4.03.2004
LEGGE GASPARRI
Pubblichiamo il testo della dichiarazione di voto contrario fatta dall'On. Giovanna Grignaffini alla Camera, a nome dei DS.
Il 24 Marzo 2004
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Grignaffini.
Ne ha facoltà.
GIOVANNA GRIGNAFFINI. Signor Presidente, i Democratici di Sinistra esprimeranno convintamente un voto contrario a questo provvedimento, a nostro avviso odioso perché proiettato nel passato e nel conflitto di interessi.
Siamo contrari a questo provvedimento per tre ragioni principali. La prima è che vogliamo bene alla nostra Costituzione e abbiamo fiducia nell'organismo che ne è massimo e legittimato interprete, la Corte costituzionale. Voi invece, con questo provvedimento, vi fate gioco delle continue sentenze della Corte in materia di pluralismo e concorrenza nel settore nevralgico dell'informazione. Ossia costruite un provvedimento che, anziché accogliere le indicazioni della Corte, le procrastina nel tempo e tenta di aggirarle con ridicoli escamotage che vivranno lo spazio di un mattino. Ma, soprattutto, con questo provvedimento azzerate e umiliate gli articoli 21 e 41 della Costituzione. Si tratta di articoli relativi, il primo alla libertà di espressione e di informazione, che fa del pluralismo l'unica garanzia di una democrazia
compiuta, come ci ricorda il Presidente Ciampi, e l'altro relativo alla libertà della concorrenza e dell'impresa in un settore altrettanto nevralgico del mercato. Umiliate questi articoli perché del pluralismo, che significa pluralità di soggetti, di culture e di punti di vista, di esperienze di settori di realtà, non vi preoccupate neppure.
Non pensate neppure all'idea di quello statuto delle opposizioni, ricordato dal Presidente Ciampi come garanzia di una vera libertà di informazione e capacità di tenuta democratica, soprattutto in un sistema maggioritario. Voi del pluralismo non vi preoccupate perché schiacciate interamente questa dimensione vitale sulla questione della libertà del mercato. Ma il problema è che della stessa libertà del mercato non avete la minima considerazione, perché usate questa legge per coprire e dilazionare ancora una volta nel tempo l'anomalia italiana. Un'anomalia che si chiama monopolio, di fatto illegittimo, costruito al di fuori delle leggi e poi sancito ex post da una legge. Ma il monopolio resta ed è ancora sotto sanzione da parte della Corte costituzionale.
Questa legge, dunque, non risolve i problemi per cui è nata, ma anzi li proietta nel futuro,anche nel digitale.
La seconda ragione del nostro no è perché vogliamo bene al nostro paese, crediamo cioè ed abbiamo fiducia nella sua libertà, nella sua creatività, nella capacità di impresa, di innovazione, di sperimentazione e di ricerca, di sviluppo culturale, economico e tecnologico. Voi invece con questo provvedimento umiliate tutte queste potenzialità. Umiliate il settore dell'editoria, per esempio, con dati e cifre che non riporto, anche perché autorevolmente evidenziati durante l'audizione del presidente della FIEG, Montezemolo, attuale presidente di Confindustria.
Umiliate il sistema delle piccole e medie imprese, le radio e le televisioni private. Con questo provvedimento, infatti, impedite la loro crescita economica e ne limitate la libertà di sviluppo e l'autonomia di elaborazione culturale. La vostra bulimia di potere vi ha portato addirittura a non considerare la vitale esperienza delle televisioni di strada, uno strumento indispensabile per quella crescita culturale, civica, di approfondimento e di comunicazione partecipata che la nuova cultura politica ci invita a prendere in considerazione.
Ancora più grave è che il provvedimento in esame mette la parola fine alla possibilità di ricerca e di innovazione tecnologica perché del digitale fate una grande truffa attraverso cui mantenere le attuali posizioni di monopolio. La sfida del digitale, colleghi, avrebbe richiesto immaginazione, invenzione, politiche pubbliche, incentivi, strumenti e regole per attivare tale sistema importante per il nostro futuro e per la nostra possibilità di crescita. Invece, con il provvedimento in esame vi limitate a dire che il digitale esiste perché ciò vi serve ad aggirare le sentenze della Corte costituzionale. Con il provvedimento in esame, di fatto, difendete il mercato dell'informazione dalla sua possibile apertura. Tenete infatti lontano il possibile ingresso di nuovi entranti con quelle sciagurate norme asimmetriche che, anziché agevolare l'accesso, impediscono l'entrata ai nuovi soggetti. Anziché aprire nuove possibilità ed opportunità chiudete quindi tutte le porte e tutte le finestre.
La terza ragione per cui diciamo «no» è che abbiamo rispetto e fiducia nelle nostre istituzioni di garanzia, a partire dalla voce autorevole del Presidente della Repubblica, che con il suo messaggio ha segnalato un vero e proprio allarme democratico e con il rinvio del provvedimento alle Camere ha evidenziato che i dispositivi predisposti per ovviare alla situazione non erano sufficienti. Abbiamo fiducia anche nella voce delle autorità indipendenti - l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni e l'Autorità garante per la concorrenza ed il mercato - che hanno definito un vero e proprio nonsenso
giuridico ed economico il modo in cui configurate il nuovo sistema integrato delle comunicazioni.
Inoltre, abbiamo fiducia nelle direttive del Parlamento europeo che ci ricordano che la sfida del digitale va affrontata e sostenuta attraverso alcuni atti basilari che vi rifiutate di compiere. Il primo è un vero e proprio processo di riassegnazione delle frequenze, il bene più prezioso che abbiamo a disposizione e l'unica garanzia che un reale allargamento dei mercati e dei soggetti sia veramente compiuto. Ci ricordano anche che tale processo di riassegnazione deve essere operato con criteri certi, con bandi, procedure, trasparenza. Si tratta di aspetti che con la proroga delle concessioni vi guardate bene dal realizzare.
È vero, rispetto al testo che il Presidente della Repubblica ha rinviato alle Camere, che avete apportato alcune piccole modifiche. Tuttavia, si tratta di modifiche di superficie, piccole operazioni di maquillage che non vedranno l'estate, cioè si dissolveranno con il primo vento di primavera. Avete ridotto in minima parte la proporzione quantitativa del SIC, ma l'aberrazione giuridica, economica e legislativa di tale strumento non riguarda la sua quantità, bensì il paradigma che lo fonda, il suo pensiero, la sua concezione. Mi riferisco al fatto che il SIC perde la definizione di mercato rilevante, oltre che quella di singolo mercato, e, quindi, configura una creatura mostruosa rispetto a cui sarà impossibile - non essendovi più i criteri di commensurabilità e di trasformabilità – applicare la benché minima norma antitrust.
Voi rendete impossibile l'azione dell'Autorità antitrust nel settore dell'informazione. Anche per quanto riguarda la questione del digitale, sia nella sua fase transitoria, sia nella sua fase a regime, il problema non è affidare - con quel piccolo maquillage che ho ricordato - all'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (peraltro senza indicazioni, senza criteri e senza reale potere) il potere di verificare l'avvento del digitale nella società italiana. Il problema è che di fronte a questa sfida si trattava di attivare una serie di provvedimenti, di politiche pubbliche, di incentivi, di regole e di certezze in questo nevralgico settore. Si trattava, cioè, di fare quello che ogni classe dirigente fa quando interpreta al meglio il proprio mandato politico: accompagnare i processi, seguire ed incentivare lo sviluppo tecnologico e non limitarsi a dichiarare tali processi accaduti per legge, come voi di fatto fate.
Insomma, voi che siete tanto bravi a costruire una morale di Stato e ad appellarvi ai principi dell'etica pubblica quando si tratta di normare in materia di vite, di comportamenti, di libertà individuali e di culture, vi siete impediti (in questo settore) di intervenire nel benché minimo modo che non fosse quello di proteggere gli interessi del Presidente del Consiglio. Laddove lo Stato dovrebbe ritirarsi e laddove si interviene sulla libertà individuale e sui diritti dei singoli cittadini, voi configurate l'idea di uno Stato etico. Laddove, invece, si tratta di sviluppare un'idea di società, che immagina il suo futuro e che pensa positivo per i propri figli, voi vi limitate ad accogliere la logica piccola, miope (che non resisterà qualche mese) che vede semplicemente la tutela di una piccola patria, fatta di piccoli interessi. Di questo il paese non aveva bisogno. Di questo il paese vi chiederà il conto quando arriveremo alle elezioni
(Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-L'Ulivo e della Margherita, DL-L'Ulivo - Congratulazioni).
Pubblichiamo il testo della dichiarazione di voto contrario fatta dall'On. Giovanna Grignaffini alla Camera, a nome dei DS.
Il 24 Marzo 2004
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Grignaffini.
Ne ha facoltà.
GIOVANNA GRIGNAFFINI. Signor Presidente, i Democratici di Sinistra esprimeranno convintamente un voto contrario a questo provvedimento, a nostro avviso odioso perché proiettato nel passato e nel conflitto di interessi.
Siamo contrari a questo provvedimento per tre ragioni principali. La prima è che vogliamo bene alla nostra Costituzione e abbiamo fiducia nell'organismo che ne è massimo e legittimato interprete, la Corte costituzionale. Voi invece, con questo provvedimento, vi fate gioco delle continue sentenze della Corte in materia di pluralismo e concorrenza nel settore nevralgico dell'informazione. Ossia costruite un provvedimento che, anziché accogliere le indicazioni della Corte, le procrastina nel tempo e tenta di aggirarle con ridicoli escamotage che vivranno lo spazio di un mattino. Ma, soprattutto, con questo provvedimento azzerate e umiliate gli articoli 21 e 41 della Costituzione. Si tratta di articoli relativi, il primo alla libertà di espressione e di informazione, che fa del pluralismo l'unica garanzia di una democrazia
compiuta, come ci ricorda il Presidente Ciampi, e l'altro relativo alla libertà della concorrenza e dell'impresa in un settore altrettanto nevralgico del mercato. Umiliate questi articoli perché del pluralismo, che significa pluralità di soggetti, di culture e di punti di vista, di esperienze di settori di realtà, non vi preoccupate neppure.
Non pensate neppure all'idea di quello statuto delle opposizioni, ricordato dal Presidente Ciampi come garanzia di una vera libertà di informazione e capacità di tenuta democratica, soprattutto in un sistema maggioritario. Voi del pluralismo non vi preoccupate perché schiacciate interamente questa dimensione vitale sulla questione della libertà del mercato. Ma il problema è che della stessa libertà del mercato non avete la minima considerazione, perché usate questa legge per coprire e dilazionare ancora una volta nel tempo l'anomalia italiana. Un'anomalia che si chiama monopolio, di fatto illegittimo, costruito al di fuori delle leggi e poi sancito ex post da una legge. Ma il monopolio resta ed è ancora sotto sanzione da parte della Corte costituzionale.
Questa legge, dunque, non risolve i problemi per cui è nata, ma anzi li proietta nel futuro,anche nel digitale.
La seconda ragione del nostro no è perché vogliamo bene al nostro paese, crediamo cioè ed abbiamo fiducia nella sua libertà, nella sua creatività, nella capacità di impresa, di innovazione, di sperimentazione e di ricerca, di sviluppo culturale, economico e tecnologico. Voi invece con questo provvedimento umiliate tutte queste potenzialità. Umiliate il settore dell'editoria, per esempio, con dati e cifre che non riporto, anche perché autorevolmente evidenziati durante l'audizione del presidente della FIEG, Montezemolo, attuale presidente di Confindustria.
Umiliate il sistema delle piccole e medie imprese, le radio e le televisioni private. Con questo provvedimento, infatti, impedite la loro crescita economica e ne limitate la libertà di sviluppo e l'autonomia di elaborazione culturale. La vostra bulimia di potere vi ha portato addirittura a non considerare la vitale esperienza delle televisioni di strada, uno strumento indispensabile per quella crescita culturale, civica, di approfondimento e di comunicazione partecipata che la nuova cultura politica ci invita a prendere in considerazione.
Ancora più grave è che il provvedimento in esame mette la parola fine alla possibilità di ricerca e di innovazione tecnologica perché del digitale fate una grande truffa attraverso cui mantenere le attuali posizioni di monopolio. La sfida del digitale, colleghi, avrebbe richiesto immaginazione, invenzione, politiche pubbliche, incentivi, strumenti e regole per attivare tale sistema importante per il nostro futuro e per la nostra possibilità di crescita. Invece, con il provvedimento in esame vi limitate a dire che il digitale esiste perché ciò vi serve ad aggirare le sentenze della Corte costituzionale. Con il provvedimento in esame, di fatto, difendete il mercato dell'informazione dalla sua possibile apertura. Tenete infatti lontano il possibile ingresso di nuovi entranti con quelle sciagurate norme asimmetriche che, anziché agevolare l'accesso, impediscono l'entrata ai nuovi soggetti. Anziché aprire nuove possibilità ed opportunità chiudete quindi tutte le porte e tutte le finestre.
La terza ragione per cui diciamo «no» è che abbiamo rispetto e fiducia nelle nostre istituzioni di garanzia, a partire dalla voce autorevole del Presidente della Repubblica, che con il suo messaggio ha segnalato un vero e proprio allarme democratico e con il rinvio del provvedimento alle Camere ha evidenziato che i dispositivi predisposti per ovviare alla situazione non erano sufficienti. Abbiamo fiducia anche nella voce delle autorità indipendenti - l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni e l'Autorità garante per la concorrenza ed il mercato - che hanno definito un vero e proprio nonsenso
giuridico ed economico il modo in cui configurate il nuovo sistema integrato delle comunicazioni.
Inoltre, abbiamo fiducia nelle direttive del Parlamento europeo che ci ricordano che la sfida del digitale va affrontata e sostenuta attraverso alcuni atti basilari che vi rifiutate di compiere. Il primo è un vero e proprio processo di riassegnazione delle frequenze, il bene più prezioso che abbiamo a disposizione e l'unica garanzia che un reale allargamento dei mercati e dei soggetti sia veramente compiuto. Ci ricordano anche che tale processo di riassegnazione deve essere operato con criteri certi, con bandi, procedure, trasparenza. Si tratta di aspetti che con la proroga delle concessioni vi guardate bene dal realizzare.
È vero, rispetto al testo che il Presidente della Repubblica ha rinviato alle Camere, che avete apportato alcune piccole modifiche. Tuttavia, si tratta di modifiche di superficie, piccole operazioni di maquillage che non vedranno l'estate, cioè si dissolveranno con il primo vento di primavera. Avete ridotto in minima parte la proporzione quantitativa del SIC, ma l'aberrazione giuridica, economica e legislativa di tale strumento non riguarda la sua quantità, bensì il paradigma che lo fonda, il suo pensiero, la sua concezione. Mi riferisco al fatto che il SIC perde la definizione di mercato rilevante, oltre che quella di singolo mercato, e, quindi, configura una creatura mostruosa rispetto a cui sarà impossibile - non essendovi più i criteri di commensurabilità e di trasformabilità – applicare la benché minima norma antitrust.
Voi rendete impossibile l'azione dell'Autorità antitrust nel settore dell'informazione. Anche per quanto riguarda la questione del digitale, sia nella sua fase transitoria, sia nella sua fase a regime, il problema non è affidare - con quel piccolo maquillage che ho ricordato - all'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (peraltro senza indicazioni, senza criteri e senza reale potere) il potere di verificare l'avvento del digitale nella società italiana. Il problema è che di fronte a questa sfida si trattava di attivare una serie di provvedimenti, di politiche pubbliche, di incentivi, di regole e di certezze in questo nevralgico settore. Si trattava, cioè, di fare quello che ogni classe dirigente fa quando interpreta al meglio il proprio mandato politico: accompagnare i processi, seguire ed incentivare lo sviluppo tecnologico e non limitarsi a dichiarare tali processi accaduti per legge, come voi di fatto fate.
Insomma, voi che siete tanto bravi a costruire una morale di Stato e ad appellarvi ai principi dell'etica pubblica quando si tratta di normare in materia di vite, di comportamenti, di libertà individuali e di culture, vi siete impediti (in questo settore) di intervenire nel benché minimo modo che non fosse quello di proteggere gli interessi del Presidente del Consiglio. Laddove lo Stato dovrebbe ritirarsi e laddove si interviene sulla libertà individuale e sui diritti dei singoli cittadini, voi configurate l'idea di uno Stato etico. Laddove, invece, si tratta di sviluppare un'idea di società, che immagina il suo futuro e che pensa positivo per i propri figli, voi vi limitate ad accogliere la logica piccola, miope (che non resisterà qualche mese) che vede semplicemente la tutela di una piccola patria, fatta di piccoli interessi. Di questo il paese non aveva bisogno. Di questo il paese vi chiederà il conto quando arriveremo alle elezioni
(Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-L'Ulivo e della Margherita, DL-L'Ulivo - Congratulazioni).