est dell’Unione Europea fu il Trattato di Amsterdam; tale Trattato è il frutto dei lavori svolti da una Conferenza Intergovernativa ( dal marzo 1996 al giugno 1997 ), che ebbe il compito di proporre i necessari adattamenti alle Istituzioni Europee allora esistenti, in vista dell’allargamento della Unione Europea ai Paesi Orientali. Ciò comportò modifiche ai tre pilastri; in particolare vennero introdotte modifiche istituzionali al primo pilastro, consentendo al Parlamento Europeo di diventare in tale settore un co-legislatore.
Pertanto il 14 febbraio 2000 fu convocata a Nizza una Conferenza Intergovernativa con il compito di elaborare una bozza di Trattato contenente le modifiche istituzionali necessarie in vista dell’allargamento. Il Trattato fu poi redatto in forma definitiva ed è entrato in vigore il 1°febbraio 2003. I fatti importanti introdotti dal Trattato, in vista dell’allargamento ad est, furono i seguenti:
- una nuova ripartizione dei Rappresentanti dei Paesi membri e relativi diritti di voto,
- un ampliamento dei poteri del Presidente della Commissione,
- una riduzione dei casi in cui il Consiglio dell’Unione deve deliberare all’unanimità,
- alcune modifiche all’ordinamento giudiziario, con decentramento di strutture e poteri nell’ambito dell’Unione.

Nel corso del Consiglio Europeo del 12 dicembre 2002, fu deciso di procedere all’adesione di 10 Paesi fra i 12 candidati sopra citati; sono stati esclusi infatti Bulgaria e Romania, perché non ancora in grado di rispettare i requisiti socio-economici fissati per l’adesione.









1.5 La Costituzione Europea

L’architettura comunitaria e la basi dello stesso diritto comunitario, che via via si è andato strutturando, si reggono su un insieme di Atti eterogenei, e che furono concepiti e ratificati in contesti storici molto differenti. Fra questi Atti va annoverata anche la Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea, Atto molto importante per i cittadini europei, ma ancora di incerto valore giuridico.

Partendo da tale constatazione si ritenne necessario procedere ad una riorganizzazione di questo complesso insieme di Atti, avviando un processo di sintesi che potesse portare ad una vera e propria Costituzione Europea.
Il Trattato di Nizza stesso prospettò la convocazione di una Conferenza Intergovernativa che ponesse le basi della Costituzione; successivamente il Consiglio Europeo di Laeken del 14 dicembre 2001 istituì un organismo ad hoc - la Convenzione - con il Compito di elaborare la Bozza di una futura Costituzione.
Tale bozza fu presentata nel Consiglio Europeo di Salonicco il 20 giugno 2003; il 14 ottobre si aprì a Roma la Conferenza Intergovernativa che avrebbe dovuto arrivare ad un accordo politico sul testo della Costituzione, anche attraverso modifiche finali, ove ritenute necessarie. Infine un vertice dei Capi di Stato e di Governo del 13 dicembre 2003 a Bruxelles avrebbe dovuto portare all’approvazione finale.
Come è noto, contrasti insanabili in quel momento - relativi soprattutto ai criteri di voto delle deliberazioni vincolanti ( necessità di unanimità per alcuni settori e criteri di definizione delle maggioranze qualificate per altri settori ) ed al peso di ciascun Paese in relazione al voto - hanno impedito l’approvazione in tale sede del testo della Costituzione. Il 18 dicembre 2003 il Parlamento Europeo ha pertanto emanato una Risoluzione con cui chiede che venga convocata entro il primo semestre del 2004 ( semestre a Presidenza Irlandese del Consiglio dell’Unione) una nuova Conferenza Intergovernativa, che porti all’ approvazione della Costituzione fra il 1° maggio 2004, data di ingresso dei nuovi Paesi membri, e il 13 giugno 2004, data di rinnovo del Parlamento Europeo.






2. L’Unione Europea dopo il 1° maggio 2004

I Paesi dell’Unione Europea al 1° maggio 2004 sono i seguenti:

- Paesi membri UE nell’area di Shengen:
Portogallo, Spagna, Francia, Italia, Germania, Lussemburgo, Belgio, Olanda, Danimarca (*), Austria, Grecia, Svezia, Finlandia
- Paesi membri UE esterni all’area di Shengen:
Gran Bretagna (*), Irlanda (*)
- Nuovi membri UE :
Rep.Ceca, Polonia, Lituania, Lettonia, Estonia, Slovenia, Ungheria,
Slovacchia, Malta, Cipro
- Futuri membri UE nel 2007:
Romania, Bulgaria
- Paesi candidati:
Turchia

(*) nota: Inghilterra, Irlanda e Danimarca non hanno ancora adottato la
moneta unica, l’euro.

Inoltre :
- Paesi non membri ma inclusi nell’area di Shengen:
Norvegia, Islanda

Il 1° maggio è una data fondamentale, che chiude secoli di guerre e barriere. E’ necessario ricordare che fu proprio un italiano, Altiero Spinelli, che ebbe la prima intuizione nel 1941 di una Europa baluardo di pace, quando “ quasi tutta l’Europa era stata soggiogata da Hitler e Mussolini “. Egli allora scrisse un “ Manifesto, per una Europa libera, da immettere nei canali della clandestinità antifascista nel continente “; il Manifesto fu scritto nella residenza coatta di Ventotene, ed è tuttora un riferimento politico per il Movimento Federalista Europeo.
In realtà proprio questo ci ha garantito l’Europa: una generazione di pace, mentre al di fuori dei confini delle Unione Europea scoppiano guerre e conflitti etnici e religiosi.
Ma non solo questo: la competizione globale rende evidente che i nostri Paesi, presi singolarmente, per quanto siano potenti, non ci consentono di reggere i confronti con gli altri colossi mondiali, quali USA, Cina e Russie.
L’ integrazione di norme e l’adeguamento di parametri economici già oggi realizzati da questi Paesi dell’est, con tanti loro sacrifici, e adesso con il loro ingresso ci rafforzano; c’è chi dice che entrano nell’Unione Europea Paesi più poveri; ma essi portano in dote grandi tradizioni, tecnici, studiosi e tutta la forza di popoli che hanno saputo a lungo soffrire.


Peraltro il loro ingresso sarà graduale: la libera circolazione delle persone è prevista fra due anni; l’adozione dell’euro è prevista fra tre anni. Intanto proseguirà il processo di integrazione delle normative; aumenterà la collaborazione fra le Polizie contro criminalità e terrorismo; ci sarà un mutuo riconoscimento dei titoli di studio, che faciliterà l’integrazione dei giovani e la mobilità nel mondo del lavoro.

Non ci si può non entusiasmare nel pensare più vicine a noi culture diverse, che hanno però un ceppo comune con la nostra e ideali coerenti, e sentire come nostri luoghi importanti anche simbolicamente.
Ora sono più nostri lo slovacco Dubceck con il suo “ socialismo dal volto umano “, il polacco Copernico, che mise il sole al centro del nostro universo vicino, …. ci è più vicina Cipro ( parte greca ) testa di ponte dell’Unione Europea verso l’oriente; nello stesso tempo ci sono più vicine Danzica, città portuale polacca a maggioranza tedesca, gli immensi boschi dell’Estonia, il Baltico, dove i sottomarini nucleari russi hanno lasciato il posto a traffici ed aliscafi, l’antica Boemia e Praga, bella città, simbolo della fiera insofferenza al dominio straniero.
Non si può non sperare che l’ingresso della Slovenia consenta di rimarginare, anche con i concreti atti di risarcimento necessari, la storia amara o tragica di tanti italiani che furono oggetto di vessazioni, morirono o dovettero lasciare le loro terre al termine della guerra mondiale.
Le nostre “ radici cristiane “ si allargano, e ci faranno diventare più aperti e tolleranti.

Riferendoci a considerazioni economiche e sociali, va osservato che i dati economici di questa nuova Europa sono impressionanti: 480 milioni di cittadini, una superficie di 4300 chilometri quadrati, un rilevante prodotto interno lordo complessivo.
E’ tuttavia del tutto chiaro che, mentre si allarga l’economia integrata, l’unione politica è ancora lontana e, nel breve termine, con l’ingresso dei nuovi Paesi tale unione potrebbe farsi ancora più lontana. Lo si vede e lo si è visto con le divisioni emerse in relazione alla guerra in Iraq. Questi nuovi membri dell’Unione Europa sono portatori di valori da poco riscoperti, quali l’orgoglio nazionale, la sovranità nazionale, la solidarietà atlantica; essi possono finire con il considerare tali valori superiori a quelli antitetici sui quali si fonda l’Unione Europea. Guardando a sud si vede che una politica euromeditteranea manca, manca un dialogo interreligioso, manca un disegno infrastrutturale nord-sud.
L’Europa inoltre è caratterizzata attualmente da un limitato sviluppo: conoscenze e innovazione sono carenti, rispetto al ruolo che l’Europa deve svolgere.


L’Europa più larga sarà più competitiva se prevarrà la volontà di orientare le risorse, e con minor avarizia, verso la ricerca, le formazione, le reti di sviluppo, chiamando i Governi a fare altrettanto.
Se non si farà così la disparità fra i tassi di sviluppo di chi è più avanti e chi lo è meno, inclusi i nuovi membri, ridurrà ulteriormente la competitività dell’Europa, e l’allargamento non sarà stato utile.

E’ indispensabile imboccare con decisone la strada dell’Europa politica.
Il primo passo da compiere è l’approvazione e la ratifica della proposta di Costituzione Europea, che deve avvenire quanto prima possibile, prima delle elezioni del Parlamento europeo del 13 giugno 2004.


3. Le Istituzioni dell’Unione Europea

3.1 Introduzione

Le principali Istituzioni dell’Unione Europea, come già detto al paragrafo 1.3, sono le seguenti:

- il Parlamento Europeo, che partecipa al processo di adozione degli Atti Comunitari, oltre a svolgere funzione di controllo e funzione consultiva,
- il Consiglio dell’Unione, che esercita il potere normativo,
- la Commissione, che esercita la funzione esecutiva,
- la Sistema Giurisdizionale, con la Corte di Giustizia, che garantisce l’applicazione del Diritto Comunitario,
- la Corte dei Conti, che ha funzioni di controllo della gestione finanziaria.

Ad esse se ne affiancano molte altre con compiti specifici, o con funzione di supporto e/o consultiva; fra queste:

- il Comitato Economico e Sociale
- il Comitato delle Regioni
- il Consiglio Europeo

ed inoltre:

- la Banca Europea degli investimenti
- i Comitati Consultivi
- le Agenzie, i Centri Europei, le Fondazioni.

Per lo scopo di questa nota, ci limiteremo qui a descrivere sommariamente le sole cinque Istituzioni principali.


3.2 Il Parlamento Europeo

Il Parlamento Europeo ha attualmente due poteri: un potere deliberativo ed un potere di controllo.
Occorre però chiarire che il Parlamento Europeo, diversamente da quanto fa pensare la sua denominazione, non è mai stato titolare esclusivo di poteri deliberativi, pur essendo partecipe degli atti comunitari.
E’ solo con il Trattato di Amsterdam, entrato in vigore il 1°maggio 1999, che al Parlamento Europeo è stato consentito di inserirsi a pieno titolo nel processo di formazione degli atti comunitari, attraverso una procedura di Codecisione, che vede sullo stesso piano Consiglio dell’Unione, Commissione e Parlamento. Il Parlamento Europeo ha poi diversi poteri di controllo; essi sono relativi al Bilancio ( delle risorse, che sono proprie dell’Unione ) ed agli Atti emessi dalle Istituzioni comunitarie; inoltre il Parlamento ha un potere di controllo sulle Istituzioni stesse; quest’ultimo potere si estrinseca attraverso azioni che condizionano le Istituzioni: il Parlamento infatti può emettere Mozioni di Censura sull’operato della Commissione, e può, meno incisivamente, emettere Interrogazioni relative all’operato del Consiglio dell’Unione.
Con l’ingresso dei nuovi Paesi membri dell’est, dal 1° maggio 2004, il numero dei Parlamentari salirà a 732, di cui 78 rappresentanti l’Italia. I Parlamentari sono eletti attraverso un sistema elettorale proporzionale, ed esiste incompatibilità fra la carica di Parlamentare europeo e quella di Parlamentare nazionale.
Il Parlamento Europeo dura in carica 5 anni, e le elezioni per il suo rinnovo si devono tenere in un unico giorno prefissato per tutti i Paesi membri. La sede del Parlamento Europeo è a Strasburgo.


3.3 Il Consiglio dell’Unione

Il Consiglio dell’Unione è composto da un rappresentante a livello ministeriale ( Ministro o Sottosegretario ) per ciascun Stato membro: esso provvede al Coordinamento delle politiche comunitarie degli Stati membri ed è l’organo decisionale della Comunità. Trattandosi di un organo composto da Stati i rappresentanti degli Stati hanno mandati imperativi dai rispettivi Stati, che ne vincolano il voto in base a precise istruzioni. Il potere decisionale del Consiglio è subordinato alle condizioni imposte dai Trattati.

Il Consiglio delibera sulle materie previste dai Trattati e solo su quelle, adottando i necessari provvedimenti, che possono essere ( principalmente ): Regolamenti, Direttive e Decisioni.
I Regolamenti hanno valore verso tutti gli Stati e sono direttamente applicabili, senza ratifica degli Stati. Le Direttive possono valere per tutti gli Stati o solo per alcuni di essi, e vincolano gli Stati destinatari in relazione agli obiettivi da raggiungere senza imporre i modi necessari per raggiungerli; esse pertanto richiedono norme attuative e/o ratifica da parte
degli Stati destinatari.
Le Decisioni sono rivolte ad uno o più Stati e sono obbligatorie in tutti i loro elementi.

Il potere decisionale del Consiglio dell’Unione si manifesta anche attraverso la formulazione e l’ approvazione del bilancio dell’Unione. Come detto al paragrafo 2.2, con il Trattato di Amsterdam il rilevante potere del Consiglio, espressione del criterio di decisione Intergovernativo, è stato temperato dall’ istituzione di una procedura di “ Codecisione ” con il Parlamento e con la Commissione, che si applica all’ approvazione ed alla ratifica di Atti importanti.
Infine un’ ulteriore prerogativa del Consiglio è relativa al potere di concludere per conto della Comunità accordi con Stati terzi, dopo la chiusura dei necessari negoziati, condotti in via esclusiva, dalla Commissione.
Il Consiglio dell’Unione è presieduto per sei mesi da ciascun Paese membro. Il voto di approvazione degli atti può essere necessario all’unanimità, oppure a maggioranza qualificata,a seconda delle materie trattate. Ogni Stato possiede un “ peso “ nel voto, che dipende sopratutto, ma non solo, dalla sua consistenza demografica e dal suo peso economico-politico. Proprio le controversie relative alla determinazione di tale “ peso “ ed alla definizione delle materie che richiedono l’unanimità del voto hanno impedito l’approvazione della proposta di Costituzione durante il passato semestre a Presidenza italiana, come già ricordato al paragrafo 1.5.
La ponderazione dei voti nel Consiglio dell’Unione Europea a partire dal 1° novembre 2004 ( 25 Stati membri ), prevede un numero totale di voti pari a 321, una maggioranza qualificata pari a 232 voti ed un’ attribuzione di 29 voti all’Italia.


3.4 La Commissione
La Commissione delle Comunità Europee fu istituita nel 1965. Essa è organo esecutivo delle Comunità, in quanto esercita la funzione di far applicare i Trattati e gli Atti Comunitari, ed opera a pieno tempo.



Essa è un organo indipendente dagli Stati; i suoi membri, i Commissari, sono nominati a titolo individuale, e non rapprendano gli Stati di provenienza. Essa è un organo collegiale: le sue delibere sono riferite alla Commissione nel suo complesso.
La Commissione ha un Presidente, che dura in carica 5 anni. Essa sarà composta, a partire dal prossimo 1° novembre, da un cittadino per ciascun Stato membro. Attualmente il Presidente della Commissione, con scadenza a novembre del 2004, è l’italiano Romano Prodi.
Come detto, i Commissari sono indipendenti dagli Stati membri, e tale indipendenza è tutelata da precise norme che si applicano a loro stessi ed agli Stati membri: i Commissari, ad esempio, non possono essere rimossi né dagli Stati nazionali né dal Consiglio dell’Unione.
La funzione esecutiva della Commissione si esplica attraverso Atti di esecuzione ed Atti di vigilanza. La Commissione inoltre dispone di un potere di proposta che le spetta in via esclusiva e che è condizione affinché il Consiglio possa emettere Atti vincolanti. Essa svolge la funzione di vigilanza con interventi diretti (per esempio nella regolazione della concorrenza), emettendo anche sanzioni pecuniarie, e con interventi indiretti (per esempio proponendo ricorsi alla Corte di Giustizia).
Infine la Commissione ha un’ importante funzione di rappresentanza delle Comunità nei confronti di Paesi terzi, e tale funzione le è attribuita in via esclusiva; essa sola quindi negozia gli accordi internazionali, come già detto nel precedente paragrafo.
E’ evidente, osservando queste attribuzioni, che i poteri della Commissione tendono a bilanciare alcuni poteri del Consiglio dell’Unione, allo scopo di favorire un più veloce processo di integrazione, ma facendo risaltare maggiormente i conflitti associati con il procedere dell’integrazione stessa, che comportano perdita di quote di sovranità nazionali.


3.5 Il Sistema Giurisdizionale e la Corte di Giustizia

Al vertice del Sistema Giurisdizionale europeo è posta la Corte di Giustizia, che fu istituita nel 1952 con il Trattato CECA. Ad essa si aggiunsero nel tempo altre Istituzioni.
Oggi, a seguito del Trattato di Nizza, il Sistema si basa su tre Istituzioni:

- la Corte di Giustizia, che è al vertice del Sistema ed ha le vesti di un tribunale Costituzionale e nello stesso tempo di tribunale di ultima istanza,


- il Tribunale di Primo Grado, competente ad esaminare specifiche categorie di ricorsi, presentati da persone fisiche o giuridiche,
- le Camere Giurisdizionali Specializzate, incaricate di esaminare in
primo grado questioni particolari.

In pratica l’istituzione del Tribunale di Primo Grado e delle Camere Giurisdizionali Specializzate è stata fatta per ridurre e semplificare i compiti della Corte di Giustizia.

La Corte di Giustizia assicura il rispetto del Diritto Comunitario nell’interpretazione e nell’applicazione dei Trattati e degli Atti Normativi dell’Unione Europea. Attualmente la Corte si compone di un Giudice per ogni Stato membro; i Giudici sono nominati di comune accordo dagli Stati membri; essi sono degli esperti che possano anche offrire Garanzie di indipendenza. Ai Giudici si affiancano gli Avvocati Generali, che istruiscono i processi. Giudici ed Avvocati restano in carica per sei anni. La Corte nomina ogni tre anni il suo Presidente.


3.6 La Corte dei Conti

La Comunità oggi dispone di risorse proprie, che le derivano da quattro fonti:

- prelievi riscossi sulle importazioni di prodotti agricoli,
- dazi doganali sugli scambi con i Paesi esteri,
- proventi derivanti dall’Imposta sul Valore Aggiunto applicata nei Paesi membri, ed oggi pari allo 0,50 %,
- contributi versati dagli Stati membri.

La gestione di queste risorse in ingresso e delle spese relative ad investimenti ed alla Gestione è inquadrata in un Bilancio dell’Unione Europea.
Come accennato in precedenza, il Bilancio è formulato ed approvato dal Consiglio dell’Unione; la Commissione tuttavia ha il potere di esprimere in merito proposte, che sono vincolanti per le decisioni del Consiglio; il Parlamento infine ha un potere di controllo sul Bilancio.
E’ chiaro che fu ben presto necessario creare nell’ambito delle Comunità un organo Comunitario che avesse una prevalente competenza di controllo su tutte le entrate e le spese della Comunità. Tale organo è la Corte di Conti, che fu istituita con il trattato di Bruxelles, il 25 luglio 1975.



Il controllo esercitato dalla Corte dei Conti è un controllo di legittimità delle entrate e delle spese, sia formale ( correttezza e regolarità della gestione ), sia di merito in senso generale ( sana gestione finanziaria, efficace ed economica ).
La Corte è costituita da tanti membri quanti sono gli Stati; essi sono nominati dal Consiglio in base ad un elenco formulato dagli Stati membri, e restano in carica sei anni.


4. Il Diritto Comunitario e la proposta di una Costituzione Europea

4.1 Le fonti del Diritto Comunitario

Il Diritto Comunitario è costituito dall’insieme di norme che regolano l’organizzazione e la vita delle Comunità Europee e i rapporti fra queste e gli Stati membri. I Trattati istitutivi sono il corpo del Diritto originario, mentre le norme emanate dalle Comunità Europee per la realizzazione degli obiettivi comunitari ( Regolamenti, Direttive, Decisioni …. ) sono il corpo del Diritto derivato.
L’ordinamento giuridico comunitario è completamente autonomo rispetto agli ordinamenti degli Stati membri. I due criteri cardine che regolano gli eventuali conflitti fra ordinamento comunitario e ordinamenti degli Stati sono la diretta efficacia del Diritto delle Comunità e la preminenza del Diritto Comunitario rispetto a norme conflittuali degli Stati.
Evidentemente i principi generali del Diritto Comunitario sono mutuati dai sistemi giuridici degli Stati membri, che sono Stati democratici ( certezza del diritto, retroattività dell’ azione penale, proporzionalità delle azioni amministrative, rispetto dei diritti acquisiti, cause di forza maggiore ... ). A questi principi se ne affiancano altri, più originali ( solidarietà fra Stati membri, primato del Diritto Comunitario, equilibrio dei poteri delle istituzioni comunitarie ... ).


4.2 La carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea

La tutela dei diritti umani non fu inclusa inizialmente nel Diritto
Comunitario. La mancanza di disposizioni in materia si scontrava però con la constatazione che gli Stati membri riconoscono e tutelano tali diritti. La grave lacuna fu corretta con i Trattati di Maastricht e di Amsterdam.




A seguito di tali Trattati si chiarì che “ l’Unione Europea si fonda sui principi di libertà, democrazia, rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, dello Stato di Diritto, principi che sono comuni agli Stati membri “. Inoltre si previde una procedura di accertamento di “ una violazione grave e persistente da parte di uno Stato membro “ dei principi sopra citati .
Nonostante questi passi avanti, la tutela dei diritti umani non era ancora compiutamente realizzata nell’ambito dell’Unione Europea. Fu solo nel Consiglio Europeo di Colonia del 3 giugno 1999 che si stabilì di elaborare una “ Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea “, che un Comitato misto di delegati di Capi di Stato e di Governo avrebbe redatto. La bozza della “ Carta “ era pronta nell’ottobre 2000 e fu “ proclamata “ durante il Consiglio Europeo di Nizza nel dicembre 2000: ciò significa che essa è ancora una dichiarazione di principi, e non un atto giuridico vincolante.
Solo la sua introduzione nella futura Costituzione dell’Unione la farà diventare un testo vincolante,oggetto di tutela da parte degli organismi nazionali e di quelli comunitari.


4.3 Gli interventi comunitari in base al principio di sussidiarietà

Come già osservato, l’istituzione delle Comunità Europee ha prodotto la creazione di un’organizzazione sopranazionale. Affinché si potesse realizzare il processo di integrazione nell’ambito di tale organizzazione, gli Stati membri hanno dovuto limitare la propria sovranità in alcuni settori, attribuendo alle Istituzioni dell’organizzazione sopranazionale il potere di prendere delle decisioni vincolanti per tutti gli Stati membri e riconoscendo la diretta applicabilità del Diritto Comunitario.
Secondo tale principio, la Comunità interviene in quei settori che non sono di sua competenza esclusiva solo quando la sua azione è considerata più efficace di quella che potrebbe essere intrapresa a livello nazionale, regionale o locale, senza andare oltre quanto necessario per il raggiungimento degli obiettivi fissati.



Il principio di sussidiarietà è un elemento regolatore della competenza comunitaria, con una doppia valenza. Da un lato, infatti, è volto a salvaguardare l’ambito di competenza statale contro ogni ingerenza che non sia necessaria, dall’altro giustifica l’intervento della Comunità in aree riservate alla competenza degli Stati membri.
E’ evidente l’importanza dell’adozione di questo principio: esso infatti accompagna e stimola con fatti concreti il processo di integrazione, ed è il miglior principio possibile per giungere ad un’ Europa Federazione di Stati, basata sulla solidarietà, anche al di là della stessa proposta attuale di Costituzione Europea.


4.4 La proposta di una Costituzione Europea

L’Unione potrà essere un gigante economico, se, al di là di una difesa fine a se stessa delle sovranità nazionali, saprà fare una forte politica di innovazione, sviluppo e formazione comune; essa tuttavia non ha ancora realizzato le premesse necessarie per assumere una coesa identità politica.
In realtà la prospettiva dell’unità politica era considerata un obiettivo a breve termine quando, nel 1954, fu costituita la CECA. Lo stesso De Gasperi, a nome del Governo italiano, propose allora di elaborare un progetto che istituisse una Comunità Politica Europea, il quale portasse anche alla costituzione di un esercito comune europeo. Il progetto non fu attuato, anche se una proposta del Movimento Federalista Europeo, guidato dal già citato Altiero Spinelli, delineava una struttura federale dotata di propria cittadinanza, di un territorio e di personalità giuridica.
Oggi la politica estera e di sicurezza comune è regolata dal Trattato di Maastricht, attraverso un progetto ( PESC ) che si prefigge molti obiettivi importanti ( difesa dell’integrità dell’Unione e sua sicurezza, mantenimento della pace e sicurezza internazionale, sviluppo della democrazia, rispetto dei diritti dell’uomo ... ). Questo progetto tuttavia è ancora lontano dal dare risultati di qualche rilevanza.

E’ in tale quadro generale che apparve essenziale garantire all’Unione Europea una razionalizzazione dell’architettura Comunitaria, per poter poggiare su una solida e condivisa base il processo di integrazione in atto, e per poter passare, ordinatamente e in tempi definibili, da una Unione essenzialmente economica ad una Unione politica.
Partendo da tale considerazione, si è arrivati, soprattutto per impulso del Parlamento Europeo, alla redazione di una proposta di Costituzione Europea.



La Costituzione Europea, che non è ancora la Costituzione di una Federazione di Stati, ha i seguenti scopi:

- stabilire e mantenere una precisa delimitazione di competenze fra Unione e Stati membri, che rispecchi il principio di sussidiarietà,
- applicare la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea,
- semplificare l’insieme dei Trattati, senza modificarne la sostanza,
- stabilire il ruolo dei Parlamenti.

La proposta di Costituzione che è stata redatta consta di quattro parti e di circa 500 Articoli. Essa è strutturata come segue:

- Parte I : Architettura Costituzionale e principi dell’Unione
- Parte II : Carta dei Diritti fondamentali
- Parte III : Politiche e funzionamento dell’Unione
- Parte IV : Disposizioni finali ( inclusa la procedura di revisione ).


5. I Gruppi Parlamentari nel Parlamento Europeo

Come si è visto al paragrafo 3.2, il Parlamento europeo ha solo da poco tempo acquisito una maggiore importanza, attraverso i suoi poteri di codecisione nella promulgazione di Atti vincolanti, attraverso i suoi poteri di controllo, e per mezzo della sua azione propositiva. Come già detto, il suo impulso è stato determinante anche per la decisione di redigere una Costituzione Europea.
Il Parlamento Europeo conta attualmente 626 Deputati, e ne conterà 732 dopo le elezioni del 13 giugno 2004; esso è diviso in otto gruppi parlamentari, che sono i seguenti:

PP-DE Partito Popolare Europeo-Democratico Cristiano-Democratici Europei ( 37% )
PSE Partito del Socialismo Europeo ( 28% )
ELDR Partito Europeo Liberali, Democratici e Riformatori ( 8% )
GUE-NGL Gruppo Sinistra Unitaria Europea-Sinistra Verde Nordica ( 8% )
VERDI-ALE Gruppo Verde-Alleanza libera Europea ( 7% )
UEN Unione per l’Europa delle Nazioni ( 3% )
EDD Gruppo per l’Europa delle Democrazie e delle Diversità ( 2% )
NI Gruppo NON Iscritti ( 7% )

I Gruppi Parlamentari del Parlamento Europeo rappresentano oltre cento partiti presenti nell’Unione. Il Parlamento quindi è il luogo ove si raccolgono forti diversità.



Esso dovrebbe rappresentare l’opinione degli Europei, e ciò giustifica la scelta del voto proporzionale per l’elezione dei suoi membri. In realtà non è ancora così: esso non è ancora un compiuto spazio di riferimento del sentire Europeo, non solo perché i suoi poteri legislativi sono limitati dai quelli intergovernativi del Consiglio dell’Unione, ma anche perché i Gruppi Parlamentari che lo compongono risentono troppo degli indirizzi politici dei partiti nazionali di riferimento.
Il Gruppo più omogeneo per indirizzo politico è il PSE, che rappresenta il riformismo socialista democratico europeo. Il PP-DE invece è un contenitore avente indirizzi eterogenei, dove si incontrano forze conservatrici democratiche di natura diversa, democristiani e altri rappresentanti delle destre. Più piccolo, ma anche assai più omogeneo, è l’ELDR, che rappresenta il pensiero democratico liberale in senso storico del termine; altri gruppi rappresentano i verdi, uniti o meno alla sinistra più radicale. Non mancano infine i rappresentanti di particolarismi non identificabili politicamente, raccolti nel Gruppo misto NI, che talvolta gioca persino un ruolo avverso al processo di integrazione.
Il bipolarismo politico che si sta affermando nei Paesi dell’Unione, dovrebbe portare anche nel Parlamento Europeo ad un analogo bipolarismo di indirizzi socio-economici e di orientamenti in politica estera; tale bipolarismo rafforzerebbe la funzione di promozione del processo di integrazione.

Il PSE è un asse portante della nuova Unione Europea ed è animato da un vero spirito europeistico; con la sua omogeneità di indirizzo politico; esso è un forte propulsore di una Unione Europea sovranazionale, che sarebbe capace di una politica interna più giusta e democratica; il PSE prospetta un mondo più solidale, e sostiene una politica estera esportatrice di pace, che l’Unione non ha ancora avuto.
Il Presidente del PSE è il danese Rasmussen, che fu Primo Ministro in Danimarca dal 1993 al 2001; Vice Presidente è l’italiano Giuliano Amato, che fu due volte Primo Ministro in Italia.









6. Il significato del voto del 13 giugno 2004.

L’impatto dell’esistenza della Comunità Europea nel nostro vivere comune è notevolissimo. Abbiamo l’euro in tasca, che ha bloccato l’inflazione e il crescere della spese per interessi dovuta al debito pubblico; sul posto di lavoro è aumentata la sicurezza per merito del recepimento delle Direttive europee nella Legge 626; sulla nostra tavola il cibo è sottoposto a nuove regole di emanazione europea, circoliamo più liberamente in Europa…
Eppure questi effetti benefici, e che tanto influenzano la nostra vita, non sono in genere valutati per il loro reale valore, e, salvo l’introduzione dell’euro, nemmeno collegati con l’esistenza dell’Unione Europea. L’attuale Governo in Italia, nonostante l’occasione della Presidenza del Consiglio Europeo che nel secondo semestre del 2003 è stata italiana, e nonostante l’Italia sia a pieno titolo uno dei Paesi fondatori delle Comunità Europee, è tiepido nei confronti dell’Europa; alcune sue componenti sono addirittura avverse all’ integrazione europea.
Ma l’Unione Europea è una realtà; ciò vale sia per chi ha entusiasmo per un’ Europa integrata sia per gli Euroscettici; non credere o addirittura avversare l’Europa significa non poter cogliere le opportunità che essa ora offre.
Ma battersi per una più integrata Unione Europea per il solo motivo di poterne cogliere le opportunità è una motivazione marginale. Il vero obiettivo che ci sta di fronte è quello di un’ Europa che cresce all’interno nella sua dimensione sociale ed economica, che si arricchisce di tutte le sue culture e che , finalmente, diventa una Unità Politica con voce univoca, portatrice anche all’esterno di quella pace che ha già garantito per oltre 50 anni al suo interno.

Per questo motivo è importante il voto del 13 giugno 2004. Il Parlamento Europeo è il garante e il promotore dell’Unità Europea: esso bilancia i sentimenti ed i poteri nazionali che rallentano il processo di integrazione. Esso opera nel quadro di quella sussidiarità che sola può consentire un’ ordinata integrazione rispettosa delle attuali sovranità nazionali, nell’ottica del superamento delle stesse.
Occorre votare per mandare al Parlamento Europeo persone che hanno l’ idea di una Europa coesa che possa, al tempo dovuto, diventare una Federazione di Stati. Occorre votare per mandare al Parlamento Europeo persone di pace e giustizia, convinte che un equo sviluppo sociale è alla base della pace stessa e della prosperità. Occorre votare per mandare al Parlamento Europeo persone preparate, che sappiano indurre in Europa maggiore innovazione e sviluppo, superando le spinte nazionalistiche degli Stati membri.

Nello stesso tempo occorre votare per persone riconoscano la necessità di uno sviluppo compatibile con l’ambiente. Occorre votare per mandare al Parlamento Europeo persone che credono nella formazione, e rinnovino con solidi progetti le scuole di ogni grado, per preparare una più omogenea e colta gioventù europea.

Se lo faremo, avremo la speranza che l’Europa tuteli il nostro futuro e svolga il ruolo di promotrice di più equi rapporti sociali e di pace nel mondo.

Non potremo prescindere dalle formazioni politiche che sono in lizza; ma dobbiamo guardare anche ai candidati; chi sarà eletto andrà in uno spazio che rappresenterà un’ Opinione Europea: deve esserne capace e degno.
Per quanto riguarda le formazioni politiche, dobbiamo certamente privilegiare quelle che hanno in somma considerazione la democrazia e i diritti fondamentali dei cittadini, e che sono davvero europeiste.

Infine, le elezioni del Parlamento Europeo si svolgono in Italia contestualmente ad una tornata di nostre elezioni Amministrative ( per oltre 4000 Comuni, diverse Province ed una Regione ). E’evidente che, a tre anni dalla formazione del Governo in carica attualmente in Italia, i risultati delle elezioni del Parlamento Europeo e delle nostre Amministrative rappresenteranno anche un giudizio che gli Italiani danno al loro Governo.
Oggi l’Italia è in una posizione debolissima; la sua crescita economica è azzerata e non si percepisce una strategia di politica industriale.
Non sarebbe giusto attribuire tutte le colpe all’attuale Governo: purtroppo il declino italiano è avvenuto lungo l’arco di tanti Governi precedenti. Avevano messo un freno al declino i Governi di centrosinistra guidati da Prodi, Amato e D’Alema. Il Governo attuale invece, pur avendo una larga maggioranza, non ha arrestato il declino; anzi, non solo lo ha accelerato, ma lo sta anche rendendo irreversibile: ha eliminato la concertazione dando origine a insanabili conflitti sociali; ha promulgato un insieme di leggi che forniscono maggior tutela all’illegalità; tenta di imbavagliare le libertà di comunicazione; si è allontanato dall’Europa creando pericolose ostilità - anche gratuite - con i nostri maggiori partner europei; ha promosso la privatizzazione di servizi pubblici senza la loro liberalizzazione; non ha realmente avviato opere pubbliche infrastrutturali …

Occorre cogliere l’occasione di queste elezioni anche perché risulti chiaro, per il bene de Paese, che questo Governo se ne deve andare.


# posted by Redazione : 5:44 PM


5.02.2004

Assemblea Nazionale Area Ds “Per Tornare A Vincere”
Roma – 18 Aprile 2004

Relazione di Pietro Folena

1. L’Italia deve uscire subito da questa tragica, sbagliata, ingiusta guerra. Il selvaggio assassinio di un ostaggio italiano –operatore privato della sicurezza in un contesto di privatizzazione della guerra- è la prova dell’escalation di ferocia con cui di giorno in giorno dilaga il conflitto irakeno. Troppi non hanno detto una parola sullo sterminio di Falluja, vera e propria Srebrenica degli USA. Quell’operazione, che ha fatto ottocento, forse mille morti civili, è stata chiamata dal comando americano “vigile determinazione”.
A qualche centinaio di chilometri l’assassinio barbaro di Rantisi, dopo quello di Yassin, apre un nuovo capitolo, più drammatico, della guerra e sicuramente espone gli ostaggi occidentali in Irak a nuovi terribili rischi. Ormai si tratta di unico conflitto. Le dichiarazioni di Bush, nel corso della visita di Sharon, hanno buttato nuova benzina in Palestina e nel Medio Oriente. Lo strappo che, stracciando la road-màp e irridendo agli accordi di Ginevra, legittima l’occupazione israeliana della Cisgiordania, ha già acceso una nuova tragica fase della guerra in Israele e Palestina.
Se tutto non fosse reale, l’Irak sembrerebbe il teatro di un kolòssal catastrofista hollywoodiano. Terroristi, kamikaze, guerriglieri, insorgenti, bande armate, partiti armati (non c’è partito irakeno che non lo sia), mercenari, rambo, spie, ladri di opere d’arte, militari dappertutto; e la povera gente che sta di giorno in giorno sempre peggio. E’ una forma di privatizzazione della guerra, in un mondo in cui il petrolio, l’acqua, l’aria, i beni comuni, la salute, la cultura sono prede di grandi gruppi assetati di profitto. Anche la guerra si combatte per interessi privati, con guardie private, in nome del controllo del petrolio per i prossimi venti anni e del totem della way of life occidentale. Crescono nuove generazioni di terroristi. Cresce la popolarità della guerriglia. Moqtada al Sadr, grazie a Bush jr., è diventato un eroe per i giovani musulmani di tutto il mondo. Un CC che è tornato da Nassiriyah ha detto: “ieri ci chiedevano l’acqua, ora gli irakeni ci tirano le pietre”.
La banda che ha trucidato, con spietatezza nazista, Quattrocchi e che tiene in ostaggio gli altri tre italiani è uno dei punti emergenti del più grande errore commesso da una parte dell’Occidente –in cui sta anche l’Italia- dalla guerra del Vietnam in poi. E forse, alla mia generazione che fu chiamata generazione del Vietnam e poi, dopo il 73, generazione del Cile, questa guerra, l’ideologia che la sostiene, il proposito di alimentare lo scontro tra civiltà, la prepotenza e l’egoismo del nord ricco e la ferocia medioevale dell’estàblishment del terrorismo delle torri gemelle e dei treni di Madrid, e non ultimo il fatto che ci sono dei morti italiani, appaiono crimini contro l’umanità analoghi, se non addirittura, di quelli gravissimi commessi allora. Nasce oggi la generazione dell’Irak. Di tutti quelli –a partire dai più giovani- che in un mondo così ingiusto, così violento, così cruento non ci vogliono vivere. A questa generazione abbiamo cercato di dare voce, fino al Parlamento, con atti personali e collettivi di impegno e, quando necessario, di disobbedienza. Ma a questa generazione occorre dare molta più voce, molta più forza, molta più politica. Perciò oggi scriviamo –come un graffito su un muro- : “W la sinistra ! ”. Non è un’affermazione rivolta al passato. E’ un bisogno di vita e di speranza che guarda a questo intricato e drammatico oggi e che, con tutto il realismo necessario, intende dire come uscire da questa crisi di civiltà a partire, oggi, da come uscire da questa guerra.
Cominciamo allora a dire che non esistono morti di serie A e morti di serie B. In memoria di tutti questi morti della guerra –di Quattrocchi e dei carabinieri; delle madri e dei bambini di cui mai conosceremo il nome morti sul ponte di Nassiriyah, dei ragazzi americani e dei civili irakeni massacrati a Falluja, dei morti palestinesi e israeliani, di quelli di Madrid- raccogliamoci in un minuto di silenzio. La guerra è guerra, la vita è vita. Ed è per questo che ci siamo arrabbiati –sì, arrabbiati senza limite- per il cinismo dello realtà show di Bruno Vespa, roulette russa in attesa del nome dell’assassinato, a cui ha partecipato pontificando contro la corrispondente Rai da Baghdad il Ministro degli Esteri. La famiglia ha ricevuto dalla Farnesina la telefonata un’ora dopo la fine di Porta a Porta. Basta questo per esigere le dimissioni di Frattini. Hanno mentito su tutto, prima e durante questa guerra, e hanno mentito perfino la sera della tragedia di Quattrocchi, offendendo il senso della vita. Sentiamo nostre le parole di Marco Tullio Giordana :”sempre più mi convinco che non si possa venire a patti con ‘questa televisione’, con ‘questa’ politica trasformata non in spettacolo (che per me è parola sacra) ma in televendita…ogni pudore è perso in mano a pretoriani pericolosi perché spaventati dalla loro stessa nullità”.
Si può tornare a chiedere ai democratici e alle persone civili di astenersi almeno ora, per indignazione, dalle presenze al reality show di Bruno Vespa? Ci scusiamo con Berlusconi –così attento a ridurre e razionalizzare le ferie e i ponti- e con Fini di averli costretti a interrompere le meritate vacanze per occuparsi delle sorti degli altri ostaggi. Con quale faccia ci parlano di unità nazionale coloro che hanno mentito su tutto?
Basta coi proclami. Occorre fare ogni cosa per liberare gli ostaggi, con riservatezza e con determinazione. La stessa che parrebbe esserci stata per due ostaggi dei servizi liberati nei giorni precedenti. Sì: si deve trattare, trattare, trattare con chiunque possa aiutare la loro liberazione. Occorre ascoltare il messaggio appassionato delle famiglie degli ostaggi (“i nostri ragazzi sono partiti alla ricerca di un lavoro senza alcun altro motivo ideologico, risparmiate la loro vita, ucciderli è controproducente per la causa che voi sostenete”). Parlare con la Siria, dopo l’Iran. E invitare tutti gli italiani impegnati in affari, business, sicurezza privata a lasciare l’Irak. “Gli inglesi –ha scritto Robert Fisk- nel 1920 ci misero tre anni a farsi nemici sia i sunniti sia gli sciiti. Gli americani ci stanno riuscendo in meno di un anno”. Il responsabile della Pepsi-cola –non delle Brigate verdi- a Baghdad ha dichiarato a Naomi Klein che “tutti i guai del paese vanno attribuiti a Bremer. Non ha mai ascoltato gli irakeni. Non sa niente dell’Iraq. Ha distrutto il paese e provato a ricostruirlo da capo, e adesso regna il caos”. Lo studioso Paul Kennedy ha in questi giorni definito la “brigata Wolfowitz” –formata, col vicesegretario alla difesa e teorico neocons, da Cheney, Rumsfeld, Perle e Feith- “una sorta di arma di distruzione di massa”.
Oggi con forza dobbiamo mobilitarci affinché si impedisca l’assedio e la battaglia di Najaf, una seconda e più drammatica Falluja, che probabilmente renderebbe irreversibile la degenerazione in Irak. Sistani è stato chiaro nel suo ammonimento. Per questo non è stato “ridicolo” –come si è affermato con scarsa lungimiranza nei giorni scorsi- proporre e votare un mese fa la richiesta di ritiro delle truppe italiane. Non si tratta solo della convinzione che sia stato violato l’art.11, che l’Italia debba ripudiare la guerra, che il Parlamento sia stato turlupinato prima da un gigantesco castello di bugie sulle armi di distruzione di massa e poi sull’invio dei soldati “a scorta degli aiuti umanitari”. Berlusconi e Frattini hanno mentito, e l’Italia è l’unico dei paesi impegnati tra i “willings” in cui si è osteggiata la formazione di una commissione di inchiesta parlamentare sulla guerra irakena di cui rinnoviamo con forza la richiesta, estendendone i poteri su tutti gli avvenimenti di queste settimane.
“Lasciare l’Irak – ha detto efficacemente Guglielmo Epifani- non è una fuga dalle responsabilità. E’ indicare una responsabilità più alta”. Vuol dire riconoscere che, malgrado gli sforzi dei vertici militari italiani, la residua convinzione che siamo “brava gente” e il palese richiamo all’art.11 formulato da Ciampi, l’Italia fugge, giuridicamente e politicamente, dalle sue responsabilità rimanendo sotto il comando americano, essendo costretta a compiere azioni di guerra, bruciando –come la vicenda degli ostaggi indica- margini di dialogo e di mediazione politica. Ritirarsi è un atto di autonomia, perfino di orgoglio nazionale, di consapevolezza europea. Non ci si può illudere che l’ONU –bombardata politicamente da Bush e poi militarmente dai terroristi- toglierà le castagne dal fuoco all’Italia, alla GB, agli USA. Cosa può sostenere Annan –boicottato da Bush negli anni scorsi-, se non di limitare il ruolo dell’ONU alla scelta dei tecnocrati cui affidare il futuro governo lasciando però ai militari americani il controllo effettivo sul terreno? E così proseguirebbe la guerra, l’ostilità, l’odio verso chi occupa il paese. Zapatero, in quelle condizioni, lascerà l’Irak. Non vuole che i propri militari partecipino all’occupazione. Il Portogallo conservatore si muove nella stessa direzione. Il candidato premier laburista in Australia annuncia il ritiro in caso di vittoria. Altri paesi minori della “coalizione” si stanno disimpegnando. Perché, dopo tanto aver parlato di Zapatero, l’intero centrosinistra italiano non dovrebbe dire almeno la stessa cosa? E perché non imparare da chi, di fronte a duecento morti, ha avuto il coraggio di denunciare le mistificazioni di Aznar, e farsi prendere invece da una suicida sindrome da unità nazionale, di fronte a un ostaggio assassinato, volta solo a sbianchettare le responsabilità e le bugie del governo italiano in questa guerra?
Altro che voglia di “salvarsi l’anima”…sarebbe allora ancora peggio andare via a luglio, o ad agosto, una volta constatato che la svolta non c’è stata e che non c’è più niente da fare. Ma non basta più fare le anime belle che chiedono la svolta, ora persino radicale, e che non indicano con quale atto provocarla e ottenerla. L’unico atto che si fa sentire, che fa rumore nel mondo, che arriva all’opinione pubblica USA e aiuta Kerry, l’unico atto che dice all’ONU che ci vuole una svolta non a parole è l’avvio, fin da subito, del ritiro del contingente italiano. E’ un atto di lotta, non di resa. E’ un atto politico, non il guardare imbarazzati all’ultimo sondaggio di Mannheimer. Quest’atto dev’essere accompagnato da una proposta concreta e realistica, che non evochi l’ONU come un totem: promuovere una Conferenza internazionale di pace in Irak, che coinvolga tutte le forze irakene, tutti i paesi e le forze belligeranti, la UE, la Russia e la Cina, e i paesi della regione, a partire da Iran, Turchia e Siria. Idea che nei giorni scorsi ha trovato il sostegno di Russia e Francia. Questa conferenza dovrebbe stabilire i tempi del rientro delle truppe delle potenze occupanti e la composizione e gli obiettivi di una forza multinazionale di pace e di sicurezza.
Andare via oggi è l’indicazione di un’altra strada –quella dell’intelligence, quella della polizia e quella della politica- per sconfiggere il terrorismo, poiché con tutta evidenza la strada imposta da Bush dopo l’11 settembre ha alimentato, come ha detto J.F.Kerry, il terrorismo e l’insicurezza. Nei giorni prossimi lavoreremo quindi con convinzione perché l’intero centrosinistra, con un atto unitario e responsabile assuma in Parlamento una posizione chiara che non attenda la fine di giugno per l’assunzione di quella “responsabilità più alta” di cui ha parlato la CGIL. Uscire dalla guerra, questa è la nostra proposta, con un ruolo di primo piano per l’Italia e per l’Unione Europea di costruzione di una conferenza di pace e di una vera soluzione politica.
2. Ma le esitazioni e le incertezze di questi mesi –che hanno accompagnato la decisione di formare la lista unitaria con la Margherita e lo SDI- richiamano ad un problema più grande che riguarda il modo in cui la sinistra guarda al mondo d’oggi, e le scelte che deve fare. Sarà questo un oggetto decisivo del prossimo congresso dei DS. D’Alema ha detto che la sinistra europea è stata subalterna al pensiero unico. Come non essere d’accordo. Ma occorre che con profondità si guardi alle domande che vengono dai movimenti di questi anni: quelli per la pace, di critica alla globalizzazione, antiliberisti. Questi movimenti, composti da giovani, sindacati, ong, enti locali e forme di democrazia partecipata hanno rappresentato, su scala globale come in Italia, il tornante di questa fase. Altro che cascami estremistici degli anni 70 ! c’è una domanda di sinistra nuova, oltre le esperienze del 900 –quelle del socialismo e del comunismo- ma in direzione opposta a quelle del neoliberismo e della terza via di Giddens e Blair.
Questa riflessione approfondita non c’è stata. Investe un problema non solo di testa, ma di cuore della sinistra. Dice un’ antica espressione indigena messicana: “non si può camminare con due cuori”. La sinistra non può camminare con due cuori: uno che guarda enfaticamente alle grandi opportunità di un mercato sempre più largo, e l’altro che pensa a chi, di quel mercato, è vittima. Uno che pensa che, in fondo, la guerra per esportare la democrazia si può fare e l’altro che rifiuta le ragioni della forza. Non perché non serva il mercato, ma perché esso va messo al servizio dell’uomo, della donna, dei beni comuni, di un equilibrio ecologico, dei diritti umani di tutti. Non perché la forza non serva, ma perché dev’essere monopolio esclusivo delle Nazioni Unite e la guerra, nel tempo moderno, deve diventare un tabù. Questo è il punto. Non esiste un complotto nel movimento volto a deligittimare i Ds e il triciclo. Esistono, purtroppo, attenzioni strumentali di piccole formazioni che, per uno 0 virgola in più, sacrificano prospettive comuni. Esistono, purtroppo, piccole frange violente che nelle piazze vanno isolate e rese impotenti con molta più determinazione collettiva. Ma è dal 2001, dal tragico errore di Genova, quando non ci fummo, che c’è una cesura. Il tentativo di interloquire, di risalire la china e di aprire un nuovo rapporto di cui la nostra esperienza collettiva, dal correntone ad Aprile, è stata protagonista per quasi tre anni, è stato importante. Permettetemi di dirlo: dobbiamo esserne orgogliosi. Grazie a Giovanni Berlinguer, a Fabio Mussi e ai tanti che hanno tenuta accesa una speranza.
L’anno scorso sembrava che, con il grande Ulivo, con i DS aperti ai movimenti, finalmente la sinistra riformista con scelte anche personali coraggiose di Fassino avesse assunto una posizione seria e forte di interlocuzione. In questi mesi la sensazione di confusione, di corsa al centro, di accettazione dello schema a cui ci invitano grandi mezzi di comunicazione –i riformisti seri da una parte, che sono quelli affidabili, e i radicali massimalisti dall’altra- ha creato un nuovo corto-circuito. Ora la sinistra e il centrosinistra hanno un’occasione decisiva per dire dove stia in questo mondo il loro cuore, con il rinnovo del Parlamento Europeo. Si è parlato quasi solo di liste, di formule, di sigle, di schemi, di simboli fino a sconcertanti querelles giudiziarie.
Ma ben poco si è parlato di contenuti, di scelte, di valori. E questo vorremmo fare oggi. E’ sui valori e sulle scelte che è viva o non è viva la sinistra, che vivrà o non vivrà. La nuova Europa dev’essere, anzitutto, la prima grande potenza di pace e di promozione dei diritti umani. Vogliamo vedere scritto nella Costituzione, più o meno così: “L’Europa ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, consente alle limitazioni necessarie a un ordinamento di pace e tal fine riconosce alle Nazioni Unite il compito esclusivo di garantire questi principi”. La nuova Europa si deve proporre il superamento degli eserciti nazionali, riducendo le spese militari e trasferendo una parte dei propri bilanci della difesa per una difesa europea limitata e qualificata volta a offrire il primo nucleo di quelle forze armate dell’ONU previste nella Carta e mai realizzate, per un adeguato sistema di giustizia e di sicurezza dal terrorismo e per un’azione di protezione civile internazionale efficace e rapida; riconvertendo l’industria bellica e stabilendo nuove limitazioni continentali al commercio delle armi. A tal fine una sinistra viva deve proporre alla Francia di trasformare il proprio seggio nel Consiglio di Sicurezza in seggio dell’Unione Europea, garantendo come contropartita ai francesi un congruo periodo di tempo in cui il rappresentante della UE sia francese; e di assegnare un seggio alle unioni continentali, a partire dall’Unione Africana, come base di una riforma democratica dell’ONU. Quest’Europa deve bandire ogni doppiezza nei confronti di regimi e paesi che violano i diritti umani, e inventare –contro la guerra preventiva- una nuova dottrina della democrazia preventiva. La seconda scelta è quella di pensare all’Unione Europea e del Mediterraneo. Recentemente Shimon Peres, e poi D’Alema hanno avanzato una proposta suggerita già nel passato da Pasqualina Napoletano e da noi, nell’assemblea dell’ottobre scorso: far entrare Israele, il nuovo stato palestinese e la Giordania nella UE. C’è almeno altrettanta Europa nella Gerusalemme cristiana, ebraica e musulmana di quanto ce ne sia a Tallin, a Riga o a Vilnius. E agli USA –per sconfiggere l’unilateralismo militarista di Bush- dobbiamo dire che questa nuova Europa è l’incontro di civiltà, contro chi ne propone lo scontro: e che Kerry potrà contare su un’Europa mediterranea in cui cristiani, ebrei, musulmani potranno vivere insieme e costruire una nuova civiltà comune, e che tutto ciò ridurrà il terrorismo e la violenza. E così la Turchia, e domani il Maghreb e l’intero Mediterraneo, partendo dagli accordi agricoli e commerciali già esistenti, potranno entrare anch’essi nella nuova Unione.
La nuova Europa deve, in terzo luogo, dimostrare coi fatti al sud del mondo che, davvero, un altro Occidente è possibile. Ieri, su iniziativa coraggiosa e lungimirante del sindaco di Roma, abbiamo manifestato per l’Africa. L’Africa sarà davvero nel cuore se aboliremo dazi e protezionismi, e se la nuova Europa mediterranea proporrà, a differenza di quanto ha fatto Lamy a Cancùn, una riforma democratica del commercio e dell’economia globale. L’Africa è una grandissima risorsa di intelligenze, di cultura, di sviluppo potenziale, e l’Africa guarda prima di tutto al Mediterraneo e all’Europa. Vanno cancellate dalle trattative sul commercio le voci che riguardano i grandi beni comuni oggetto di un assalto e di una privatizzazione da parte delle multinazionali: l’acqua, l’aria e il clima, la salute, la cultura, i servizi. Occorre una trattativa ravvicinata col G20più, e prima ancora un’intesa preliminare coi paesi più poveri, a partire dal sostegno al rafforzamento dell’Unione Africana –cancellazione del debito, progetti agricoli comuni, accordi commerciali UE-UA- e da un nuovo rapporto UE-Mercosur. Va deliberata la tassazione delle transazioni finanziarie speculative a breve, per avviare una fiscalità democratica che finanzi lo sviluppo e, almeno, lo 0,7% su scala europea alla cooperazione. Vanno sanzionate penalmente e amministrativamente le imprese europee che, decentrando le loro produzioni in altre parti del mondo, violano diritti elementari dei lavoratori, delle donne, dei bambini, creando le basi una concorrenza fondata sullo sfruttamento selvaggio e sulla slealtà commerciale, e vanno invece incentivate le imprese che quei diritti li rispettano. La nuova Europa dev’essere, nella sua identità, il servizio pubblico. Il modello europeo, a differenza da quello statunitense, è stato il servizio pubblico e il welfare. La “privatizzazione del mondo” di cui ha parlato Jean Ziegler, ha rimesso in discussione alle fondamenta questo modello. “Meno stato più mercato” è stato un imperativo ideologico e uno spietato programma di impoverimento del sud del mondo. Grandi aziende europee partecipano attivamente a questi processi di privatizzazione e di spoliazione. Anche l’acqua in rubinetto viene venduta imbottigliata –e talvolta con danno per la salute- nel sud del mondo come ormai nelle grandi metropoli. Il servizio pubblico, invertendo le privatizzazioni selvagge, deve entrare nella costituzione europea, a differenza da quanto oggi succede nella terza parte del testo predisposto dalla Convenzione che costituzionalizza indirizzi liberisti. Servizio dell’acqua, scuola e formazione pubblica, difesa della salute, promozione dell’ambiente sono fra i contorni di quella fuoriuscita dal fondamentalismo del mercato che si impone alla nuova Europa. Il welfare va allargato, europeizzato, finanziato non solo perché è giusto e civile garantire diritti elementari, ma perché è il primo motore dello sviluppo, sostegno alla domanda, condizione per la ripresa. E infine la nuova Europa deve decidere di andare oltre i parametri di Maastricht nelle spese per gli investimenti nella ricerca, la cultura, l’innovazione, la qualità, il sapere, nuove forme di welfare digitale e culturale: più sapere per tutti. Non si tratta di rinazionalizzare le politiche economiche. Ma di sapere che la nuova Europa si può e si deve indebitare nelle spese in conto capitale che facciano delle università, della scuola, del sapere –di quello che insieme a Umberto Sulpasso, teorico di uno sviluppo economico fondato su fattori non solo economici, abbiamo chiamato know global- l’altro grande motore dello sviluppo, accanto al welfare. Lo stato non è un’azienda che deve fare profitti. Un certo grado virtuoso di indebitamento, come ci spiega Paolo Leon, è indispensabile: proporre di concentrare una quantità ingente di risorse pubbliche per creare un volano competitivo, di ricerca e di innovazione è indispensabile. Lisbona è un pallido ricordo, così come il piano Delors. Da lì, ha scritto Laura Pennacchi, dobbiamo ripartire. Gli USA si indebitano per le armi, e il militare traina la ricerca e lo sviluppo. Questo debito è ormai fuori controllo e ieri il FMI dice che è una minaccia per l’economia mondiale. Ma la nuova UE può sostenere un certo grado di indebitamento selettivo nell’economia pulita, nella ricerca senza ogm in agricoltura, in farmaci accessibili nei paesi devastati dalle epidemie, nella salute, nell’industria del software libero rifiutando le brevettabilità imposte dalle multinazionali, aprendo a progetti comuni con paesi come l’India che conoscono un boom tecnologico. Ogni impresa, ogni amministrazione, ogni servizio pubblico devono essere trainati da questo grande motore –più sapere per tutti- che finanzia, promuove, sostiene l’innovazione in ogni ambito.
3. Tanti operai, tante casalinghe, tanti pensionati, tanti ragazzi precari –non nascondiamocelo- danno colpa della loro situazione all’Euro. Voglio dire che l’Europa –per la prima volta in una nazione che l’ha vissuta come un’opportunità- rischia di essere sentita come un vincolo e un ostacolo. Le destre radicali, e in Italia soprattutto la Lega, cavalcano questo sentimento, e lo riempiono di egoismo, sciovinismo, razzismo. C’è un deficit di speranza, e ai fattori materiali della crisi si aggiungono, con particolare durezza in Italia, quelli psicologici.
La sfida del 23 marzo, la forza serena e imponente della CGIL, la comune recente piattaforma con la CISL e la UIL, il popolo dei pensionati del 3 aprile ci dicono che quei sentimenti possono e debbono prendere un’altra strada. La colpa non è stata dell’Euro, perché la liretta nella globalizzazione avrebbe travolto salari, risparmi, professioni. La colpa è di chi non ha saputo gestire quel passaggio e non ha capito per tempo che se il pane e il latte costano lo stesso a Roma e a Berlino, anche le paghe dei lavoratori devono essere le stesse. Il governo di destra ha scatenato, nel momento in cui si passava all’Euro, l’attacco al lavoro, allo statuto, ha voluto la legge 30, fino al lavoro intermittente –come se un giovane, a seconda del mercato o del padrone, quasi fosse un interruttore si potesse accendere e spegnere-. Ha detto al sud che col miracolo liberista un nord forte avrebbe trainato e distribuito dividendi al resto del paese. Ha detto all’impresa –dopoché quella vera e propria sciagura nazionale che è stato Antonio D’Amato, che finalmente se ne è andato, l’aveva detto al governo- di falsificare i bilanci, di spremere i lavoratori, di evadere le tasse, la previdenza e ogni obbligo, di costruire abusivamente. E ora si appresta a cancellare, con le due aliquote fiscali e con un nuovo regalo fiscale ai ricchi e ai forti, e con la devolution, scuola, sanità e sicurezza pubblica. Anche così ha preso forma quel capitalismo immorale, senza limiti, cinico, incapace, perché mediocre, di credere perfino in sé stesso, di cui i crack Parmalat e Cirio, con le connesse responsabilità economiche e morali dei principali gruppi bancari italiani, sono le punte emergenti.
Ma il 23 marzo, il coraggioso e determinante no di Corso d’Italia al Patto per l’Italia, l’esplosione di una nuova soggettività sindacale del lavoro giovanile, nero, immigrato, precario, in una parola la strategia dei diritti hanno indicato un’altra prospettiva. Non era la nostalgia per le tute blu –che tuttavia esistevano, come continuava a esistere, malgrado il circo mediatico-politico, la fatica nel lavoro, gli incidenti, la condizione degli edili e dei braccianti, lo sfruttamento minorile di cui ci ha riparlato la CGIL in queste ore-: era il distacco tra l’economia reale e la vita di ogni giorno e i gruppi dirigenti del Paese. Quella critica ha riguardato anche la sinistra politica e la nostra precedente esperienza di governo. E ha rivendicato il valore sociale del lavoro, i suoi diritti, le protezioni, le retribuzioni, il welfare, la scuola pubblica come fattori decisivi di un paese che cresce. I diritti come condizione di una competitività alta, come fattore di sviluppo. Il recente documento approvato dai DS rappresenta un successo di questa critica e dell’azione sindacale e della nostra area. La sinistra è viva e vivrà se dirà pane al pane e vino al vino e se trasformerà questo patrimonio in un grande progetto per l’Italia. Ci proponiamo non un aggiustamento, ma una vera riforma della società. Si tratta di mettere, con la politica, nuovi paletti alle logiche selvagge del profitto, e di proporre un nuovo grande compromesso, travolto quello precedente dalla finanziarizzazione globale, fra il capitalismo e il lavoro. Proverò a indicarne quattro punti. Il primo. Il lavoro deve avere un nuovo riconoscimento. Altro che le gabbie salariali frettolosamente suggerite da Rutelli.Il riconoscimento del lavoro è il cuore di quella nuova politica dei redditi che la CGIL ha proposto. Ci impegnamo con nettezza all’abrogazione della legge 30. Ma fin da ora intendiamo avanzare proposte redistributive che vadano nel senso di trasferire una quota superiore dell’aumento di produttività al salario, e di migliorare e stabilizzare le condizioni del nuovo precariato di massa. Oggi qui proponiamo due disegni di legge all’intero Ulivo e al centrosinistra: il primo riguarda il sostegno alla contrattazione di 2° livello che recuperi la produttività di settore, nel rispetto e nel rafforzamento del CCNL; il secondo indica un salario minimo per i lavoratori precari contrattato collettivamente che riconosca il diritto di essere pagati il giusto. Stiamo inoltre studiando forme di vincolo degli incentivi alle imprese in rapporto al rispetto dei contratti e alla stabilizzazione del lavoro. Ci proponiamo inoltre l’abrogazione della spaventosa legge Bossi-Fini, e invitiamo il centrosinistra ad una riflessione più coraggiosa sul diritto alla mobilità delle persone nell’epoca della globalizzazione. A questo fine lo scempio dei CPT –veri e propri lager, dove non vige l’ habeas corpus- va cancellato alla radice. Il secondo. Va riconosciuto un nuovo spazio all’intervento e al servizio pubblico. Le privatizzazioni sono servite per staccare il tagliando dell’Euro. Ma la confusione semantica e politica tra liberalizzazioni e privatizzazioni e la volontà demolitoria di tutte le prestazioni pubbliche va contestata. Il pubblico deve riconquistare territori perduti negli anni 90. Non acceteremo che sulle pensioni nel centrosinistra ci siano i cedimenti che qualche scricchiolio, soprattutto nella Margherita, fa temere. Il vero problema previdenziale da porre è quello di come coprire con l’intervento pubblico i giovani e i precari destinati oggi all’incertezza, che non possono certo aspettare il miracolo del privato. Ma ci riferiamo in generale alla salute, all’assistenza, alla sicurezza, alla giustizia e alla scuola, settori in cui il concorso del privato dev’essere marginale, vincolato al preciso rispetto dei principi costituzionali. Ci riferiamo ai beni comuni, di cui ho già parlato, e in particolare all’acqua –bloccando la vendita dell’AQP-, all’energia, alle politiche ambientali, a larga parte dei servizi pubblici locali. E anche per ciò che riguarda grandi settori strategici, come l’Alitalia, occorre frenare e correggere una logica da saldi che rischia di impoverire tecnologicamente e economicamente il Paese. Il terzo. Occorre un nuovo patto di giustizia ed equità fiscale, dopo le demagogie liberiste degli anni 90. Pagare meno, pagare tutti, va bene ma non basta: pagare meno chi ha di meno, chi ha di più –per esempio noi parlamentari- deve contribuire di più e non dovrà giovarsi di riduzioni e sconti. E alle imprese va lanciata la sfida di un alleggerimento fiscale in cambio di innovazione, rispetto delle norme contrattuali, valorizzazione del lavoro: tutti i fattori, cioè, che rendono un’economia solida e robusta.
Ma –e questo è il quarto punto- è sull’innovazione, sulla ricerca e sulla cultura che la sinistra deve far fare il salto fondamentale all’Italia. Non diciamo qualcosa di particolarmente nuovo. La cultura è stato il primo e principale motore economico dell’Italia repubblicana, e la scuola di massa, l’accesso alle università, le 150 ore sono stati i principali volani di crescita del Paese. L’Italia oggi cresce poco e male perché si è rinunciato per vent’anni, anche a sinistra - ubriacati da visioni economicistiche e liberistiche- a questa convinzione. Fa una certa impressione vedere oggi
le università italiane al 78° posto mondiale quando in Italia, a Bologna, nacque la più antica università del mondo. Anche allora le università erano i centri motori dello sviluppo e dell’economia. Oggi il digitale e la rete rappresentano una rivoluzione tecnologica la cui
portata si stenta ancora a comprendere. Il rapporto che c’è tra rete e vecchia tv è lo stesso che c’è tra repubblica parlamentare e monarchia assoluta. Ma non basta affidarsi alla tecnologia o al mercato. Occorre un massiccio intervento pubblico. Perciò parliamo di keynesismo culturale e digitale, di potenziamento dell’istruzione pubblica di ogni grado, di industria del sapere, di carta di credito digitale, di free software, di fiscalità per l’innovazione: di darsi dieci anni per far compiere a tutto il sistema Italia l’amministrazione, l’impresa, il lavoro, l’urbanistica e la mobilità, i beni culturali e quelli ambientali- un salto tecnologico e innovativo che riscopra al nostro paese la sua più autentica vocazione di potenza di idee, di invenzioni, di arti. Questo vuol dire un modello che non pensi che se tirano le parti forti tira il paese. Dire che la cultura è il nuovo motore dello sviluppo significa dare l’unica vera prospettiva di crescita al Mezzogiorno e alle aree deboli. In questi giorni si è scoperto che il comune più informatizzato d’Italia è Soveria Mannelli, in Calabria. Uno shock di innovazione culturale e tecnologica può portare a risultati strepitosi, soprattutto nelle aree più arretrate. Occorre denaro pubblico, tanto, occorre un piano europeo, ma occorre soprattutto una ferrea volontà politica.
Ed ora che, alla guida di Confindustria arriva il presidente della Ferrari, è legittimo attendersi non solo una netta inversione di rotta, la volontà di una nuova concertazione e di una nuova politica dei redditi, ma un serrato confronto sui veri problemi del Paese. La nostra simpatia, non fosse altro che per il colore, per la Ferrari non ci fa iscrivere al partito di Montezemolo. Ma guardando a una seppur piccola azienda che deve i suoi successi non al basso costo del lavoro, ma all’innovazione e al sapere, si può sperare in un nuovo patto sociale tra le forze produttive, profit e no-profit, fondato su lavoro, sapere, ambiente, sanità, sicurezza –e cioè su tutti i fattori attivi dello sviluppo e della società-.
4. Guai a pensare che, con un Paese che va male, la strada è spianata per un’alternativa di centrosinistra. La crisi del berlusconismo e del centrodestra è palese. Ma intanto è già cambiata una parte della natura delle istituzioni. Della Rai e dell’uso televisivo valgano qui le parole di Giordana. Mai, nella storia repubblicana, tanti poteri erano stati concentrati nelle mani di una sola persona. La soglia di accettazione dell’ uso privato delle istituzioni da parte di molti ministri e esponenti politici si è sinistramente abbassata. Oggi si vedono i tratti di una seconda questione morale, dopo quella denunciata da Berlinguer, con pezzi di impresa e, talvolta di criminalità, che si fanno direttamente politica.
Questa deriva può conoscere una scorciatoia di riduzione della democrazia. E’ una tendenza più generale. Gli anni del pensiero unico –meno stato e più mercato- sono stati gli anni del trionfo di un’idea gerarchizzata e iperleaderistica della politica. Gli interessi personali e imprenditoriali della famiglia Bush, di Cheney, e di altri esponenti “neocons” nella guerra irakena sono palesi. Questa tendenza accelera una crisi delle democrazie, che iniziano una mutazione genetica in plutocrazie e in videocrazie. Si configura piano piano un nuovo autoritarismo mediatico e affaristico. Forza Italia è il caso limite nell’intero Occidente di questa tendenza, perché è un partito senza radici e senza storia. E una parte di quelle che si conoscono non sono certo rassicuranti. Già si intravedono gli elementi con cui, in questa campagna elettorale e nel periodo che abbiamo di fronte, la destra cercherà di rialzare una bandiera populista, contro i partiti e la politica. La controriforma costituzionale della destra –che fa divenire il capo del governo il dominus assoluto- e la riforma dell’ordinamento giudiziario rappresentano la chiusura del cerchio.
L’unica risposta possibile –sicuramente l’unica di sinistra- è quella di riprendere in mano la bandiera della democrazia, della questione morale, della partecipazione. Dai movimenti dell’ultimo triennio è venuta, prepotente questa domanda: di una politica dal basso, di decidere, del rifiuto del suddito teleutente. Chiedono di partecipare e decidere i metalmeccanici sul contratto separato. Chiedono di partecipare e decidere i giovani, da Seattle a Genova a Mumbai, contro i G8 o le regole antidemocratiche del WTO e degli organismi mondiali. Chiedono di partecipare e decidere i girotondi, rispetto alla vita, tante volte asfittica e devitaminizzata, molto spesso interessata solo a candidature, liste e organigrammi, dei partiti. Non è con la boria che si risponde a queste domande. Non possiamo difendere un’idea di partito, gloriosa e straordinaria, che non esiste più. Oggi i partiti diventano sempre più i loro leaders che vanno in tv. Scegliere la democrazia partecipativa vuol dire fare un’ opzione su parte dei bilanci delle amministrazioni locali, decise dalle procedure partecipative. Vuol dire rendere abituali i referendum sugli accordi sindacali e riformare, allargandola, la rappresentanza. Vuol dire vincolare il finanziamento pubblico ai partiti ai loro statuti democratici e al potere dei loro iscritti di selezionare democraticamente, con le primarie, i candidati. Vuol dire combattere con generosità, anche personale, il leaderismo e la personalizzazione, fino ai fenomeni dilaganti di transumanza da un gruppo all’altro nella politica locale. Vuol dire anche rivedere le leggi elettorali. Non si tratta di passare dal maggioritario al proporzionale, ma di correggere e invertire l’estremo grado di personalizzazione della politica accentuando la competizione bipolare. Dobbiamo studiare ipotesi che temperino la personalizzazione –dal limite di due mandati anche per le cariche elettive nazionali, nello stesso collegio-, e affermare un sistema più mixato (sul modello della legge elettorale per le elezioni provinciali).
Ma è forte l’esigenza di una politica “diversa”. Sì, vorrei usare dei termini di Enrico Berlinguer –che abbiamo ricordato in un impegnato e appassionato convegno di Aprile a Genova- forse quello più discusso e contestato, la “diversità”. Non la diversità ideologica. Ma una politica umile, fondata sul “noi”, che pensa che sia incompatibile con lo stare nei DS incontrare o colloquiare con un boss mafioso; che si preoccupa quando sa che a Salerno ci saranno liste comuni tra DS e il gruppo di Carmelo Conte, che ha quattro provvedimenti giudiziari in corso, alcuni recenti, di cui uno per associazione mafiosa. Di chi non ha salutato l’approdo di Cirino Pomicino al centrosinistra e di chi è convinto che la questione morale, se non si sradicano e si cambiano comportamenti consolidati, potrebbe minare le basi dello stesso centrosinistra e della democrazia. La politica deve quindi conquistare nuovi spazi nei territori espugnati dal mercato e dall’interesse privato, ma non lo può fare con le armi spuntate dei vecchi partiti. Lo deve fare con partiti di tipo nuovo –forti nei valori e aperti nella rete- e nuove forme della rappresentanza, nuove soggettività della società civile organizzata, un nuovo rapporto con gli interessi sociali e del lavoro.
Non voglio nascondere che oggi, dicendo “W la sinistra!” compiamo un atto di soggettività politica. Non siamo stati solo una minoranza di partito. Ci rendiamo conto –lo voglio dire con stima e simpatia umana a Piero Fassino- che non deve essere stato facile guidare il partito avendo a che fare con una soggettività di questo tipo. Ma siamo anche orgogliosi, venendo da storie e esperienze diverse, di aver costruito una cultura comune, un sentire, un senso di appartenenza, fin da quando, con Giovanni Berlinguer, intuimmo a Pesaro la necessità di un cambio di passo storico della sinistra. Poi sono venuti i movimenti. Poi è venuta questa terribile guerra. Ci siamo dati, prima e
dopo la scelta di Cofferati a Bologna, a cui rinnoviamo il nostro affettuoso appoggio, con Aprile –prima rivista, poi associazione, oggi anche apprezzatissimo quotidiano online- un modo di stare nella società e nella politica inedito ed originale. Oggi rinnoviamo il nostro impegno, in questa campagna elettorale, nel prossimo Congresso, fino al momento, che tanti italiani aspettano, in cui Berlusconi dovrà lasciare Palazzo Chigi e potrà nascere il governo del nuovo centrosinistra, del grande Ulivo. Speriamo in questa battaglia di poter contare sulla convergenza e sull’unità di tutte le posizioni di sinistra nei DS lasciando da parte personalismi e settarismi.Ma non ci possiamo nascondere che la prospettiva nei mesi passati è apparsa complicata e offuscata dall’accendersi di una discussione sulle ragioni stesse di una presenza e di un futuro della sinistra. Questa
discussione investe migliaia di compagni e di elettori, che non sanno più cosa di noi potrà essere domani. Alcuni –Asor Rosa, Tranfaglia, Vattimo (quasi un’intera facoltà di LLFF); e poi Falomi, De Zulueta- hanno lasciato purtroppo il partito. Noi, che teniamo alla memoria e che pensiamo che le radici vadano coltivate e annaffiate, non abbiamo paura del nuovo, comunque si presenti. Quelle radici non le abbiamo viste a sufficienza al Palalottomatica, e su tanti giornali che dettano il tempo del vero riformismo abbiamo intravisto la speranza che la sinistra venga ridotta ad un’escrescenza marginale e irrilevante. Temevamo che la lista a tre avrebbe diviso, e oggi purtroppo vediamo nuove divisioni. Ma ciò che più divideva era ed è l’idea che DS e Margherita, magari sotto forma federativa, debbano costruire un soggetto riformista nuovo, inevitabilmente collocato verso il centro del centrosinistra, allargando il solco con forze che tutti testano tra il 10 e il 15%.
A quell’idea abbiamo detto no, diciamo no, diremo no. Non ci stiamo. Rappresenterebbe un duplice strappo: in primo luogo strapperebbe la coalizione, divisa tra una componente troppo moderata ed una troppo antagonista, finendo col compromettere l’idea dell’Ulivo allargato e del nuovo centrosinistra. Rifondazione ha fatto una scelta dolorosa e coraggiosa, sul terreno della
nonviolenza e su quello della collocazione politica. Quello strappo porterebbe indietro quella scelta, e finirebbe col sottrarre al centrosinistra i voti per governare. No, grazie: abbiamo già dato nel 2001.Ma il secondo strappo riguarderebbe il fatto che, nel caso italiano, proprio per la larghezza e l’unità del centrosinistra, la sinistra democratica dev’essere autonoma, per portare il proprio punto di vista sul mondo, sul lavoro, sulla democrazia, e per segnare l’intero programma della coalizione. Anzi: occorrerebbe lavorare per superare la vecchia e nociva teoria delle due sinistre –una moderata e una antagonista-, e sapere che orientamenti di sinistra più moderati e più radicali, come succede in molte forze socialiste, debbono prima o poi convivere. La sinistra che vivrà –perché solo un politologo pazzo potrebbe pensare di eliminarla- deve avere una vocazione maggioritaria, e
proporsi sì di costruire una soggettività più larga, ma dell’intera coalizione, non della sua parte moderata. Voglio dire che l’Ulivo allargato dovrà avere un programma, delle regole, un’apertura e una pratica coi movimenti che superino l’attuale nomenklatura partitica. Solo così l’intero centrosinistra avrà un progetto, dei valori chiari, non si dividerà sulle guerre o sulle pensioni.
Ma senza questa sinistra con questo spirito maggioritario quella coalizione non si costruisce.
Noi ci batteremo per un successo del centrosinistra alle provinciali e alle europee. Lo misureremo con i voti e gli eletti del centrosinistra: almeno uno in più della destra. Salutiamo la presenza di altre forze di sinistra e legate ai movimenti. Ma sosteniamo con lealtà e con le nostre idee la lista “uniti nell’Ulivo”, in cui avremo candidati importanti, tra cui Giovanni Berlinguer.
Ma nessuno provi a usare quei voti nel Congresso, per immaginare qualche ogm della politica, anch’esso sterile. Ci confronteremo liberamente dopo le elezioni al Congresso. Lì non saremo i retrò e i nostalgici: ci sono aspetti del passato –una certa concezione del partito, della disciplina e del leader- di cui è bene liberarsi. La sinistra del 2000 deve avere idee nuove, forti, emozionanti, dire parole che abbiano senso nella vita delle persone e dei giovani. Una di queste –lo vorrei dire per concludere dal punto da cui sono partito, dal dramma di questi giorni- è la nonviolenza. A tratti è sembrato che questo dibattito riguardasse solo i comunisti che hanno aperto un
discussione stimolante. Il libretto dell’Unità curato da Sansonetti fa giustizia di quest’impressione. La storia del socialismo democratico non ha pienamente fatto i conti con la violenza: espunta nell’agire politico interno, accettata spesso nel contesto internazionale. La nuova socialdemocrazia, o semplicemente la nuova sinistra deve fare suo, come progetto politico, l’orizzonte della nonviolenza. Non è ancora un progetto di società ma ne traccia i confini invalicabili: è
antigerarchica, è antiliberista, è contro lo sfruttamento. E’ fatta di verità, umiltà, tolleranza,
gentilezza.Nelle parole dei parenti degli ostaggi trovo questa cultura :”ci rivolgiamo alla vostra coscienza religiosa –hanno scritto ai sequestratori- di credenti in un Dio diverso dal nostro, ma che ha molte radici in comune”. E oggi a chi ci dice che uscire dalla guerra è la scelta più facile, dobbiamo replicare con Gandhi che “il sentiero della nonviolenza chiede molto più coraggio del
sentiero della violenza”. Questo sentiero lo deve imboccare, senza girarsi indietro e così diventare una statua di sale, anche la sinistra.

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