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12.28.2003

Perchè "Sinistra Ds per il socialismo"

Giorgio Mele


In occasione dell'assemblea congressuale del partito tenutasi lo scorso mese abbiamo annunciato la costituzione di una nuova area politica all'interno dei DS sorta dall' unificazione dell' esperienza dei compagni che fanno capo a Socialismo 2000 e e dai compagni che fanno capo dall'esperienza della sinistra ds-14 luglio. In queste settimane abbiamo tenuto incontri, iniziative riunioni in varie parti del paese.

Abbiamo avuto e continuiamo a ricevere molte adesioni che ci confortano sulla bontà della scelta fatta e ci incoraggiano ad andare avanti. Dopo uno scambio di opinioni ci siamo risolti a chiamare questa area "Sinistra Ds per il Socialismo", un nome importante ed impegnativo di cui siamo consapevoli.

Questo progetto non è una mera riedizione di passate esperienze che pure hanno avuto una grande importanza nella storia di questo partito per tenere aperta una idea di sinistra critica e un confronto con la maggioranza del partito.

Essa nasce a seguito della crisi della esperienza della mozione per tornare a vincere che si è evidenziata con maggiore chiarezza durante l'assemblea congressuale convocata per decidere sulla proposta di lista unica per le elezioni europee in cui forze importanti forze hanno scelto di convergere con la proposta del segretario cambiando di fatto la geografia interna ai Ds superando la dialettica del congresso di Pesaro .

La crisi del correntone non data da oggi era già emersa nella vicenda relativa al referendum sull' art. 18 e nella discussione che avemmo a luglio e si è consumata in questa occasione su un punto di capitale importanza per la prospettiva politica: se cioè il centrosinistra italiano, premessa la comune condivisione della esigenza e di un'alleanza di tutte le forze dell'attuale opposizione per l'alternativa alla destra si debba strutturare intorno ad un forte partito e ad una federazione della sinistra, oppure intorno ad un nucleo più o meno largo dell'Ulivo chiamato poi a confrontarsi con le altre formazioni politiche che non ne fanno parte. Questa discussione rimandava direttamente ad un nodo irrisolto e cioè ad una divergenza strategica sul ruolo e sulla funzione della sinistra.

La scelta di costituire la nostra area deriva appunto dalla presa d'atto di queste divergenze e dalla conseguente constatazione della impossibilità dell'esperienza del correntone, che pure ha svolto un ruolo positivo e a cui abbiamo partecipato con impegno, di formulare una comune proposta politica programmatica per affrontare la nuova fase politica.

Ci è parso quindi necessario dare voce e costruire un punto di vista all'interno del partito di tutti coloro che rifiutando la prospettiva del partito unico riformista ritengono essenziale il ruolo ,la funzione e l'autonomia della sinistra italiana. Una scelta chiara e impegnativa che ha anche il significato di tenere aperto un confronto politico come avviene anche in molti partiti della sinistra europea che spinga ad ripensamento e ad un cambiamento rispetto ad una linea prevalente nel socialismo europeo spesso subalterna alle linee del progetto liberista e che ha portato in questi anni a pesanti e cocenti sconfitte nel nostro paese e in gran parte del continente.

L'uso del sostantivo "socialismo" vuol dire la collocazione e il riferimento ad una storia ampia e complessa, a un variegato movimento che è stato parte fondamentale della storia del '900 e di questo inizio millennio.

Questo nome non vuol dire per noi il recupero di un vecchio recinto: non vuol dire cioè il ritorno ad una idea di società senza mercato e senza democrazia, ma non vuole dire neppure copertura di politiche moderate o apertamente conservatrici così come è nella tradizione dell'ala destra delle socialdemocrazie e come è stato nell' esperienza di una parte del socialismo italiano.
Non vuol dire confusione, è bene ribadirlo in tempi di revival sollecitati dal gruppo dirigente del nostro paese, con l'esperienza craxiana che è stato uno dei fattori determinanti della crisi della democrazia italiana.

La parola socialismo vuol dire per noi innanzitutto la lotta per la libertà di ognuno e di tutti.
Vuol dire lo sforzo per rendere operanti le libertà fondamentali e i principi di eguaglianza che stanno alla base di una democrazia che non sia fondata sul denaro e non muova da una idea della politica come conquista del potere dei delegati sopra quelli che hanno dato la delega. E' l'impegno a stabilire nel meccanismo economico e nel mercato ciò che deve essere sociale e pubblico e ciò che deve essere privato, in un sistema di regole condivise.

Vuol dire una società in cui il lavoro sia valore centrale e non l'unica variabile dipendente del sistema economico.

Socialismo per noi vuol dire assumere la pace come principio politico assoluto e battersi per un modello economico che ponga limiti ad una crescita cieca e insostenibile e che distribuisca in modo meno iniquo la ricchezza prodotta. Vuol dire chiamare i paesi dell' Occidente a farla finita con la politica del dominio, della violenza e del razzismo aprendo le porte ad una nuova civiltà della reciproca comprensione e della cooperazione tra le culture. Socialismo vuol dire quindi non arrendersi al pensiero unico e mettersi in sintonia con il sogno di milioni di giovani, di uomini e di donne che un altro mondo è possibile. E' pensare ad un nuovo modello di sviluppo a partire ad una moderna critica del capitalismo.

Colin Crouch afferma che siamo entrati in una fase di postdemocrazia che mette in crisi la stessa democrazia rappresentativa e che ciò deriva dal fatto che il conflitto fra le istanze egualitarie della democrazia e le disuguaglianze che derivano dallo sviluppo capitalistico attuale oggi si vanno facendo sempre più pesanti.

La postdemocrazia dice ancora Crouch assomiglia in maniera sempre più inquietante alla fase della predemocrazia quando i diritti di cittadinanza erano ancora delle conquiste da raggiungere.

Socialismo vuol dire perciò per noi anche difesa della democrazia e sviluppo di una più larga cittadinanza. A partire da queste considerazioni siamo perciò convinti che oggi la sinistra non abbia esaurito la sua funzione che essa è anzi vieppiù necessaria per indicare una prospettiva positiva al mondo di oggi.

La Sinistra Ds vuole quindi lavorare secondo questa linea dentro e fuori il nostro partito per contribuire al rinnovamento, e all' unità della sinistra italiana, e per la unità di tutte le opposizioni.

Riteniamo questo progetto essenziale per lo sviluppo della democrazia in Europa e nel nostro paese: a fronte di una destra così becera e con forti tentazioni autoritarie- salutiamo con soddisfazione che il presidente Ciampi abbia rinviato alle camere la legge gasparri che dà ragione alla battaglia unitaria di tutte le opposizioni- è necessario consolidare il fronte democratico e costituire una coalizione ampia e unita per battere il governo Berlusconi, ma siamo altresì convinti questa coalizione debba poggiare su una sinistra forte e unita.

La forza e l'unità della sinistra sono un requisito essenziale per sconfiggere il governo di centro destra. E' questa la lezione essenziale che abbiamo tratto dalla sconfitta del 2001, che buona parte del gruppo dirigente del centrosinistra e del nostro partito si ostina a non vedere.

Questa è l'idea di fondo che abbiamo sostenuto nelle settimane passate quando ci siamo opposti alla proposta di Prodi di presentare una unica lista alle elezioni europee e al collegato progetto di costituire un nuovo partito riformista prospettiva che ci permettiamo di insistere riteniamo sbagliata poiché condurrebbe di fatto alla marginalizzazione o all'annullamento della presenza di una sinistra autonoma all'interno del nostro paese.

A poche settimane dalle assisi dei tre partiti che hanno lanciato la proposta non possiamo non constatare che siamo di fronte ad una situazione di grave impasse e che sarebbe comodo dire che eravamo stati facili profeti. Che avevamo ragione quando abbiamo affermato diversamente dalla tracimante retorica unitaria che la ha accompagnato, che questa proposta più che unire avrebbe diviso ulteriormente il campo del centrosinistra.

Il dibattito e le conclusioni sulla legge sulla fecondazione assistita hanno evidenziato la distanza che c'è tra le diverse forze politiche su temi non secondari come i diritti delle donne e la laicità dello stato. Su temi come questi è difficile tenere unita una coalizione.

Anche nella scorsa legislatura discutemmo di questo tema. Dopo pesanti scontri facemmo saggiamente cadere il provvedimento in aula per evitare di fare una pessima legge.

Figurarsi se è possibile fare una lista unica o addirittura una partito unico.

La discussione su questa legge ha reso evidente l?impossibilità anche materiale di un progetto del genere. Tanta parte della nostra gente si chiede perchè debba votare la stessa lista di che ha votato in Parlamento con il centrodestra una legge che lede i diritti delle donne e il principio della laicità dello stato.

Questa vicenda ha fatto allontanare ulteriormente tanta gente dalla proposta della lista unica.

Molti, interrogandoci sul futuro, ci hanno detto chiaramente che non voteranno questa lista, non so se questi sono conteggiati nei sondaggi e questi compagni ci chiedano cosa fare. Io penso che il travaglio o il rifiuto di questi compagni non debba essere solo un nostro problema ma un problema di tutti.Un gruppo dirigente deve sapere ascoltare. Oltre a questa reazione la prospettiva della lista unica, più che diminuire ha fatto crescere il numero o la voglia di fare altre liste. Si è formata quella che mette insieme Mastella e Martinazzoli, che segnala un malessere non sopito al centro dello schieramento, Nei prossimi giorni potremmo assistere alla partenza di un nuovo treno quello di Di Pietro e di Occhetto con una parte del movimento dei girotondi. Ho letto e seguito il dibattito di un settore del centro sinistra legato ad una parte dei movimenti no global e dei verdi e che attira molti nostri compagni attorno alla possibilità di costruire una lista arcobaleno e per un Europa di pace.

Lo slogan delle assisi diceva "uniti per unire", ma la realtà sta dimostrando l'opposto e che siamo di fronte ad una possibile diaspora che potrebbe colpire in primo luogo noi dividendoci in più tronconi.

Se non mi sbaglio il centrodestra ha deciso di non presentare nessun listone e in questo caso le elezioni europee non rappresentano più l?anteprima delle politiche, ma tornerebbero ad essere delle normali elezioni proporzionali, per cui cade un a delle altre motivazioni su cui si è costruita questa proposta.

Vorrei inoltre dire che al nostro elettorato e alla gente comune più che la lista unitaria interessi sapere se il centro sinistra sa presentarsi unito con proposte convincenti sulle pensioni, sui contratti dei ferrotranviari a cui va la nostra solidarietà, sulla scuola, sulla sanità, sui diritti delle donne, sulla pace e sulla guerra.

Il risultato delle elezioni amministrative che hanno visto la vittoria della coalizione sulla base della unità di tutti da rifondazione all'udeur, hanno indicato la linea da seguire. Di fronte alla crisi della destra sarebbe stato più utile perseguire questo percorso portando avanti tenacemente la costruzione dell?unità delle opposizioni con un confronto di merito sul programma .

La proposta della lista unica ha interrotto questa fase e ha cambiato l'agenda politica sostituendo alla paziente ricerca unitaria di un programma l'imposizione sulla coalizione della egemonia di un polo riformista.

Una proposta che ha prodotto difficoltà e divisioni perchè è frutto di una analisi sbagliata che privilegia di nuovo la rincorsa al centro, la sfida sulla modernizzazione riprendendo la stessa linea che ci ha fatto perdere nel 2001, Una proposta politicista perchè giustappone uno schema astratto che non funziona ad una realtà che è completamente diversa che non vuole essere ridotta ad unum. L?unità della coalizione di centro sinistra non si fa mettendo insieme e coalizzando un presunto nucleo riformista contro il resto della coalizione. In una situazione come questa la via d?uscita è quella di prendere atto che così non si può andar avanti e che gli elementi di divisione sono più forti di quelli dell?unità. Per cui vogliamo fare un appello chiaro: prima che tutto diventi ingovernabile sarebbe opportuno ritirare il progetto. Epifani preoccupato per ciò che sta avvenendo ha affermato che sarebbe opportuno azzerare tutto. Noi siamo d?accordo per tutte le cose che siamo venuti dicendo finora, ma il nostro appello va al di là: l?azzeramento non deve servire per ripartire per tentar di fare una lista unitaria più ampia o come dice Occhetto una costituente per un vero ulivo, poiché la sostanza non cambia: Anche in questo caso vi è solo una proposta di un diverso ed improbabile contenitore che al di là delle personalità che vi potrebbero partecipare non eliminerebbe il problema della profonda diversità delle posizioni come ad esempio sulla fecondazione assistita o come quelle tra Di Pietro e lo SDi e comunque anche nella prospettiva di occhetto a cui guardano molti compagni del correntone in quel contenitore verrebbe marginalizzato o negato il problema dell?autonomia della sinistra.

Di fronte a tale situazione il problema non è quello di incaponirsi, ma quello di aver il coraggio tornare indietro.

Si torni agli organismi dirigenti e si ridiscuta la proposta alla luce della attuale situazione. Io penso che sarebbe un atto di saggezza e di lungimiranza che evita rotture e sviluppi imprevedibili e poco governabili. La nostra proposta è semplice è quella di ridare alle elezioni europee il loro giusto valore, non quello di evento dove si esperimentano improbabili alchimie politiche, ma quello di elezioni proporzionali in cui ogni partito a partire dal nostro si presenti con i suoi simboli, propone la sua visione dell?europa e chiede al suo elettorato di votarlo per il suo programma, se poi le varie forze della coalizione trovano linee unitarie ciò rappresenta per esse un valore aggiunto. Come abbiamo fatto all?assemblea congressuale proponiamo di presentare alle elezioni per il parlamento europeo una lista Ds-socialismo europeo, aperta a personalità indipendenti della sinistra e che veda una significativa presenza di lavoratori e di lavoratrici. Faremmo ne più né meno quello che vien fatto negli altri paesi dell?unione

Al contempo sentiamo la necessità che si aggiorni il nostro programma per l?Europa. C?è da discutere le prospettive della guerra in Irak, ma anche cosa fare di fronte alla mancata firma della costituzione europea, perché siamo convinti che oltre alle chiarissime responsabilità del governo Berlusconi non possiamo nasconderci che siamo di fronte ad un momento delicatissimo in cui non è possibile continuare come è stato fatto finora ma ci sarebbe bisogno di una svolta per salvare il cammino dell? Europa unita a livello politico, sociale ed economico e ed istituzionale. Cari compagni dentro questa discussione è nata la nostra componente che è testardamente convinta che di fronte alla sfida della globalizzazione non solo non si è esaurita la funzione della sinistra ma oggi serve più sinistra e una rinnovata idea del socialismo. Dalla vicenda internazionale alla situazione di crisi del nostro paese con un centrodestra in grave difficoltà, ma sempre pericoloso, alla sinistra in primo luogo viene dalla società una richiesta pressante ad affrontare la sfida con la destra in forma del tutto nuova senza rinchiuderci dentro la logica delle compatibilità date, ci si chiede di pensare ad un nuovo modello sociale, un modo radicalmente diverso di pensare le relazioni internazionali.

Ci si chiede di offrire una risposta convincente alla stessa crisi del liberismo nei termini di una nuova qualità dello sviluppo, del lavoro, dell?ambiente, della democrazia e di un nuovo equilibrio e ordine internazionale. Dalla nostra società emerge una domanda tutta moderna proprio perchè figlia della attuale crisi del liberismo e cioè una domanda che chiede alla sinistra di fare per intero il suo mestiere perché il suo ruolo non solo non si è esaurito ma anzi si è accresciuto di fronte ai drammatici processi della globalizzazione. Con questa convinzione vogliamo lavorare per una sinistra più forte e più unita all'interno del partito dove riteniamo a ragione sulla base delle esperienze di queste settimane molti compagni condividano le nostre preoccupazioni e le nostre ragioni. A partire da questa assemblea vogliamo passare ad una fase di consolidamento di costruzione concreta della nostra area all?interno dei territori attraverso riunioni organizzative e incontri pubblici. Alla fine di gennaio e i primi di febbraio pensiamo di convocare una assemblea nazionale per mettere a punto la nostra piattaforma e discutere sulla prospettiva politica e il nostro impegno nelle prossime importanti scadenze politiche ed elettorali per sconfiggere la destra.

Al contempo riteniamo giusto sviluppare una iniziativa all?esterno del partito attraverso un dialogo ravvicinato con gli altri partiti della sinistra, sia nel rapporto con le associazioni come l'ARS di Aldo Tortorella o nell?esperienza del Forum per l! ?programmatica di governo che ha prodotto un importante materiale utile a tutta la coalizione.

Siamo convinti che sia importante e giusto rafforzare tutti i luoghi dove i partiti e i vari soggetti della sinistra critica possono trovare una base comune di iniziativa e di proposta per mantenere aperta la strada della più ampia unità della sinistra e per determinare equilibri politici e sociali più avanzati in tutta la coalizione del centrosinistra.

Con questo spirito di apertura e di confronto, ma anche con la chiarezza delle nostre posizioni vogliamo contribuire ad affermare le ragioni e gli ideali forti di una sinistra che vuole andare oltre i sentieri interrotti di questi anni e contribuire cosi all?unità della sinistra e delle opposizioni per battere la destra e ritornare al governo del paese.

12.23.2003

Un editoriale del condirettore Scalise

DA APRILE AD APRILE
Ma non e' entusiasmante tentare quello che altri
dimenticano?

"Aprile, il mese piu' crudele?": un celebre verso
di Eliot che, ovviamente, nulla c'entra con la
formazione vicina al correntone e ai Ds.
Nato, come si sa, nel 2002, Aprile porta il nome
di un film di Nanni Moretti, sfiora i girotondi, si
vorrebbe porre come ponte fra la societa'  civile e i
partiti. Inizialmente Aprile voleva anche porsi come
momento di riflessione e di indagine politica: di questo
parlava (se non si ricorda male) anche Tranfaglia in uno
dei primi numeri della pubblicazione omonima.
Ogni Aprile regionale e' diverso e dopo un paio d'anni
di attivita' e' possibile dunque fare una sintesi
e dire cosa ci si attendeva. Aprile bolognese ha
organizzato alcuni incontri di un certo rilievo e anche
senza far chiasso si e' accreditata come formazione
politica (con coordinate diverse dall'Aprile romano).
Ultimamente ha avuto l'onore delle cronache
locali per una serie di malintesi con la stampa e per uno
scatto di impazienza- forse- del suo presidente, Luigi
Mariucci.
La questione era quella della "lista civile",
(si puo' fare, come?) che forse ha
fatto scattare cio' che nel '68 si chiamava "la
violenza potenziale del sistema".
In altre parole, una reazione stampa esagerata
rispetto ad una questione che avrebbe dovuto
essere quantomeno discussa prima all' interno di Aprile
e che Mariucci ha sbagliato a fare filtrare "fuori".
Il desiderio di vedere conflitti e scissioni in
qualunque luogo l'ha immediatamente rubricata
come caso politico del giorno. Nessuno desiderava
questi onori, nessuno li ha chiesti. Questo per dire
che in effetti gli spazi politici sono esigui: tanto e'
vero che quella che poteva essere una reprimenda o un
dissenso e' diventato su Repubblica locale "Il
correntone sconfessa il suo presidente" e sulla
stampa di destra, "Il giornale", un fatto di acquisito
dissenso e presa di distanza dei partiti dalla
societa' civile.
Sicche' viene da pensare: si ha piu' paura della
societa'civile che dei partiti? Ma a parte questa
questione,
non piu' di un incidente di percorso, il fatto
potrebbe essere anche strutturale.
Aprile (almeno alcuni lo pensavano) avrebbe
anche potuto avere caratteristiche diverse. Una
formazione,
cioe', di indagine culturale e politica. Certo,
non come "Micromega" o sul versante diverso "Ideazione",
ma un luogo di reale critica e elaborazione dei
linguaggi culturali e politici. Non c'e'chi non
vede che ce ne sarebbe un gran bisogno se non
un'estrema e urgente necessita'.
Dall'articolo 18, alla guerra, dalla tv ai
comportamenti politici, tutti avvertono una
grande necessita' di analisi nette e che soprattutto
mantengano un vero ed affidabile equilibrio. Una
cosa e' la campagna politica e una cosa e' l'indagine,
la messa a nudo dei meccanismi chiamiamoli di
potere, una descrizione delle imperfezioni della democrazia.
Un giornalista e scrittore come Michele Serra e'
certamente un autore di notizie e commento
politico di buon interesse: ma non puo' essere il solo
(assieme ai "notisti"di Repubblica). Molte questioni, se
non tutte, richiedono analisi approfondite, acute,
intelligenti, che guardino a un retroterra
storico, che sappiano esprimere i profili e le
intersezioni delle leggi, dei provvedimenti, delle scelte.
Un esempio? Il piano regolatore, per quello che
riguarda Bologna. In "Idee per Cofferati",
Aprile, nella persona di Walter Vitali, ha disegnato un
accettabile profilo della storia di questo
piano, l'errore di sguardo sulla situazione, (parole
di Vitali), circa le difficolta' intrinseche ad ogni
amministrazione e i rapporti con la pressione
esterna di varia e molteplice natura.
Insomma, si pensava ad Aprile come ad una
formaziome capace di una critica agile, portatrice di
novita' sul piano della critica dei linguaggi. La guerra, si
fa per dire, era una buona occasione per sottoporre
ad analisi i motivi della violenza, aprire nuovi
campi di riflessione. In altre parole, compito di "Aprile"
avrebbe dovuto essere quello di sottrarre la
quotidianita'  politica al suo sguardo un po'
troppo ravvicinato e proporre la storia della
questione, senza cadere nell'erudizione o in qualche
complicazione da linguaggio hegeliano.
Il mondo contemporaneo, e lo dice Chomsky,
permette l'accesso a documenti, all'informazione, e
ciascuno, secondo il linguista statunitense, puo' in
qualche modo assumersi il gravoso compito di svelare
meccanismi e mistificazioni. Ma questo discorso in Italia non
passa. E' facile vedere negli Stati Uniti, ad
esempio, come le persone siano imbottigliate nella
pubblicita',
nel sogno americano, e come siano decisamente in
buona fede rispetto alle reali azioni dei loro
governi. Far aprire gli occhi ai suoi connazionali sembra il
compito che Chomsky si e' assunto, forse forzando i
toni, certo descrivendoci una politica estera
americana almeno da brivido se non da horror.
In Italia le cose vanno diversamente. C'e' stata
una grande opposizione, e' vero, ma la tentazione di
far ricorso ad argomenti e visioni gia' "state"(per
non dire un po' logorate, e per non offendere
nessuno) e' irresistibile. Piu' che nella forza delle
argomentazioni e delle informazioni si crede al
ritmo dei ragionamenti gia' svolti. Piu' che analisi
critica si fa fuoco di sbarramento. In fondo non e' stato
difficile per Furio Colombo accendere i toni e
portare il livello della polemica ad "alzo zero". Certo,
se non avesse fatto cosi', tutti avrebbero
acquistato solo Repubblica. Ma non e' di questo che una
"democrazia giovane" ha bisogno. Perche' "democrazia giovane"?
Reich diceva che il fascismo ha millenni alle spalle,
le democrazie si' e no qualche secolo. Ragionamento
suggestivo. Ma e' vero che una compiuta
democrazia deve ancora arrivare. Pur su posizioni fideiste di
massa, l'Italia ha sviluppato un complesso democratico
piu' che accettabile, ma sempre sul gioco del
contrasto (certo, e' ammesso) e delle conflittualita'.
Insomma un piano inclinato, mai punti veramente fissi,
oscillazione su cardini che dovrebbero essere
fuori discussione e che invece,se cigolano,finiscono
per mettere in difficolta dati acquisiti o che tali
dovrebbero essere. In breve: si pensa che Forza
Italia sia uscita dal nulla?
Sbaraccando l'analisi culturale compiuta (o con
lo sforzo di compiersi) e ricorrendo al suo
armamentario
la sinistra da' l'impressione di credere piu' a
rituali ripetitivi e magici che non all'evidenza della
messa a fuoco dei cosiddetti nodi. Certo, si dira'il
discorso e' "politico"?. Vero, si rispondera', ma e'
sufficiente? La cultura e i suoi strumenti sono talmente
fuori dalla politica che il lettore di questa nota
sicuramente si chiedera' di cosa si sta parlando.
Il mondo contemporaneo, si pensa, se da una
parte e' ancora rozzo con forti tentazioni regressive,
dall'altra ha sviluppato esigenze e malizie.
Difficile capire quando e'malizioso e quando e' invece
sottosviluppato, ma e' certo che le persone oggi
desiderano un discorso diretto, fiutano al volo lo
schematismo di opportunita', desiderano essere
avvicinati a forme di verita' piuttosto che a
spiegazioni che hanno tutto il gravame storico
della guerra fredda. Ci possono esser- si vuol dire
- punti che possono essere chiariti, altri che
restano incompiuti e enigmatici, altri ancora che non
possono essere messi in gioco se non al prezzo di
comprensibili imbarazzi. Ma tutto questo non
deve impedire uno sforzo di chiarificazione, di messa
al bando dei sofismi, un dialettizzare schematismi
e irrigidimenti.
E invece? "Il correntone sconfessa Mariucci".
Sembra il prodromo di una fine ingloriosa. Per fortuna
un fatto locale, sembra che quelli di destra non
leggano Repubblica, insomma sembra che sia una cosa da
PCF degli anni Cinquanta. E' sbagliato sentire
questo odore? Certo che e' sbagliato; le cose stanno
diversamente, ma guarda caso la stampa
interpreta l'anima di Aprile come se fosse una formazione
dogmatica e magari un po' settaria, cio' tutto
il contrario di quanto si pensava e si sperava.
Ma per farla breve e mettere in chiaro una certa
impazienza: quanto si dice, ad esempio, della cultura,
a Bologna, "ci sarebbe bisogno di questo o di
quest'altro", la risposta che sale alle labbra :
perche' tutto questo non c'e' gia'? Chi l'ha
impedito?
Perche' nessuno l'ha fatto e ci ha pensato?
Questa e'la storia e Aprile avrebbe dovuto
andare in direzione diversa da questa storia di
insufficenze.
Non l'ha fatto e viene ingenerosamente da
pensare che l'incidente di cui si e' parlato prima non poteva
non accadere; se non faceva questo, avrebbe fatto
quest'altro, il meglio.
Avrebbe intrapreso un lavoro di piu' fondata
proposta, di critica del politicismo in radice, non
nell'esteriorita'. Il silenzio critico da "Aprile in barile"? non
poteva che portare la navigazione senza un solido radar
contro qualche scoglio.
Altre considerazioni si potrebbero fare: ma sono tutte
implicite. Lo scrittore, diceva Sartre, deve
essere in situazione con la sua epoca, con il mondo che
lo circonda. Sartre poi rincarava la dose e
addirittura Flaubert e i Goncourt venivano ritenuti
responsabili, con il loro silenzio, della repressione che
segui' la Comune. Lasciamo stare questi ragionamenti da
old impegno (eppure non tutti perfettamente
risolti), e chiediamoci: Aprile e' in situazione con la sua
epoca e con il mondo?
Aprile bolognese, si e' detto, vegliera' sulle
elezioni e seguira' il percorso del candidato sindaco.
Forse e' molto; non si osa mettere in discussione la
persuasione di molti membri con esperienza
politica, ma a chi scrive questa nota sembra una visione
troppo ristretta. Con un gioco ex post, si puo' dire che
cosi' facendo, come si e' fatto, l'errore di sguardo?
era inevitabile. Ragionamento ingeneroso, certo.
Molti, in questi anni, e, soprattutto dopo l'11 Settembre,
hanno pensato che si dovesse cambiare
rotta e che forse la cultura passata non era piu'
all'ordine del giorno. Fra questi ardimentosi c'era anche
lo scrivente. Ma non si potra'  negare all'incipit di
"Oltre il Novecento" di Marco Revelli un senso folgorante.
Il secolo è finito. Più di dieci
anni orsono da quello formalmente temporale. E
tuttavia la sensazione che questa fine comunica
e' quella di un falso movimento, di un arresto, o di un
inspiegabile, difficolta' a procedere
d' accordo, tutto come prima o quasi, forse
quelle novita' erano illusioni. Marcia indietro. Ma
allora se si deve vivere di eredita' 
del Novecento occorre che questo pensiero (quei pensieri, quelle
indicazioni, quelle teorie) siano rispolverate e riadattate;
bisogna pescare dal museo Novecento le cose
utili e buone, riflettere sugli errori, mettere a
verifica certe spinte e certe convinzioni.
Si potra' accusare lo scrivente di vedere in
Aprile una specie di neo-accademia indotta a fare quello
che in realta', almeno in Italia, pochi o nessuno fanno.
Verissimo. Ma non e' entusiasmante tentare quello
che altri dimenticano? E poi, perche' neo-accademia?
E perche' non pensare invece a persone laiche, alla
Chomsky, capaci di attingere al pensiero, alle
notizie, alla storia di un comportamento
politico, capaci di praticare lucidita' contro sofismi,
ripetizioni, passi falsi, mascherature, vendita
di acqua calda, politicismi paralizzanti,
ragionamenti incarnati nella preistoria? Un uomo agile,
lucido, ironico, competente, avrebbe potuto nascere dal
piu' crudele dei mesi? Certo, utopie. E allora alla
domanda che mi sono posto - perche'Aprile non e'questo -
la risposta e' tautologica e un po'deprimente. Sino
a questo momento ho adoperato per utilita' la
faccenda dell'incidente per produrre almeno un
confronto e un' attenzione. Ma e'chiaro che si tratta di un
espediente retorico.
Quasi sicuramente le occasioni non sfruttate da
Aprile non produrranno guai e cambiamenti sfavorevoli.
Dunque il vero movimento, opposto al falso, di
cui parlava Revelli, non puo' essere altro che un
irrigidimento, che una divisione netta tra una
pratica e un pensiero che quando si manifesta non puo'
essere che accusato di ingenuita'  perche' convinto che
non si puo' discutere, verificare i falsi miti,
analizzare le situazioni nei loro fattori di verita', produrre
un discorso che non sia intriso di animosita' e
faziosita'?
Rendere intelligente e umana la politica e' tempo
perso, peggio, sprecato? Gli interrogativi non
finirebbero piu'. Sembra dunque che ci si debba
arroccare in una sorta di cinismo freddo, di
luoghi comuni e di parole d'ordine, solidamente
posizionato a seconda degli schieramenti che l'atomizzazione
del potere ( o della situazione) producono.
Ma qui piu' che mettere in discussione punti
acclarati del comportamento politico si vorrebbe anche
mettere in piedi, sia pure a fatica, anche una
controfaccia, una medaglia vista anche da un' altra parte.
In sintesi: non e' che i comportamenti sopra
descritti, come giusti e non discutibili nascano da una
specie di totemismo argomentativo, per cui la
comunicazione fra compagni debba avvenire esclusivamente in
politica nei termini politici? E se questi termini
politici diventano sempre meno praticabili perche' usurati
non e' che si argomenti in un certo modo perche' ci si e'
dimenticati di mezzo universo? In altri termini
ancora: non e' che manchi un contraddittorio che,
forse, solo gli intellettuali dotati di
riflessione politica (e ce ne sono davvero pochi) potrebbero
fare?
E' evidente che se un politico diciamo di rango si
comporta in un certo modo non puo' fare diversamente.
Esistono mode, esigenze, necessita', linguaggi
imprescindibili, ragionamenti coatti dalle
situazioni (particolari). Ma quello che colpisce e' che
questa gabbia dei linguaggi non viene mai rotta o
aperta e dunque o la trasgressione comporta
l'annichilimento del trasgressore o non esistono modelli di
riferimento. Probabilmente sono vere tutte e due
le ipotesi, e la prima davvero una "condicio sine
qua non".
Forse l'occhio appannato dalla serie di
ragionamenti sin qui esposti se proiettato sul futuro vede e
decifra prospettive non rosee.
C'e' sempre un quid misterioso e inesplicabile
nella serie degli eventi; poi alla prova dei fatti il
quid diventa piu' che un qualche cosa, diventa una
grande parete rocciosa. Insomma, chi scrive ha
l'impressione (culturale) che molta parte della realta'  sfugga
alle maglie del ragionamento politico cosi' come si
presenta.Ciononostante, diamogli/ci una seconda
possibilita'. Possibilita' e altro tempo, non infinito.
Da Aprile ad Aprile.

Gregorio Scalise

Pubblichiamo, per il notevole interesse, una relazione dell'Arch. Rudi Fallaci, svolta al Convegno della Provincia di Bologna
sulla "riqualificazione urbana" del 30/01/2003




IL MODELLO INSEDIATIVO
Alla luce del bilancio dei primi anni di applicazione del Piano Territoriale Infraregionale (PTI, approvato nel 1995 n.d.r.), di cui si sono tratteggiate le luci e le ombre, e alla luce dei nodi critici che evidenzia il Quadro Conoscitivo, il PTCP non puo' che confermare e rilanciare il modello di "policentrismo funzionale" che gia'  in sostanza esprimeva il PTI e sul quale si e' sviluppato un serio dibattito politico e confronto culturale durante la Conferenza di pianificazione; una conferma pero' con alcuni significativi affinamenti che occorre evidenziare.

La traiettoria evolutiva, verso la quale incanalare le divaricanti tendenze spontanee, e' ancora esprimibile, sempre per usare formule sintetiche di riferimento, nei termini di un ragionevole "decentramento per centri" che eviti contemporaneamente i rischi e i costi ambientali ed economici della dispersione incontrollata delle residenze e delle attivita'  produttive, e quelli della esasperata congestione centripeta dei servizi e delle attivita'  terziarie.

Un modello di assetto territoriale che punta a ridurre il consumo di territorio e a valorizzare in modo congiunto e contestuale le risorse e qualita'  del cuore urbano centrale e quelle degli altri centri e nodi del territorio provinciale.

Un modello nel quale le politiche di sviluppo insediativo in tutto il territorio provinciale, per essere sostenibili, devono trovare una coerenza stringente con le infrastrutture e i servizi di trasporto collettivo e con la rete dei servizi alla popolazione. Quale spina dorsale per le scelte urbanistiche riferite agli insediamenti urbani, non si puo' che riproporre ancora una volta le linee portanti del trasporto collettivo, e in specifico il Servizio Ferroviario Metropolitano, che la carta fondamentale da giocare per un funzionamento sostenibile dei flussi di relazioni sempre piu' fitte fra le varie parti del sistema. Ma accanto a questo, il PTCP sottolinea la necessita'  di coerenza fra le politiche per i nuovi insediamenti residenziali e quelle per i servizi alla popolazione, quale condizione ineludibile per assicurare alle persone le modalita'  piu' sostenibili di accesso e fruizione e nel contempo contenere i costi dei servizi stessi.

La riqualificazione dell' area urbana centrale
Accanto al contenimento e razionalizzazione delle spinte alla dispersione residenziale, il PTCP esprime un'attenzione nuova, rispetto al PTI, e critica, alle condizioni di qualita'  ambientale e sociale e di attrattivita'  economica dell'area urbana centrale, ai requisiti di qualita'  delle trasformazioni che la investono, nella consapevolezza che una rapida inversione della tendenza al deterioramento qualitativo della citta'  costituisce condizione indispensabile per la competitivita'  dell'intero sistema provinciale.

Il PTCP esprime un bilancio complessivamente critico sugli esiti delle trasformazioni che hanno interessato la citta'  di Bologna negli ultimi dodici anni, ossia dall'avvio dell'attuazione del PRG '89, siano esse frutto dell'attuazione del PRG stesso o di programmi o accordi in variante introdotti successivamente. Si esprime l'auspicio e l'esigenza che tale bilancio critico sia ulteriormente approfondito e precisato in sede di formazione del Piano Strutturale del Comune di Bologna. Un bilancio condiviso sugli effetti del piano regolatore vigente e' la prima operazione da compiere per impostare il nuovo PSC bolognese, ma e' al tempo stesso indispensabile quale terreno di verifica delle piu' generali strategie del piano provinciale. Rappresenta dunque un elemento di cerniera tra Piano provinciale e Piano Strutturale comunale.

Si ritiene che vadano ridefiniti gli obiettivi, le procedure e l'impostazione disciplinare delle politiche di riqualificazione urbana. E' indispensabile correggere i limiti delle esperienze di trasformazione urbana fin qui realizzate, che hanno visto, spesso, il prevalere degli usi abitativi per i segmenti alti del mercato e in generale trasformazioni intensive del costruito a scapito delle aspettative di qualita' .urbana ed ambientale e di relazione sociale. Occorre invece mantenere nel cuore metropolitano anche quelle caratteristiche di mix funzionale abitativo/ produttivo/commerciale, che caratteristica indispensabile di un equilibrato tessuto urbano. E occorre che ogni operazione di trasformazione, nella misura in cui produce nuovo valore immobiliare, produca significative contropartite a favore della collettivita'  locale, in termini di spazi pubblici, di ammodernamento dell'infrastrutturazione urbana, di miglioramento delle prestazioni ecologiche, di incremento del mercato dell'affitto. Per ciascun intervento significativo di trasformazione urbana dovra'  essere stilato un bilancio dei benefici e dei miglioramenti attesi in relazione a ciascuno degli aspetti suddetti.
Inoltre non e' sufficiente la riqualificazione urbana nelle forme della sostituzione degli insediamenti dimessi o obsoleti; vaste parti della citta'  hanno pure bisogno di riqualificazione, senza necessariamente la sostituzione degli edifici, ma nelle forme degli interventi diffusi di manutenzione degli immobili, degli spazi e degli arredi, del miglioramento delle condizioni di fruizione e di benessere.

A questi fini il PTCP, con riguardo all'area urbana e periurbana centrale, richiede di puntare sulla qualita' dello sviluppo e su trasformazioni interne che diano come risultato una vera riqualificazione, ambientale e sociale, escludendo l'ulteriore dilatazione urbana a danno del residuo territorio rurale e frenando l’addensamento e la banalizzazione dei tessuti periferici.

Cio' non deve e non puo' in alcun modo essere inteso come intenzione di indebolire il peso e il ruolo fondamentale della citta' , che viceversa richiede un adeguato rilancio nella competizione nazionale ed europea dei territori e delle identita'  urbane. Il PTCP non solo non indirizza a un indebolimento dell' area centrale a favore del territorio piu' esterno, ma al contrario si attende che in sede di PSC di Bologna siano messe a punto strategie e strumenti per una vera riqualificazione urbana e per la valorizzazione delle funzioni di eccellenza della citta' .

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UNA NUOVA STAGIONE DI PIANIFICAZIONE COMUNALE
La formazione del PTCP coincide con la fase di avvio di una nuova generazione di strumenti urbanistici comunali, nuova nella concezione e nella strutturazione, in applicazione della legge urbanistica regionale n. 20/2000. L' avvio dell' elaborazione dei nuovi strumenti appare ancora, in questo momento, lento e non privo di problematiche, proprio in relazione alle forti innovazioni culturali, disciplinari e procedurali che la legge ha introdotto, e che solo in parte si e' cominciato ad esplorare nelle loro implicazioni e a sperimentare, dopo oltre un ventennio in cui si era consolidato un "modello" di Piano Regolatore, stabile, sperimentato, relativamente rigido e diffusamente applicato in tutta la regione.
La nuova legge non sembra delineare un nuovo modello altrettanto rigido, ha il pregio di aprire la strada a sperimentazioni in una pluralità di direzioni e a forme-piano non strettamente prefissate, ma fornisce vari spunti innovativi da esplorare.

Per quanto attiene più direttamente alle politiche urbane, una novità significativa consiste nella diversa (rispetto alla l.r. 47/78) articolazione delle responsabilità e competenze fra Provincia e Comuni:
- una robusta spinta alla concertazione sovracomunale e alla co-pianificaione riguardo a tutte quelle scelte urbanistiche che determinano esternalita' rispetto ai confini comunali: certamente le principali infrastrutture, i poli funzionali, i principali ambiti specializzati per attività produttive, per i quali l’attuazione dovra'  passare attraverso accordi territoriali fra la Provincia e i Comuni, ma anche l'entita'  della crescita urbana, dal momento che ne va verificata in termini preliminari la sostenibilita'  ambientale e territoriale rispetto a "condizioni di sostenibilita'  degli insediamenti" che tocca al PTCP definire, e che il "miglioramento dello stato dell'ambiente" è assunto come "la condizione per lo sviluppo dei sistemi insediativi e socio economici"(art. A-1);
- in compenso, un forte ampliamento della sfera di autonomia, della responsabilità e della liberta' di movimento dei Comuni per quanto attiene la gestione di tutti gli insediamenti esistenti e delle loro trasformazioni: la citta'  costruita, storica e non, consolidata o da riqualificare (artt. da A-7 ad A-11).

Questa diversa articolazione di responsabilità, se da un lato traduce i principi della sussidiarietà e dell’appropriatezza del livello di governo dei fenomeni rispetto ai loro effetti, dall’altro corrisponde anche a mutamenti effettivi dei fenomeni urbani, ossia al rilievo economico e sociale crescente delle trasformazioni interne all’urbano rispetto all’espansione urbana, ed esplicita la volontà politica del legislatore regionale di rendere più efficace il controllo dell’espansione e della dispersione degli insediamenti, e all’inverso di incentivare la riqualificazione, sia sul piano finanziario (legge regionale 19/98) che aumentando la flessibilità e adattabilità delle procedure e della strumentazione urbanistica (il Piano Operativo come il naturale e duttile contenitore dei Programmi di riqualificazione urbana, come si dirà meglio in seguito).

Ma proprio il rilievo strategico che assumono le trasformazioni urbane, quanto meno nelle maggiori aree urbane di questa provincia e in particolare nella conurbazione bolognese, proprio l’insoddisfazione sugli esiti delle principali operazioni di trasformazione attuate finora nel comune di Bologna, e la consapevolezza che gli esiti delle operazioni di trasformazione nei prossimi anni saranno cruciali per recuperare qualità, attrattività e competitività della città, e con essa di tutto il territorio bolognese, anche infine l’evidente opportunità di evitare comportamenti e politiche difformi nei diversi comuni, tutto ciò attribuisce una precisa rilevanza, anche per gli obiettivi generali del PTCP, alle forme che assumeranno i piani urbanistici della nuova generazione, e in particolare alle modalità, anche disciplinari e tecniche, con cui si governeranno le trasformazioni urbane.

Di qui la scelta di tentare di fornire ai comuni suggerimenti e indirizzi su strumenti e metodi applicabili per gestire al meglio questi processi, e sulle prestazioni che le trasformazioni dovranno assicurare.
Non si tratta certo di voler intromettere il Piano provinciale in competenze che sono chiaramente in capo ai Comuni, ma si vuole fornire un contributo a un confronto culturale e politico aperto, e, attraverso indirizzi non vincolanti, favorire unl'omogeneizzazione di comportamenti fra i comuni, sicuramente utile all'efficacia degli esiti.
Centralita'  della riqualificazione urbana e della politica per la casa in affitto
Sembra sufficientemente condiviso l'orientamento del PTCP secondo il quale lâl'attenzione della pianificazione comunale, prima e piuttosto che all'ulteriore dilatazione urbana, vada rivolta a governare le trasformazioni interne del territorio urbano, nella direzione di una effettiva riqualificazione. Cio' in tutto il territorio provinciale, ma in particolare a Bologna e nell'area conurbata al suo contorno, anche in relazione all'entita'  e alla diffusione delle problematiche di rifunzionalizzazione, di ammodernamento tecnologico, di adeguamento delle dotazioni ecologiche e delle dotazioni di spazi pubblici che gli insediamenti meno recenti di questa ampia area mostrano, e per converso in relazione alle cospicue opportunità che qui si possono cogliere nel prossimo futuro in relazione alla conversione di aree produttive, ferroviarie, militari, ma anche al rinnovo di insediamenti residenziali obsoleti. Le trasformazioni urbane come tema centrale quindi, di cui tuttavia occorre ridefinire obiettivi, requisiti e metodi.

In primo luogo la riqualificazione urbana non puo' esaurirsi nelle pur necessarie operazioni di demolizione di insediamenti non residenziali defunzionalizzati e nella loro sostituzione con nuove residenze. Ci sono anche ampie aree urbane prevalentemente residenziali che necessitano di manutenzione diffusa degli edifici e degli spazi liberi pubblici e privati, di rinnovo delle reti tecnologiche, del miglioramento delle condizioni di benessere ambientale, senza che cio' richieda necessariamente la sostituzione degli edifici. Questa parte del problema della riqualificazione urbana è stata finora piu' trascurata, anche in quanto piu' difficile da affrontare in carenza di risorse pubbliche, piu' complessa in quanto coinvolge un grande numero di soggetti e di proprieta', meno appetibile da parte degli investitori privati se non si inventano strumenti innovativi. Le sole esperienze significative in questo campo sono state condotte dallo IACP per il rinnovo di propri insediamenti dei primi decenni del dopoguerra; oggi occorre uno sforzo progettuale per individuare procedure idonee e risorse per riuscire a coinvolgere nel rinnovamento anche gli insediamenti dello stesso periodo a proprietà privata frammentata, avendo presente che un tale problema impatta spesso con soggetti sociali per i quali la proprieta' della casa non significa agiatezza: persone anziane, nuclei monoreddito; inoltre sono gli stessi quartieri ove, in relazione ai prezzi delle case e degli affitti piu' abbordabili, si va concentrando la presenza di immigrazione extracomunitaria. Per fortuna, ma anche grazie alle politiche attente degli enti locali, l'area bolognese non conosce ancora veri e propri ghetti, se non in termini ancora molto circoscritti. Riuscire ad intervenire per tempo prima che si creino ghetti risparmia problematiche piu' gravi negli anni a venire, non solo nell'insediamento in se ma per l'intera citta' . Nell'ambito di questa problematica non va peraltro trascurata l'opportunita'  della sostituzione edilizia, che anzi, ove le condizioni lo consentano (disponibilita'  di alloggi, parcheggio, ecc.) puo' risultare la soluzione piu' conveniente per le "annate ediliizie" piu' povere, dal punto di vista strutturale, impiantistico e morfologico, dell'immediato dopoguerra.

In secondo luogo, nei quartieri finora caratterizzati da un apprezzabile mix funzionale di residenze, attivita' produttive e commerciali, quali ad esempio i quartieri del primo sviluppo industriale di Bologna, come Bolognina, Santa Viola, Corticella, Borgo Panigale, ecc. occorre evitare che per "riqualificazione urbana" si intenda la progressiva demolizione di tutti gli insediamenti industriali, mano a mano che si trasferiscono le attivita' , e la loro sostituzione con residenze. Un tale esito di appiattimento monofunzionale non sarebbe un buon risultato; occorre operare invece perche', almeno in alcuni casi, all'allontanarsi delle attivita' manifatturiere faccia seguito il riuso degli stessi contenitori per nuove attivita'  economiche compatibili, ancora attivita'  artigianali, o meglio ancora le attivita' dei settori innovativi, delle produzioni immateriali, dei servizi e del terzo settore che, almeno nella loro fase di avvio e di crescita, necessitano proprio di soluzioni insediative "interstiziali" purche' economicamente abbordabili. La conservazione e riuso di contenitori a tipologia produttiva nei quartieri residenziali risponde non solo e non necessariamente all'esigenza di conservare testimonianze di archeologia industriale (che pure possono esserci), quanto all'esigenza di conservare e innovare i connotati di identita', di ricchezza funzionale, di mix propri di ciascun quartiere.

In terzo luogo, laddove la trasformazione urbana assuma la forma della sostituzione di insediamenti obsoleti con nuovi complessi residenziali, l'intervento, perche' si possa chiamare "riqualificazione", deve farsi carico delle carenze del contesto, laddove ve ne siano, in particolare in materia di dotazioni di attrezzature e spazi collettivi; in questo senso appare stringente la correlazione fra il programma di riqualificazione urbana e un organico piano dei servizi, articolato per zone urbane, che individui gli obiettivi di dotazione e di qualita'  da perseguire.

Ancora, la trasformazione urbana non puo' eludere il tema del miglioramento ecologico della citta' , attraverso il recupero di superfici permeabili ove siano carenti, attraverso il controllo della sostenibilita'  dei carichi urbani sulle reti preesistenti, e assicurando condizioni di benessere ambientale ai nuovi insediamenti senza ricorrere a meri escamotages; a questo proposito va detto con chiarezza che realizzare nuovi insediamenti residenziali in contesti tali per cui il rispetto delle soglie di legge di clima acustico puo' essere ottenuto solo rinchiudendo l'insediamento in se stesso attraverso barriere artificiali che frammentano la percezione e la fruizione della citta', non puo' essere chiamato riqualificazione urbana, ma e' anzi foriero di nuovo degrado.

Infine, come gli interventi di nuova urbanizzazione, anche la trasformazione urbana deve contribuire in qualche misura alla messa in campo di una politica articolata per la casa. Accanto all'obbiettivo di non impoverire il mix funzionale dei tessuti urbani, occorre anche preoccuparsi di non semplificare il mix sociale e di rispondere alle nuove domande di accesso alla casa.
La problematica della casa ha assunto negli anni piu' recenti connotazioni inedite rispetto a quelle esistenti negli scorsi decenni. Molte sono le componenti che hanno contribuito a queste condizioni di crisi: le altissime percentuali di abitazioni in proprietà nella nostra Regione e Provincia (circa il 75% degli abitanti della nostra Provincia vive in alloggi di proprieta' ); la scarsita' di offerta di alloggi in affitto, la ripresa di fenomeni migratori, la presenza di una Universita'  con un numero di iscritti superiore ad un quarto della popolazione del Comune che li ospita (di cui almeno il 40-50 % fuori sede), che ha determinato una evidente distorsione nel mercato della casa e in particolare dell'affitto.
Tutto cio' si traduce in una forte difficolta'  di accesso al mercato dell'abitazione, soprattutto a quello dell'affitto, da parte di fasce crescenti di persone; e non si tratta solo di famiglie a reddito particolarmente basso o disagiate e degli immigrati extracomunitari, si tratta anche delle giovani coppie, delle persone nella fase iniziale dell'inserimento nel mondo del lavoro, di lavoratori che devono risiedere a Bologna per periodi transitori, in genere di tutti gli strati di popolazione meno radicati nella realta'  locale e pur indispensabili all'economia locale.
Cio' e' tanto piu' grave per un territorio che ha nella capacita'  di accoglienza una della proprie chances di sviluppo. La capacita'  di accoglienza e' da sempre un fattore chiave per una citta'  che ha nella numerosa popolazione studentesca un serbatoio senza pari di risorse umane, vitalita' , capacita'  di innovazione, contaminazione culturale; ma lo diventa ancora di piu' in questa fase in cui la struttura demografica e le tendenze in atto alimentano un flusso migratorio, dall'Italia e dall'estero, che e' diventato una necessita'  di questo territorio, se si vogliono evitare riduzioni dell'offerta di lavoro complessiva, carenze di offerta in determinati settori, tassi rischiosi di invecchiamento.

I movimenti della popolazione mostrano ancora in primo piano gli spostamenti di residenza interni alla provincia, ma sono cresciute le provenienze dall'esterno, per una parte dall'estero e per un'altra parte, di analogo peso complessivo, da altre province regioni italiane. Tanto l'immigrazione dall'estero quanto quella da altre province italiane, e soprattutto sia l'immigrazione di basso profilo professionale, che quella altrettanto rilevante di alto e specializzato profilo professionale, richiedono un mercato dell'affitto, sovente in quanto unica possibilita' per il primo accesso al bene abitazione, ma sovente anche per rispondere a durevoli esigenze di flessibilita' e di mobilita' .
La situazione ha assunto caratteristiche tanto patologiche da essere individuata dalle associazioni economiche e sindacali come la principale causa del mancato incontro tra lL'offerta e la domanda di lavoro. Si tratta di una contraddizione tale da costituire una delle principali criticita'  per lo sviluppo economico e sociale del territorio, con ripercussioni gravi sia sulla composizione sociale dei centri urbani, che sulla continuità produttiva delle imprese locali.

E' utile puntualizzare che le leve che l'operatore pubblico ha in mano per affrontare il fenomeno si sono con il tempo ristrette; tuttavia queste leve vanno oggi rinnovate e ripotenziate, pur nella consapevolezza di agire in un quadro della finanza pubblica locale profondamente diverso dal passato e non favorevole, che richiede piu' che mai il coinvolgimento di risorse private.
Per tornare a svolgere una efficace politica locale per la casa e in particolare per l'affitto occorre lavorare in piu' direzioni:
- in primo luogo occorre tornare a riformare un patrimonio di aree edificabili (o meglio, come vedremo nel punto che segue, di "diritti edificatori") nella disponibilita' dei comuni, da spendere a questo scopo; e se oggi non e' piu' pensabile di poter acquisire aree edificabili attraverso gli espropri come in passato, la disponibilita'  di questo patrimonio va costruita attraverso altri meccanismi urbanistici, meccanismi di perequazione che distribuiscano l'onere della politica per la casa su tutti i soggetti privati che beneficiano della rendita fondiaria che si genera nelle trasformazioni urbane.
- in secondo luogo, nei programmi di riqualificazione urbana, che possono beneficiare di finanziamento pubblico in applicazione della l.r. 19/98, e' possibile privilegiare e selezionare le proposte di intervento da parte di quegli operatori che garantiscano la disponibilita'  a realizzare quote di alloggi per il mercato dell'affitto, tenendo nel debito conto, naturalmente, la durata del vincolo e il livello dei canoni proposti.
- anche negli interventi di trasformazione urbana e di nuova edificazione non assistiti da finanziamento pubblico, e' possibile a determinate condizioni, come meglio si dira' nel seguito, negoziare con le imprese di costruzione quote di edificazione aggiuntiva purche' si tratti di residenze per l'affitto o comunque con contenuti sociali.
- infine anche le risorse in materia di Edilizia Residenziale Pubblica (ERP) e la gestione del patrimonio vanno orientati verso la realizzazione di alloggi per la locazione permanente e temporanea in misura significativa rispetto al passato, utilizzando il contributo pubblico come volano per gli investimenti degli operatori privati, cooperative e no profit.

Va considerata con attenzione l'opportunita'  di costituire una vera e propria Finanziaria metropolitana, anche nella forma di una Societa'  di Trasformazione Urbana di cui all'art. 6 della l.r. 19/98, avente per scopo la raccolta e la remunerazione di risorse dedicate alla realizzazione di alloggi in affitto, nonche' la gestione diretta di operazioni di trasformazione urbana particolarmente ampie e complesse come quelle destinate ad interessare le aree ferroviarie e militari dismenttibili; uno strumento che potrebbe vedere il coinvolgimento attivo sia dell'insieme degli Enti locali bolognesi e di altre istituzioni pubbliche, sia di soggetti privati: imprenditori, istituti del mondo bancario, delle Fondazioni e del settore assicurativo.

Portare a sistema il complesso delle politiche urbane di cui si e' detto e mettere a punto nuovi strumenti d'intervento, che vedano protagonisti il complesso degli operatori, pubblici, privati tradizionalmente presenti nel settore abitativo e nuovi investitori, e' un compito complesso ma che e' realistico e necessario porsi per perseguibile per ottenere concreti risultati nel giro prossimi anni.

Uno dei passaggi necessari per ottenere dalle trasformazioni urbane risultati che siano soddisfacenti per la collettivita'  dall'insieme dei punti di vista sopra richiamati e la formazione di una nuova generazione di piani urbanistici comunali, i Piani Strutturali previsti dalla l. r. 20/2000, che siano attenti al tema della riqualificazione urbana, e che adottino metodiche e impianto disciplinare tali da mettere nelle mani dei Comuni gli strumenti e la forza contrattuale per governare le trasformazioni urbane a vantaggio della collettivita' e della citta' ; ci si riferisce in specifico ad una rinnovata applicazione delle metodiche disciplinari note con il nome di "perequazione urbanistica".


LA PEREQUAZIONE URBANISTICA AL TEMPO DEI PSC
Per quanto attiene specificamente alla disciplina urbanistica propria della scala comunale, preme mettere in evidenza due rilevanti indicazioni della l.r. 20/2000:
- l'indirizzo all'applicazione della perequazione urbanistica (art. 7);
- l'indirizzo alla definizione delle scelte urbanistiche anche attraverso la negoziazione/concertazione con i privati, applicando strumenti concertativi trasparenti (l'art. 18, che generalizza un'impostazione gia'  presente nella l.r. 19/98);

Queste due indicazioni possono apparire non facilmente conciliabili. Il rilevo che ha assunto e che si vuole che assuma la riqualificazione urbana e la filosofia delle procedure negoziali e degli accordi con i privati sembra porre seri problemi di convivenza con l'indirizzo ad applicare i principi della perequazione urbanistica.

La perequazione urbanistica e'metodo disciplinare ampiamente approfondito e affinato sia sul piano concettuale che su quello della prassi operativa. Nell'evoluzione della disciplina urbanistica in Italia, esso trae origine e motivazione nel momento in cui, da un lato, la giurisprudenza ha sancito la decadenza e l'indennizzabilita'  dei vincoli urbanistici e, dall'altro, il mutare del quadro economico e finanziario degli enti locali ha reso loro sempre piu' difficile continuare a praticare politiche attive, per i servizi come per la casa, attraverso l'acquisizione delle aree mediante esproprio. Ma al di la' di queste motivazioni, per alcuni versi strumentali, esso e' stato in breve estesamente riconosciuto come criterio preferenziale, di valenza generale, per assicurare requisiti di equita'  e di trasparenza delle scelte urbanistiche e per contribuire a regolare il mercato delle aree.
In estrema sintesi il metodo della perequazione urbanistica consiste:
- nel classificare le aree interessabili da trasformazioni urbanistiche in categorie caratterizzate da analoghe condizioni di fatto e di diritto, quindi in modo tendenzialmente oggettivo,
- nell'attribuire diritti edificatori di pari entita'  a tutti i proprietari delle aree che si trovano in analoghe condizioni di fatto e di diritto, indipendentemente dalla destinazione specifica, pubblica o privata, assegnata loro dal disegno del piano urbanistico, in modo da non penalizzare nessuna delle proprieta'  coinvolte,
- nello stabilire diritti edificatori unitari il piu' possibile bassi (comunque tali da dare luogo ad un valore di mercato che renda conveniente l'intervento) in modo che nell'attuazione del piano l'edificazione che ne consegue possa essere concentrata su una parte limitata delle aree costituenti il comparto interessato dalla trasformazione,
- nel prevedere la cessione gratuita al comune di tutte le altre aree ove non e' stata concentrata l'edificazione, in eccedenza rispetto alla cessione delle dotazioni minime di legge per le opere di urbanizzazione primaria e secondaria;
- nell'utilizzare tali aree, acquisite cosi', senza esproprio, per attuare le politiche dell'ente locale, vuoi per recuperare le carenze pregresse di aree per attrezzature e spazi collettivi, vuoi per le politiche per la casa.

Al di la'del risultato strumentale di non imporre vincoli espropriativi e di acquisire aree gratuitamente, la forza concettuale del metodo della perequazione consiste nella trasparenza ed equita'  di trattamento di tutte le proprieta' immobiliari coinvolte, e nella sua capacita' di agire sugli esiti della rendita fondiaria, non eliminandola, ma incamerandone una quota significativa a favore della collettivita' .
Dovendo considerare del tutto tramontata una stagione di forte dinamica espansiva della popolazione urbana nella quale e' sembrato lecito pensare che il costruire costituisse un vantaggio in se stesso per la citta'  e la collettivita' , anche senza altre contropartite, quale risposta a bisogni allora primari, oggi la creazione di nuovo valore immobiliare privato attraverso le scelte urbanistiche puo' trovare motivazione essenzialmente in relazione al valore delle concrete contropartite che le medesime scelte urbanistiche forniscono alla collettivita' . La perequazione ha appunto il senso di generalizzare e uniformare il valore delle contropartite che vengono chieste, anche se queste possono poi assumere fattispecie diverse nelle applicazioni concrete; aree, opere pubbliche, edilizia per residenza sociale, ecc.

In Emilia-Romagna si sono sperimentate alcune fra le prime applicazioni operative in Italia, a partire dal PRG di Casalecchio del 1989, a cui hanno fatto seguito applicazioni in vari altri comuni, con diverso grado di generalizzazione, e con risultati generalmente soddisfacenti, basti ricordare Reggio Emilia e diversi comuni della provincia di Bologna. Inoltre il PTI della Provincia di Bologna approvato nel 1995 esprimeva gia'  esplicitamente l’indirizzo ai Comuni ad applicare il metodo della perequazione urbanistica.
In alcuni comuni si e' anche gia'  sperimentato ed applicato un impianto normativo che assegna al Comune una potenzialita'  edificatoria aggiuntiva rispetto ai diritti edificatori perequati riconosciuti ai privati; ma occorre riconoscere che nella gabbia stretta del PRG tradizionale questi impianti sono andati incontro a limiti, inevitabili rigidezze e qualche rischio sul piano della tenuta giuridica, se non ben formulati.

Se la perequazione convince sul piano concettuale, essa tuttavia trova resistenze, soprattutto da parte di chi ritenga preferibile poter definire le soluzioni urbanistiche caso per caso, piuttosto che legarsi le mani con regole rigide.
In particolare, una rigorosa e predefinita fissazione dei diritti edificatori in sede di piano generale puo' apparire piu' agevolmente applicabile alle aree di espansione, ma meno adatta a governare le operazioni di trasformazione di aree gia'  urbanizzate, dove le condizioni di attuazione sono piu' complesse, multiformi, non prevedibili. Inoltre a prima vista sembra confliggere irrimediabilmente con la voglia di flessibilita' , con ll'esigenza di negoziazione, di coinvolgimento dell'iniziativa privata che proprio nelle operazioni di trasformazione urbana trovano la loro massima espressione.

La flessibilita' , concetto vincente sul piano culturale, vero paradigma di questa epoca, sembrerebbe non lasciare spazio per l'applicazione di regole necessariamente uniformi, eque e per cio' stesso scarsamente discrezionali. La domanda di flessibilita' , sentita non solo dai soggetti privati ma anche dagli amministratori locali, sembra relegare la perequazione fra gli armamentari di un'urbanistica forse adatta a governare la stagione della crescita urbana, ma non piu' adatta ai problemi di oggi.
Il "Documento di inquadramento delle politiche urbanistiche comunali" " Ricostruire la grande Milano", approvato dalla Giunta milanese nel 2000, a partire da una intelligente, circostanziata e sostanzialmente condivisibile critica delle rigidita'  e delle certezze del Piano Regolatore tradizionale, esalta il valore della flessibilita'  tout-court, fino all'estrema conseguenza di ridurre le regole di Piano ad enunciazioni generiche; per la sua chiarezza e radicalita'  esso costituisce in un certo senso il "manifesto" di una precisa e argomentata linea culturale.

D'altra parte sono altrettanto circostanziabili i limiti e i rischi di un governo delle trasformazioni urbanistiche "a vista". Per non andare lontano, l'esperienza recente dei "bandi" bolognesi fornisce un'esemplificazione chiara di quali esiti concreti partorisca l'ipotesi di andare a rimorchio delle iniziative imprenditoriali, l'ipotesi di negoziare caso per caso, senza avere alla spalle un disegno strutturale urbano a cui riferire le singole proposte, delle regole eque ed uniformi su come e con che limiti negoziare.
Non si tratta solo degli esiti edilizi, prevalentemente negativi dal punto di vista della qualita'  ambientale e urbana, ma anche della estrema modestia delle contropartite incamerate dalla collettivita'  rispetto all'entita'  della rendita prodotta; e si tratta anche di un altro tipo di esito, piu' sottile: l'assenza di riferimenti a cui ancorare le proposte, che inizialmente puo' apparire liberatoria (poter proporre qualunque cosa ovunque, che si traduce poi piu' banalmente nel proporre le stesse cose ovunque), ma che finisce per favorire solo la rendita, comprimendo il profitto di impresa e soprattutto rendendo opaco il mercato.
E c'è ancora un esito piu' generale e diffuso; la creazione generalizzata di aspettative di rendite elevate, che finisce per alterare e "drogare" il mercato delle aree di potenziale trasformazione.

Un altro ordine di considerazioni che sembrerebbe indebolire, almeno con riferimento a molti comuni della provincia di Bologna, l'opportunita'  della perequazione urbanistica deriva dal fatto che, in questi comuni, non si è piu' sentita come in passato l'esigenza di significative acquisizioni di aree.

Per quanto riguarda le aree per attrezzature e spazi collettivi, molti comuni della provincia hanno gia'  una dotazione adeguata, avendo raggiunto e a volte abbondantemente superato la dotazione standard dei 30 mq./ pro-capite; questi comuni avvertono talora il problema opposto degli oneri crescenti di manutenzione di un demanio comunale impegnativo. Tutto cio' peraltro non riguarda il comune capoluogo e alcuni altri comuni, dove sono ancora presenti condizioni di deficit, soprattutto se si considerano le esigenze della popolazione effettiva degli utenti della citta'  ( e non solo i residenti) e se si valutano le dotazioni per porzioni della citta'  e non solo nel suo complesso.

Per quanto riguarda le aree necessarie per una politica attiva a favore della casa, molti comuni hanno ritenuto negli anni scorsi di cessare di svolgere quel ruolo attivo di calmieramento dei prezzi attraverso i PEEP o modalita' equivalenti, che avevano svolto in passato. La diffusione della proprieta'  della casa a percentuali altissime delle famiglie e la riduzione dei tassi di crescita delle famiglie (che ormai sono ridotte quasi ovunque a dimensioni minime e non possono piu' moltiplicarsi come in passato) ha fatto ritenere in molti contesti che la politica per la casa potesse ridursi ad un ruolo marginale, da rivolgere a nicchie particolari di utenza e da coprire essenzialmente con ll'ERP.

Ma queste condizioni sono presto di nuovo mutate. Come si è gia'  detto, l'incremento dell'immigrazione, sia nazionale che extracomunitaria, la maggiore mobilita'  della forza lavoro, che è una precisa esigenza delle imprese, e il mutare della composizione delle famiglie hanno dato luogo a nuovi segmenti di fabbisogno, non affrontabili solo con l'ERP. A cio' si aggiunge la diminuzione delle risorse per l'ERP e il passaggio del patrimonio ai Comuni, che sollecita modalita'  di gestione piu' attive. Tutto cio' richiede daccapo un ruolo attivo dei comuni nel mercato della casa, rivolto in particolare ad allargare il mercato dell'affitto.

E per questo occorre di nuovo una politica delle aree: senza aree edificabili nella disponibilita' dei Comuni (o meglio senza diritti edificatori) non si puo' svolgere un ruolo efficace nel mercato, ne' per incrementare lo stock in affitto, ne' per rispondere a nuove nicchie di fabbisogno primario per i segmenti piu' deboli e meno radicati della domanda.

Laddove i Comuni vogliano svolgere un tale ruolo attivo, e cio' sembra necessario quanto meno per il comune capoluogo, per i comuni dell'area urbana centrale, ma anche per gli altri comuni che ospitano i maggiori centri urbani, a partire da Imola, torna allora necessario che i meccanismi attuativi delle trasformazioni urbanistiche forniscano, come sottoprodotto, diritti edificatori in capo al comune, da spendere per una politica per la casa.
Certezza dei diritti e flessibilita'  delle opportunita' 
La legge regionale 20/2000 rappresenta il tentativo, ancora da verificare nella sua efficacia, di una modalita'  diversa per superare le rigidita'  del PRG tradizionale e nel contempo rispondere alle esigenze di flessibilita' , senza cadere nei rischi dell'assenza di riferimenti; essa fa intravedere una strada originale, pragmatica e profondamente "emiliana", per conciliare in modo virtuoso l'uniformita'  di trattamento delle proprieta'  immobiliari, tipica della perequazione, con la negoziazione delle proposte di trasformazione urbana di iniziativa privata.

Questa strada richiede, in termini generali, di valorizzare ed esaltare la distinzione fra la sfera dei contenuti strutturali e quella dei contenuti operativi.
In particolare richiede di portare fino in fondo la distinzione, anzi la scissione, concettuale e operativa, fra i "diritti edificatori" (art. 7) e la capacita'  insediativa (art. A-12) ovvero "carico insediativo"(art. A-11).
Richiede che diritti edificatori e capacita'  insediativa siano espressi e misurati in modo diverso, definiti con metodiche e finalita'  diverse: i diritti edificatori secondo le metodiche della perequazione, la capacita'  insediativa sulla base delle valutazioni di sostenibilita'  e degli obiettivi di qualita'  urbana.
Il solo vincolo necessario fra le due entita' e' che la sommatoria dei diritti edificatori non sia superiore al carico insediativo massimo ammissibile; ma e' anzi utile che sia significativamente inferiore: quanto piu' sara'  inferiore tanto piu' ampio sara'  lo spazio di negoziazione che il Comune avra'  in sede operativa, e tanto piu' ampie saranno le risorse in capo al Comune per le politiche per la casa e per i servizi.

Nell'impianto che si intende proporre ai Comuni, i diritti edificatori sono prefissati in sede di PSC, sono uguali per tutte le aree nelle medesime condizioni di fatto e di diritto, sono non negoziabili (pero' trasferibili da area ad area). La capacita'  insediativa pure individuata in sede di PSC nei suoi termini generali, nei suoi valori massimi (il "dimensionamento" secondo la terminologia corrente), articolata per centri abitati o per macro-zone urbane, e verificata rispetto alle condizioni generali di sostenibilita'  con la VALSAT. Ma il carico urbanistico effettivo delle singole operazioni di trasformazione, le funzioni e le densita'  edilizie attuabili nelle diverse aree, anche oltre e in aggiunta ai diritti edificatori, sono viceversa entita' flessibili, negoziabili, variabili progettuali, possibile oggetto di bandi, o ancora di accordi con i privati.

Perequazione e flessibilita'  al tempo dei PSC si possono sposare, a condizione che:
a) il PSC contenga non solo la definizione della capacita' insediativa massima, come richiede la l.r. 20, ma anche la fissazione esatta dei diritti edificatori spettanti e riconosciuti alla proprieta'  del suolo, e non solo quelli negli ambiti per nuovi insediamenti, ma anche i diritti edificatori riconosciuti nel caso di operazioni di trasformazione e sostituzione di parti della citta'  costruita, ossia negli ambiti da riqualificare;
b) che i diritti edificatori riconosciuti siano sufficientemente limitati, e in particolare che la loro sommatoria costituisca solo una parte del nuovo carico insediativo ammissibile; mentre la parte rimanente sia rappresentata da ulteriori potenzialita' edilizie nella disponibilita'  del Comune, per la realizzazione di attrezzature collettive o di pubblica utilita' , laddove ne servano, e per le politiche per la casa.

Le esperienze gia'  compiute, anche in provincia di Bologna, dimostrano che e' possibile stabilire i diritti edificatori unitari su valori molto bassi e che tali valori, anche se con qualche resistenza iniziale, sono stati accettati dal mercato.
Nel caso di aree destinate a nuovi insediamenti e non ancora urbanizzate, sono stati applicati con successo diritti edificatori intorno allo 0,10/0,15 mq/mq in termini di superficie complessiva, ovvero anche inferiori a 0,10 mq/mq in termini di sola Superficie utile. Naturalmente queste entita'  sono state relazionate alle condizioni specifiche, riconoscendo eventualmente valori superiori:
- nel caso di aree relittuali di piccola dimensione e immediatamente contigue ad insediamenti consolidati, alla viabilita'  e alle reti di urbanizzazione;
- nel caso di aree gia'  destinate in precedenza all'urbanizzazione con indici urbanistici piu' elevati in forza degli strumenti urbanistici previgenti (previsioni precedenti non attuate);
Ma anche nelle aree gia'  urbane e da interessare con operazioni di trasformazione, come ad esempio insediamenti produttivi o di servizio dismessi o obsoleti da sostituire, vi sono esperienze di applicazione di diritti edificatori contenuti intorno allo 0,20/0,25 mq/mq in termini di superficie complessiva, ovvero anche inferiori a 0,20 mq/mq. in termini di sola Superficie utile Anche in questo caso un' applicazione ragionevole porta a motivare valori superiori in circostanze particolari, ad esempio:
- nel caso di aree produttive dismesse il cui riutilizzo comporti oneri di bonifica del suolo di consistenza non ordinaria;
- nel caso di insediamenti produttivi collocati in un contesto urbano residenziale, non dismessi e non in procinto di dismissione, che presentino livelli di impatto ambientale sul contesto particolarmente elevati e non mitigabili, e dei quali si intenda quindi incentivare la delocalizzazione;
Nelle esperienze compiute, le entita'  dei diritti edificatori sopra indicate sono state poi ulteriormente ridotte (alla meta'  o anche a un terzo) per quelle aree o porzioni di aree soggette a vincoli comportanti inedificabilita' , in forza di norme sovraordinate ai piani comunali, quali le norme di legge o i vincoli di tutela.
La fissazione di diritti edificatori contenuti non ha per effetto la previsione di nuovi insediamenti a densita'  edilizia contenuta, potendosi, in sede di pianificazione operativa ed attuativa, sia prevedere di concentrare i diritti edificatori fino ad ottenere densita'  anche elevate, sia prevedere quote di edificazione aggiuntive ai diritti edificatori. Se si parte da diritti edificatori contenuti quali quelli sopra richiamati, si aprono margini significativi per prevedere potenzialita'  edificatorie aggiuntive nella forma di edifici per servizi pubblici e nella forma di edilizia residenziale pubblica o di edilizia residenziale negoziata con finalita'  sociali.

Ai sensi della l.r. 20/2000 la fissazione dei diritti edificatori in sede di PSC non e' obbligatoria, ma e' solo una possibilita' , implicitamente suggerita; quindi e' legittimo anche non farlo. Tuttavia non facendolo, non solo il Comune rinuncia ai vantaggi di equita'  e di trasparenza della perequazione, ammette implicitamente che i diritti sono variabili e trattabili, ma rinuncia ad attribuire a se stesso potenzialita'  edificatorie, rinuncia a ricavare risorse dalle scelte urbanistiche, ovvero si consegna a trattative negoziali senza punti di riferimento forti, quindi in condizioni di intrinseca debolezza, destinate a partorire esiti di piu' scarsa utilita'  per la citta' , quando non negativi.

La disponibilita'  in capo al Comune di potenzialita'  edificatorie aggiuntive mette il Comune in una condizione piu' forte nel confronto con i soggetti economici e apre la strada ad una pluralita'  di politiche praticabili in sede operativa, non necessariamente da predefinire, ma duttili ed adattabili in relazione all' evolvere delle esigenze della collettivita'  ma anche in relazione alla proposte dei soggetti economici privati, e senza negare la parita'  di trattamento "di base" che e' un cardine della perequazione.
Il Piano Operativo e i Piani Attuativi, sui quali e' ampia l'autonomia e la responsabilita'  dei Comuni nell'ambito dei limiti definiti nel PSC, diventano la sede:
- per definire le modalita'  di utilizzo dei diritti edificatori, attraverso la perimetrazione di comparti, l'individuazione delle aree ove trasferire e concentrare l'edificazione, la definizione del concorso necessario dell' intervento alle dotazioni territoriali dentro e fuori dal comparto, e in particolare l'individuazione delle aree da cedere per spazi collettivi, da collocarsi laddove sono piu' utili in relazione alle carenze pregresse del contesto;
- per definire la cessione gratuita al Comune delle restanti aree che hanno maturato, attraverso trasferimento, i rispettivi diritti edificatori;
- per definire l'utilizzo di tali aree, in relazione alle esigenze che si ritengono prioritarie, o direttamente da parte del Comune, o attraverso bandi;
- in alternativa alla cessione al comune, per negoziare con i soggetti attuatori la realizzazione in esse di quote di edificazione aggiuntive ai diritti edificatori, sulla base di convenzioni che ne assicurino una duratura e significativa finalita'  sociale, in particolare, in questa fase, alloggi in affitto.

Per quei Comuni, come Bologna e gli altri comuni del territorio periurbano bolognese, nei quali lo sviluppo urbano non può che avvenire nelle forme della riqualificazione, attraverso le trasformazioni interne della città costruita, ma anche per altri comuni, come Imola in primo luogo, per i quali la riqualificazione urbana va assunta comunque come tema dominante, il Piano Operativo si intreccia inscindibilmente con il Programma di Riqualificazione urbana di cui alla l.r. 19/98, sia nelle procedure che nei contenuti; i bandi, le forme di negoziazione, gli accordi per l'inserimento nel POC assumo la veste e i contenuti di quelli di cui all'art. 3 di quella legge; nelle operazioni piu' vaste e impegnative possono trovare terreno elettivo di applicazione le Società di Trasformazione Urbana proposte dalla medesima legge.
Se l'applicazione di modelli normativi concettualmente simili a quanto qui proposto era esposta negli anni passati, dentro al regime del PRG tradizionale, a rischi di contenzioso, le leggi regionali 20/2000 e 19/1998 nel loro insieme forniscono un quadro di riferimento piu' solido. Molto piu' del vecchio Programma Pluriennale di Attuazione, il POC e il PRU possono essere la sede legittimata ed efficace per mettere in gioco potenzialita' edilizie non scontate per nessuno, in quanto non preventivamente assegnate dal PSC, e per sviluppare la concorrenzialita'  positiva fra le iniziative private.

Da un'altra chiave di lettura, la fissazione dei diritti edificatori in sede di PSC e la negoziazione delle opportunita'  aggiuntive in sede operativa puo' essere letta come il modo per distinguere e differenziare il rapporto del Comune e del Piano con la rendita fondiaria e con il profitto di impresa.

Nel modello applicativo proposto, il PSC, stabilendo i diritti edificatori, definisce di fatto ll'entita'  della rendita fondiaria che viene riconosciuta alla proprieta'  degli immobili e che potra'  da essa essere incamerata con la trasformazione. Ha il dovere di farlo cercando di minimizzarla, ma senza azzerarla, ossia mantenendo un margine di appetibilita' e di convenienza dell' intervento; per questo deve tener conto dei prezzi di mercato dei nuovi immobili che si possono realizzare e di una ragionevole incidenza del valore dell'area, mentre puo' ignorare l'entita'  e il valore del costruito preesistente che, qualora sia da demolire, va considerato ammortizzato.
In questo modo chiude i conti con la rendita, per non riaprirli piu', almeno per la durata del PSC.
In sede di Piano Operativo, ovvero di PRU, il Comune tratta viceversa con l'impresa. Attraverso i bandi seleziona le proposte imprenditoriali che offrono piu' vantaggi per la collettivita'. Nella negoziazione diretta per l'eventuale realizzazione di potenzialita'  edificatorie aggiuntive rispetto ai diritti edificatori, riconosce i costi industriali e il profitto di impresa, ma non piu' una rendita, un'incidenza del valore terreno, perche' questo e' gia'  stato remunerato con i diritti edificatori.

Il contenimento della rendita non deriva da motivazioni ideologiche, e' un'esigenza non solo dei Comuni, ma anche e in primo luogo delle imprese delle costruzioni; anche da esse infatti viene questa domanda. Il contenimento preventivo della rendita nelle trasformazioni urbane puo' liberare un maggiore spazio per la progettualita'  e nello stesso tempo valorizza l'impresa e la concorrenza fra imprese nel proporre realizzazioni che associno qualita'  urbana e valore sociale.

12.16.2003

LIBERTA' D'INFORMAZIONE
UNA LETTERA DI GIANCARLA CODRIGNANI


Prof. ENZO CHELI
LETTERA
APERTA

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80100 NAPOLI

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00187 R O M A
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Caro Professore,

mi rivolgo a lei come cittadina danneggiata nel
suo diritto a ricevere dal
sistema radiotelevisivo pubblico un'informazione
qualificata e
caratterizzata -come sostiene la Corte
Costituzionale nella sentenza 112
del 24 marzo 1993- "dal pluralismo delle
fonti?,dall'obiettività e
imparzialità dei dati forniti, dalla
completezza,dalla correttezza e dalla
continuità dell'informazione erogata, dal
rispetto della dignità umana?".
Chiunque abbia occasione, anche solo
saltuariamente, di vedere le
programmazioni televisive si rende conto di
quanto esse contraddicano - e
da troppo lungo tempo - i principi sopra
rappresentati e, in particolare,
quanto offendano l'intelligenza degli utenti.
Non è il caso di elencare i documenti molte volte
menzionati in questi
giorni che convalidano come diritti i principi di
una corretta
informazione: dall'art.21 della Costituzione
italiana, all'art.19 della
Dichiarazione dei diritti umani, dalla
Convenzione di Roma al Patto di New
York, dalle sentenze della Corte costituzionale
(con particolare
sottolineatura la n.466 del 20 novembre 2002, che
si appella anche ai
principi europei) alla Carta dei diritti
fondamentali dell'Unione eiropea,
alle deliberazioni dell'Ordine dei giornalisti e
dei relativi consigli
regionali, le indicazioni sono molteplici e
inequivoche.
Mesi or sono decisi di presentare un'obiezione di
coscienza al pagamento
del canone all'Agenzia delle imposte; in seguito
accettai di regolarizzare
la posizione per l'incompetenza della struttura
fiscale nella gestione
della tassa di concessione. In seconda istanza ho
inviato richiesta di
ripetizione del canone alla direzione RAI/TV che,
nell'esimersi dalla
responsabilità, si è dichiarata disposta a tener
conto delle osservazioni
rivolte.
A questo punto chiedo a lei che cosa pu? fare un
cittadino per difendere i
suoi diritti. Con l'approvazione della legge
Gasparri il Governo detentore
delle azioni Rai verrà a nominare il Consiglio di
amministrazione e avrà
non solo il controllo totale sull'informazione
pubblica, ma anche aumenterà
con la raccolta pubblicitaria la quota di mercato
di Mediaset (che oggi è
passata dal 1,9 % al 2,5 %,nonostante il calo
dell'audience): è ci? che il
prof.Leopoldo Elia definisce il premierato
assoluto e comporta per la
pubblica opinione la perdita del diritto ad
essere informata correttamente.
Anche accettando che il canone riguardi la
detenzione di un
elettrodomestico che non è necessario usare,
siccome non si tratta di uno
strumento qualsiasi, ma del mezzo con cui io
posso realizzare il mio
diritto a essere informata, chiedo come sia
possibile far rispettare nel
nostro paese - anche a partire da una denuncia
individuale - i principi
elencati nei documenti formali sopra citati.
O forse lei mi suggerisce di attendere gli esiti
dell'inchiesta sullo stato
dell'informazione in Italia ordinata
dall'Europarlamento?
Mi inquieta leggere che Reporters sans
frontières ha collocato l'Italia al
53° posto nella scala mondiale del rispetto
dell'informazione e vedere le
accuse -che debbo riconoscere perfettamente
fondate- di incompletezza, di
subordinazione a diktat governativi o di
autolimitazioni degli operatori,
di connivenza con le imprese del presedente del
consiglio, di
colonizzazione delle coscienze del popolo che
dovrebbe essere sovrano. In
tempi in cui torniamo a parlare di patria non
posso vantarmi del fatto che
nella mia Italia l'intelligenza venga ritenuta
eversiva.
Finché la RAI è pagata dal canone versato dai
cittadini, mi dica che c'è un
rimedio per ottenere il rispetto del diritto ad
essere informati. Oppure
dovrà smettere anche lei di pagare le tasse
(reato peraltro condonabile a
termini di legge)?

Molto cordialmente,

On.prof. GIANCARLA CODRIGNANI



12.12.2003

RIFLESSIONI


Sono convinto che i prossimi sei - sette mesi decideranno i destini dell'Italia e, in particolare, della sinistra per molti anni.
Nei prossimi sei - sette mesi, infatti, le scadenze elettorali - amministrative e europee - diranno in modo sufficientemente chiaro l'orientamento dell'elettorato e, di fatto, se il governo Berlusconi è destinato a cedere il passo, alla scadenza naturale o anche prima, oppure se potrà contare su una riaffermazione della attuale maggioranza (poco contano i travasi interni alla coalizione) per il mandato successivo a questo e, forse, per altri anni ancora.
La decisione con la quale l'attuale maggioranza ha provveduto a varare leggi a favore del presidente del consiglio e dei suoi amici e, più in generale, a favore dei ceti dominanti e contro gli interessi della maggioranza della popolazione, le posizioni a proposito della guerra in Irak, contro i diritti dei lavoratori, l'occupazione di tutti i posti di potere, dalla RAI alle aziende di stato, ecc. fanno presumere, con ragionevole pessimismo, che,nel caso di una riaffermazione della attuale maggioranza di governo, i margini di libertà e di democrazia andranno sempre più restringendosi e le forze di opposizione avranno un sempre minor peso.

Di fronte ad un quadro di questo genere, sono convinto che l'obbiettivo primo da perseguire, se non l'unico, però il primo al quale subordinare tutti gli altri, sia quello di impedire che il berlusconismo si consolidi o, peggio, conquisti nuove psizioni. Nell'interesse del popolo italiano - non solo degli strati pìù disagiati - e anche nell'interesse di chi non tende soltanto a difendere diritti e conquiste acquisiti, ma vuole una società nella quale libertà e giustizia sociale abbiano sempre maggior spazio.

Se si ritengono sostanzialmente giuste queste affrettate analisi, mi sembra che, logicamente, da esse derivi come necessaria conseguenza che in presenza del nemico principale - il berlusconismo come cultura e come modo di governare - è necessario accantonare le battaglie interne all'opposizione su questioni anche importanti, che possono indebolire la lotta contro il berlusconismo.
Accantonare non significa rinunciare, ma stabilire un ordine di precedenza.
Ho detto altre volte che quando, nel I944, il PCI accantonò la pregiudiziale antimonarchica, stipulando, di fatto, un accordo con le forze monarchiche, sostenendo che, in quel momento il nemico principale non era una monarchia che pur non meritava alcuna scusante per gli errori e i tradimenti dal 1922 all'8 settembre del '43, ma il nazifascismo - cosa che altre forze di sinistra e anche numerosi all'interno del P. non solo non compresero, ma,
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quando possibile, ostacolarono - fece una scelta che si dimostrò vincente. Una scelta che dopo poco venne compresa anche da chi, in un primo tempo, la aveva tacciata di opportunismo.
I paragoni storici sono da prendere con le molle e con tutti i "mutatis.." ma sono convinto che anche oggi le forze democratiche italiane si trovano di fronte ad un avversario che rappresenta il pericolo principale, per battere il quale è necessario non dividersi su questioni che possono essere, certo, importanti, ma che distolgono le forze dal fronte principale e ne indeboliscono la indispensabile unità.
Spesso, invece, ci si lascia attrarre da questioni che, a volte, possono essere imposte dall'avversario o da scadenze improrogabili -non è escluso che possano essere bastoni gettati tra le ruote di un carro che si teme possa andar troppo veloce - o che, anche da parte nostra, sottovalutando la drammaticità della situazione, vengono sollevate in modo inopportuno, se non altro per il momento in cui vengono poste..
Difendere dei sacri principi è più che doveroso, anche per non perdere la fiducia di chi pensa, a ragione, che siamo dalla sua parte, ma scegliere i tempi e i modi di questa difesa non sempre significa opportunismo.

Quanto detto finora riguarda tutte le forze democratiche. Dovremmo fare opera di convinzione perché anche i nostri alleati si convincano della giustezza di queste tesi.
Ma riguarda soprattutto la sinistra e la sinistra della sinistra rappresentata al Congresso di Pesaro dei DS dalla mozione "Tornare a vincere".
Ho l'impressione che i "distinguo" o le vere e proprie spaccature verificatisi dallo scorso luglio in avanti, seppur motivate, non tengano sufficientemente presente due fatti: il primo, che di fronte alla maggioranza che già ha teso sempre a tenere in poco conto quel 30% rappresentato dalla mozione "Tornare a vincere" l'evidenziarsi di rotture in seno alla minoranza tolgano a questa gran parte delle capacità di incidere sulla linea generale dei DS o almeno di condizionarla; la seconda che, per le ripercussioni sulla base, che non riesce a comprendere le ragioni di certe divisioni, si possa indebolire la generale azione offensiva contro il governo di Berlusconi. Tra l'altro la scarsa comprensione di certe posizioni porta ad attribuirle soltanto a personalismi poco tollerati in specie da quella parte del P. meno abituata alla "spregiudicatezza" sempre più di moda.

Ho l'impressione che da parte di tutto il centrosinistra, da parte della maggioranza dei DS, ma anche da parte della minoranza rischino di
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prevalere preoccupazioni più tendenti a conquistare posizioni per il dopo - Berlusconi, che a pensare e operare per impedire che il berlusconismo sia vincente per molto tempo. C'è da augurarsi che il dopo - Berlusconi giunga il più presto possibile, ma sarebbe opportuno convincersi che la proclamazione di diversità, anche motivate non è il metodo migliore per affrettare i tempi. Una ossessiva ricerca di un "posizionamento" per il dopo - Berlusconi rischia di allontanare per degli anni quel "dopo". Anche questo è un ragionamento che va ripetuto ai nostri alleati, ma che riguarda anche noi stessi.

Per battere il berlusconismo è necessario che le prossime elezioni amministrative e le prossime elezioni europee segnino una affermazione del centrosinistra e, all'interno di questo dei DS e una sconfitta della maggioranza di governo. Se siamo convinti di questo, pur battendoci perché le idee della sinistra dei DS e anche chi le porta avanti abbiano spazio, si possa anche sopportare qualche sacrificio. Sono convinto che, da parte della "base'" questo non verrebbe compreso come scrsa combattività, ma come azione volta a salvaguardare gli interessi generali.
Il compito principale che dobbiamo porci è quello di batterci perché,, di fronte all'elettorato, le forze del centrosinistra appaiano come le più idonee a dirigere il Paese. Ciò significa assicurare visibilità alle migliori energie che il nostro schieramento può presentare lasciando da parte questioni di prevalenza di una parte o dell'altra. E' una battaglia da condurre verso tutti i partiti e i gruppi del centrosinistra - per questo bisogna battersi perché tutti quelli che sono control'attuale maggioranza possano dare il loro contributo (vedi il caso Di Pietro) - ma sarebbe assurdo che, proprio da parte nostra, questioni di quote o di persone prevalessero sugli interessi generali e difesa di "principi" in un momento che non è dei più opportuni provocassero divisioni nocive.


Si può pensare che una vittoria del centrosinstra, alle amministrative e alle europee possa rappresentare un conforto per chi reputa che una corsa al centro sia l'unica carta vincente in questo periodo e possa portare, di conseguenza, a un indebolimento della sinistra della sinistra. Se anche fosse così e non è detto che lo sia, bisogna convincersi che una vittoria del centrosinistra lascerebbe, comunque, aperta una dialettica, mentre una vittoria del berlusconismo ridurrebbe ad inutili diatribe, ad una sterile ricerca di responsabilità, forze che possono essere molto più utilmente impiegate.
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Le considerazioni fin qui svolte è ovvio che hanno valore per i mesi che ci stanno dinanzi. Valgono, a mio parere, per il momento che stiamo attraversando, denso di pericoli quanto di favorevoli prospettive. Penso che, dopo le elezioni europee, quando si darà inizio alla preparazione del Congresso dei DS, l'analisi del periodo che si apre e delle linee da seguire, andrà aggiornata, tenendo conto delle esperienze alla luce, spero delle vittorie (e non delle sconfitte) alle quali la nostra azione avrà dato un sostanziale contribuito.


Aldo D'Alfonso

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