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10.25.2009

PRIMARIE, OGGI IL VOTO.

Oggi, 25 Ottobre 2009, si vota, in 10.000 seggi organizzati da volontari, per eleggere il Segretario del PD. non è poco per chi è all'opposizione e vuole un nuovo impegno.

Ma, forse, nonostante i limiti dello strumento-primarie, oggi, è importante votare anche per qualcosa di più.
Brlusconi è una "tigre" ferita. L'avvelenamento dei pozzi e i fendenti intimidatori a questo e quello accompèagnano quello che potrebbe essere il suo declino ma anche l'avvitarsi in una crisi davvero profonda del nostro paese e della sua democrazia.
Le primarie , se voterà un buon numero, è il caso di dirlo "nonostante tutto" potrebbero essere una rispoosta. Non bisogna mancare di darla. Sono un messaggio all'Italia che qualcosa d'altro esiste, vive.
Abbiamo quindi pensato di occuparcene, prendendo posizione, com'è nostro costume.

Da qui l'intervista con Stefano Bonaccini, il candidato a Segretario regionale che votiamo, con convinzione, e l'appello "Dalla scuola, dall'università, dai saperi, per Bersani e Bonaccini" cui abbiamo aderito.
Nella lunga intervista-dialogo con Bonaccini si evidenzia il suo approccio, che riprende quello di Pier Luigi Bersani e si propone di caratterizzarsi per la valorizzazione dei punti forti dell'Emilia-Romagna, e anche per la volontà di riprendere il lavoro del "partito" PD,con dinamismo e capacità di direzione.
Nel contempo si delinea anche il nostro punto di vista, che molto insiste sulla necessità di riformare una ampia coalizione per la democrazia.
La nostra visione non vuole rinnegare il bipolarismo ma sottopone ad una critica, che francamente ci pare realistica, l'ideologismo del maggioritario, del fare da soli, del primato dell'istituzionale e, a in ultima istanza, della politica politicienne.
A questo giunge la parabola, nonostante la retorica, un po' troppo esibita, sul rinnovamento anti-casta, su "quelli di prima" e quanto abbiamo ascoltato.
Oltre a rafforzare, oggettivamente, Berlusconi, "sdoganato" a suo tempo dal Segretario Veltroni, per far risaltare la legittimità e la modernità del bipolarismo,questa impostazione, che troppo Franceschini riprende, dopo spunti più positivi all'inizio del suo segretariato, mette in secondo piano il programma, i contenuti ed anche la mediazione organizzata che il PD, che dovrà essere maggioritario in quanto forza trainante di una nuova coalizione, ha l'obbligo di svolgere.

Non sono primarie facili.
Al contrario.
Il senso di partecipare ad un "gioco" interno, è da respingere, è vero, non fosse altro perchè ritirarsene, non partecipare favorirebbe la Destra- che il 26 mattina conterà i voti e li commenterà.
Ma questo diffuso sentimento ha un padre ed una madre.
Nasce proprio dagli errori che abbiamo prima citato.
Riflettendo non è davvero difficile vedere chiaro e fare la scelta, l'unica, che può permettere di ripartire, anche solo facendo un piccolo passo in avanti.
Votare, dunque, far votare, rafforzare una leadership più dialogante, più politica e meno politicistica, rafforzare Pier Luigi Bersani e Stefano Bonaccini.
La nostra rivista si propone comunque di fornire elementi di confronto e di documentazione.
Pubblichiamo quindi, riprendendole dai loro siti web, due lettere di presentazione e dichiarazione di intenti dell'On. Mariangela Bastico e di Thomas Casadei che sono gli altri candidati, rispettivamente collegati a Dario Franceschini e Ignazio Marino.



Primarie PD 2009, una speranza per la democrazia.
I candidati e le proposte dall'Emilia-Romagna

10.15.2009




SPECIALE
CONGRESSO E PRIMARIE DEL PD 25 OTTOBRE 2009

10.10.2009

Impegno Nuovo in dialogo con Stefano Bonaccini.

Caro Bonaccini….
8 domande. Da Sinistra, su problemi di tutto il PD.


Come va il Congresso
Caro Bonaccini, la prima domanda è sul Congresso. Un Congresso, quello del PD che cerca di mettere assieme per scelta statutaria una discussione preliminare nei Circoli ed il conseguente voto degli iscritti, con la scelta finale che sarà operata il 25 Ottobre dagli elettori con un voto diretto. L’impressione nostra è che la difficoltà ed anche l’errore di questo modello siano evidenti eppure, allo stesso tempo, che la partecipazione sia abbastanza buona, nonostante tutto, che forse siamo in presenza di una ulteriore prova della volontà di esserci del corpo politico del PD che è ancora una grande forza, che non si arrende. Tu cosa ne pensi?

“Ringrazio tutti coloro che sono venuti a votare ai congressi e già da ora i , spero, tantissimi che verranno a votare alle primarie del 25 ottobre, un ringraziamento speciale va ai volontari che si sono impegnati per questo primo congresso del Partito democratico. Non c'è forza politica in Europa che faccia votare mezzo milione di persone iscritte: ha partecipato in questa regione il 35 per cento degli aventi diritto, una percentuale inimmaginabile nei vecchi congressi Ds e Margherita. Gli nostri iscritti non hanno perso la speranza di fare un Pd più grande e più forte di quanto non siamo stati capaci di fare fino ad oggi. Ora ci rivolgiamo ai nostri elettori per chiedere loro di darci una mano ad allargare questa casa comune. Dobbiamo fare il possibile affinchè siano tantissimi coloro che parteciperanno il 25 ottobre alle primarie, quella che dovrà essere una grande festa e una grande prova di partecipazione e democrazia. In questo modo avrà vinto il Pd, prima ancora che i singoli candidati, e per noi sarà un nuovo inizio. Assumiamo sin da ora un impegno verso coloro che verranno: questa volta non vogliamo perdere il contatto, non ci basta farli votare una volta per scegliere una persona. Abbiamo bisogno di lavorare insieme per fare più grande e più forte questo Partito. E allora cosi, domani, a vincere non sarà solo il Pd, ma l'Italia: perché il Pd lo abbiamo fatto per noi, ma pensando al nostro Paese e ai nostri figli. Ed è per loro, in primo luogo, che ci dobbiamo dare da fare, per consegnare un'Italia più moderna e soprattutto più giusta”.


Buone alleanze e non bipartitismo
Tu sei candidato a diventare il Segretario Regionale dell’Emilia-Romagna, collegato alla proposta di Pier Luigi Bersani. Noi l’abbiamo fatta nostra per un punto, essenzialmente. La volontà che Bersani ha espresso di riprendere il filo di una politica di alleanze, di non forzare fino al limite l’impianto bipolare. “Prima” abbiamo contribuito a fare il deserto attorno a noi, senza peraltro ridurre il peso di alleati fra i più difficili, perché meno interessati ad una politica di programma, come Di Pietro e –cosa ancor più grave- abbiamo in qualche misura legittimato la Destra italiana e Berlusconi. Se l’Italia doveva per forza diventare bipolare e bipartitica non si poteva calcare la mano sull’altro polo, su Berlusconi, il suo nuovo partito, ed il berlusconismo. Le elezioni del 2008 sono andate come abbiamo visto ed ora la Repubblica appare insidiata da un blocco di potere fra i peggiori dell’intero Occidente. Qual è il tuo punto di vista?

Anche in Italia il voto alle ultime elezioni europee ha visto prevalere la destra, ma qui, a differenza di altri paesi europei, non ha sfondato, anzi, è possibile parlare – evitando i trionfalismi – di una prima battuta d'arresto per Berlusconi. Un dato, inconfutabile, domina su tutti: le dimensioni dell’astensione: un terzo di elettori non ha votato per nessuno, una quantità enorme. Questo non si deve solo alla maggiore “distanza” del Parlamento di Strasburgo dai temi e dagli affanni degli italiani ed alle difficoltà del Pd. A spingere molti elettori verso l’astensione è stato anche il fatto che attorno al Pd non c’è più un campo di forze politiche ben definito, alle quali un elettore possa rivolgersi con la certezza che il suo voto servirà sostenere un progetto ampio e partecipato. Il Pd deve essere il primo promotore della ricostruzione del centrosinistra con la consapevolezza che essere un partito a vocazione maggioritaria non significa vincere da soli. Questo vuol dire che un grande partito come il nostro deve porsi, come è naturale, il problema delle alleanze per potersi candidare alla guida del Paese e sconfiggere la destra. Ma è chiaro che lil futuro sistema d’alleanze sarà tanto più efficace quanto più il Partito democratico sarà forte e strutturato, il principale pilastro della futura coalizione di centrosinistra


L’Emilia Romagna, contro l’antipolitica, le paure, la crisi….
L’Emilia-Romagna è da sempre la terra dove maggiore è la partecipazione politica. Non solo la Sinistra, le Sinistre, ma praticamente tutti i movimenti politici, o sono nati qui, oppure hanno qui avuto la loro massima espansione. Eppure, sarà la globalizzazione, l’antipolitica è ormai diffusissima anche nella società regionale, sia nelle città che nei territori, e i sentimenti più comuni sembrano essere la paura di un peggioramento delle condizioni economiche e una forte avversione verso tutti gli stranieri, “buoni “ o “cattivi”. Le politiche della Regione da tempo cercano di produrre situazioni concrete per rispondere alle paure, fare tenere l’economia e far resistere-se non avanzare- i processi di dialogo e di integrazione. Ma sembra tutto insufficiente e comunque da rendere più esplicito, meno istituzionale e scontato. Ci pare che il Presidente Errani ne sia consapevole ed abbia cercato di qualificare, di segnare, di rendere più evidente le scelte della Regione. Condividi la nostra preoccupazione e cosa potrà fare il partito PD per dare una mano, per fare capire di più l’impegno di governo, a noi piace dire le “battaglie” dell’Emilia-Romagna, difendere i punti forti del nostro sistema territoriale ed anche affrontare anche la crisi con un più visibile senso e volontà di giustizia e di agire sociale”?

La sicurezza e la giustizia sociale sono in cima alla nostra agenda politica. Non è sempre stato così, in questi anni, e di questa sottovalutazione abbiamo pagato un prezzo alto, in termini elettorali e di credibilità politica. Esiste un sentimento diffuso di insicurezza tra la gente, dovuto a diversi fattori, al quale la destra dà risposte semplificate che però danno l’illusione dell’intervento energico e risolutivo. Qui non si tratta di essere più o meno buoni – come pensa la destra – ma di realizzare politiche che tengano insieme rigore e tolleranza, sicurezza e libertà, senza che uno dei due termini sia sacrificato all’altro: sicurezza senza libertà produce sistemi illiberali, libertà senza sicurezza produce caos e anarchia. Io credo che da questo punto di vista gli enti locali e la Regione stiano facendo la loro parte anche se, forse, non si fa ancora abbastanza per comunicarlo (La destra in questo è facilitata perché elude la complessità, ragiona per slogan e comunica in manera più immediata). Il grande assente è il governo che, da una parte alimenta l’illusione della sicurezza fai da te (ronde, vigilantes e simili), dall’altra taglia le risorse destinate alle forze dell’ordine che sono le uniche titolate, in qualsiasi paese democratico, a occuparsi di sicurezza e ordine pubblico.
Ma ai cittadini deve essere garantita anche un altro tipo di sicurezza: quella di vivere in una società che non emargina non lascia indietro nessuno. Perché sa che il benessere di un singolo cittadino non può essere garantito a scapito del benessere altrui. Sono tempi difficili per le famiglie e per gli enti locali diventa sempre più difficoltoso mantenere alto il livello dei servizi ma non dobbiamo abbandonare questo sforzo perché non c’è integrazione laddove pezzi di società sono esclusi dal benessere. E dove non c’ è integrazione non c’è sicurezza.


Quali forze ha il PD per ripartire, per cambiare…
Tu, con Pierluigi Bersani, insisti molto sulla ripresa di un lavoro organizzato del PD. A noi piace dire che serve una riaffermazione del senso di responsabilità del nostro partito, che deve organizzarsi perché la situazione è difficile e grave e i suoi compiti rilevanti.
Il tuo curriculum è certamente una garanzia. Ma la vita concreta del partito appare insidiata da mille burocratismi e da fenomeni di feudalesimo-“tu fai carriera solo perché stai con me, senza verifiche sul campo e sul merito”-esattamente quali quelli che attanagliano il nostro paese e allontanano i giovani dalla speranza e dall’impegno. Quali sono le forze che possono cambiare il nostro partito, una volta tanto non destrutturandolo ma ridandogli un filo conduttore , un “senso” e quindi anche uno stare insieme più sereno e produttivo?


Io immagino per il futuro prossimo un partito della sinistra democratica e liberale schierato con le forze progressiste, socialiste, liberaldemocratiche di tutto il mondo. Un partito popolare, non classista, non elitario né populista, radicato in ogni luogo. Un partito del lavoro che rivendica la dignità e il ruolo sia del lavoro subordinato sa di quello autonomo e imprenditoriale. Un partito laico che distingue le convinzioni filosofiche e religiose dalla responsabilità autonoma della politica. Insomma, un partito del nuovo secolo, fortemente orientato alla modernità che sappia dare un volto compiuto al Paese che sta faticosamente nascendo sotto i nostri occhi, evitando che i processi di modernizzazione vadano a discapito dei diritti e dell’equità sociale. Questo è il Pd che abbiamo in mente. Un progetto di questo tipo si realizza solo con una struttura che affondi le radici nel territorio, perché tutti vogliamo un partito aperto ma non c’è apertura senza radicamento. Abbiamo bisogno di un partito di tesserati, non di tessere, che abbiano la certezza di avere luoghi di discussione e confronto nei quali far valere la propria voce e il proprio lavoro.

Fare opposizione. Prendersi cura degli ultimima anche dei penultimi, della nostra gente.
In Emilia-Romagna siamo la più grande forza di governo ed ereditiamo un patrimonio di sessant’anni di amministrazione. Ma oggi siamo all’opposizione in campo nazionale. Una collocazione difficile ma importante che richiede una linea di condotta seria ma battagliera, atteggiamenti e capacità di presenza peculiari. Troppo spesso si interpreta l’opposizione come l’attesa di quando avremo una rivincita alle prossime elezioni. C’è poca reattività. Una non breve stagione confusa che parlava a sproposito di dialogo riformista, con una Destra proterva e stravincitrice, sembra alle nostre spalle. Ma come fare opposizione, dunque? Berlusconi ci incalza. “Se inseguite Di Pietro e Santoro perderete ancora di più”. Una posizione interessata, che fa riflettere. Però ognuno ha il suo mestiere. Noi non siamo di Pietro o Santoro. Dobbiamo non tanto essere più moderati ma più concreti. Maggioritari. La nostra proposta dovrebbe riuscire sempre ad incidere nella società, interessare e coinvolgere vasti strati popolari. Significa occuparci senza sconti dei diritti di democrazia e dei diritti sociali degli ultimi, dei migranti, degli esclusi e farlo, però, senza suscitare nei penultimi, nel “nostro” popolo e nel mondo del lavoro un senso ancor più forte di essere abbandonati. Partire dalle persone, unire una proposta per i diseredati ad una per i ceti medi, sempre. Non è solo tattica ma vuol dire anche cercare di prefigurare, dall’opposizione, un futuro schieramento di maggioranza. Tu sarai, se prevalente, alla guida di una grande forza di governo, quale contributo credi che il PD dell’Emilia possa dare all’opposizione ?

Il fatto è che il Partito democratico non riesce ancora a presentarsi, per la grande maggioranza degli italiani, come un’alternativa credibile alla destra. In questi venti mesi abbiamo suscitato grandi speranze ma una parte di queste speranze è rimasta delusa. Molti elettori si sono allontanati da noi. Le elezioni hanno segnalato, in particolare, un indebolimento del nostro legame con i ceti popolari e i ceti produttivi.
Perchè? Certo hanno pesato e continuano a pesare la confusione e le risse in troppe parti d’Italia, al centro e in periferia. Ma diciamoci la verità, non può essere soltanto questo. Io vedo un’identità troppo debole, pallida, incapace di rendere attraente il nostro messaggio politico sia verso i nostri elettori tradizionali sia verso quelli “potenziali”, la mancanza, nel partito, di un’idea forte per la guida del Paese ed un Pd che ormai, da leggero che era, è diventato in tutta Italia, tranne rare eccezioni, liquido, impalpabile, senza radici né struttura, che ha demandato alle salvifiche primarie la ricetta unica per selezionare la classe dirigente. Al contempo ha trasformato la vocazione maggioritaria, ovvero l’obiettivo di conquistare la maggioranza dei voti degli italiani, nell'idea velleitaria di decidere tutto da soli. Il Pd dell’Emilia-Romagna contribuirà all opposizione al governo mettendo a disposizione la propria esperienza. Un’esperienza fatta di pragmatismo, concretezza e attenzione ai cittadini che ci vengono dai lunghi anni passati al governo della nostra regione. Bersani e Bonaccini sono cresciuti a quella grande scuola che è stato il riformismo emiliano. Sono la miglior garanzia per il futuro del nostro partito in quanto rappresentano la sintesi delle culture riformiste che proprio da noi hanno trovato la massima espressione nel coniugare ricchezza diffusa ed uguaglianza, lavoro e cultura, sicurezza e diritti. Avere finalmente un emiliano come Bersani alla guida del partito nazionale sarà, di per sé, un fatto storico. E’ il riformismo forte che ha già dato prova di sé nel governo locale ora si candida alla guida del Paese.

Cultura, scuola, il sapere diritto della persona
La tua mozione parla di cultura e di scuola, non solo con fugaci citazioni in un elenco di temi accostati uno all’altro, come spesso è avvenuto, ma dentro un ragionamento sulla necessità di lavorare sulle culture politiche del PD, metterle al lavoro e insieme all’interno di una affermazione sull’uguaglianza delle opportunità ed i diritti di crescita che inevitabilmente danno centralità alla scuola.
L’Emilia-Romagna ha visto lo scorso anno scolastico momenti di protesta nelle scuole, nell’università, nella ricerca, rilevantissimi, ed il partito quasi assente. Si è cercato di rimediare con qualche candidatura di rappresentanza ma l’idea che comunichiamo è che guardiamo altrove, che qualsiasi fenomeno sociale sia visto da noi con sospetto. O per essere troppo settoriale e corporativo oppure troppo estremista. Il paradosso è che si sono mossi di più i nostri amministratori, che per ruolo interpretano la cittadinanza ma dovrebbero farlo con un prudente senso dell’interesse generale, di quanto non abbiano fatto le strutture del Partito, dalle Unioni ai Circoli. La tua Segreteria cosa farà: si rassegnerà all’”andazzo” oppure proverà a scuotere il partito, facendogli fare nuovamente un po’ di iniziativa sociale, non solo propaganda ?


I mondi dell’istruzione e della cultura sono tra i più colpiti dalla scure del governo. Noi abbiamo il compito di tornare ad essere i protagonisti dell’iniziativa politica in questi campi. Non solo per difendere i diritti dei lavoratori della cultura e dell’istruzione e degli studenti. Ma anche perché siamo consapevoli che nel mondo di oggi una società priva di un sistema di istruzione moderno e funzionante è una società bloccata,non competitiva,che non investe sulle proprie risorse migliori: le menti dei giovani laureati e ricercatori, che infatti vanno a cercare fortuna all’ estero. Questa è una vergogna e uno spreco che il nostro paese non può e non deve più permettersi. Noi saremo in prima linea per fermare lo scempio dei tagli indiscriminati e dello smantellamento dell’istruzione pubblica.
Un grande partito riformista come il nostro non può non avere una particolare attenzione alla modernità e all’innovazione, la capacità di guardare lontano e saper anticipare gli scenari futuri. Negli anni Sessanta e Settanta il successo culturale della sinistra si fondava sulla sua capacità di dar voce all’anima della modernizzazione italiana. Almeno dagli anni Sessanta dire sinistra valeva quasi come dire modernità. Purtroppo, dalla fine degli anni Ottanta a sinistra non c’é stata più un’analisi della nostra società appena degna di questo nome, si è spezzata quella sintonia che bene o male la sinistra era sempre stata capace di stabilire con i processi storici e le dinamiche sociali.
Dobbiamo recuperare appieno la sintonia tra il tempo e la politica, tra le dinamiche sociali e la capacità di leggerle, di interpretarle. La politica deve avere lo sguardo lungo, dobbiamo assumere su di noi un’”etica del futuro”, direbbe Hans Jonas, che ci rende responsabili non solo nel presente e verso i nostri contemporanei ma nel futuro e nei confronti delle generazioni che verranno. Ma questo vuol dire, innanzitutto, investire sulla cultura e l’innovazione, fare della conoscenza l’asse portante della politica riformista. Contrapporre alle politiche regressive, nostalgiche, senza orizzonti, della destra, un piano di profondo rinnovamento del modello di sviluppo. A partire dalla crisi economica, dal modo in cui noi pensiamo di affrontarla, contrastarla e utilizzarla per rilanciare il sistema produttivo su nuove basi. Insomma, dobbiamo ridare speranza, aprire orizzonti, mostrare possibili vie d’uscita dall’incantesimo collettivo che tiene schiacciato questo Paese a un presente immobile e a un passato che non passa. Una sfida culturale, prima che politica.


Il lavoro, i lavoratori ed il PD
Il PD si dichiara apertamente un partito “interclassista” o, meglio, è nato volendo mettere assieme lavoratori consapevoli del valore della loro attività e imprenditori innovativi. Eppure non pare che abbiamo fatto passi in avanti nel rappresentare sia gli uni che gli altri. Il lavoro subordinato è scivolato da tempo in un’area grigia dove la politica è un diritto perduto e che non interessa o perlomeno dal quale non ci si attende quasi nulla. Qui una delle radici del fenomeno che si sta producendo anche in Emilia-Romagna -e che altrove dura da almeno quindici anni- di parti del mondo del lavoro operaio che si rivolge anche alla Lega o perlomeno ne condivide il senso di baluardo contro i concorrenti stranieri. Se ne parla troppo e con accenti scandalistici e generici, ma il fenomeno certamente esiste. D’altra parte non ci pare che abbiamo fatto passi in avanti verso la capacità di rappresentare l’imprenditorialità E’ proprio quella più diffusa e “di massa” che conferma di scegliere chi gli promette di pagare meno tasse, con la garanzia dell’evasione non con una riduzione delle imposte, piuttosto di chi gli propone patti di responsabilità comune pubblico-privato per lo sviluppo. Insomma scegli, in grande parte, il certo per quello che sembra incerto.
Anche il lavoro pubblico e gli insegnanti, se votano maggiormente per il PD, appaiono non avvertire alcuna vicinanza del partito nei loro confronti. Il voto sembra originare più dalla condizione sociale ed anche culturale piuttosto che dalla conoscenza ed adesione delle ed alle nostre politiche. Lavoro all’anno zero, quindi per il PD. Eppure non sembra impossibile dare più forza ad una proposta di riforma del mondo del lavoro, che però deve uscire da ogni confusione con il liberismo, che voglia unire e rendere coesa la società sulla base della qualità del merito. E’ il facile che è difficilissimo da farsi, come diceva Brecht.
Servono scelte anche organizzative ( perché sono così pochi i segretari ed i dirigenti che si dedicano a impiantare e fare crescere Circoli del PD nei luoghi di lavoro?) e programmi più chiari. Bisogna tirare un capo del filo per rimettere in ordine tutto il nostro “ordito” sul lavoro. Il punto è la priorità umana del lavoratore, delle sue capacità, della sua volontà di affermarsi e liberarsi nel proprio lavoro. Allora, per dirne una, la più importante, non si può lasciare solo al Presidente della Repubblica ed al sindacato il tema della vergognosa insicurezza, delle morti e degli infortuni sul lavoro. Sei d’accordo?


Si sono d’accordo. Non è un caso che il nostro partito abbia messo in secondo piano il tema del lavoro e ad al contempo molti lavoratori abbiano votato lega alle ultime elezioni. Non sei un grande partito del lavoro se lo declami in un manifesto, lo sei se milioni di lavoratori votano per te, si identificano in te perché sai leggerne, raccoglierne e organizzarne le istanze; se hai un rapporto col sindacato e ti misuri costantemente con le ragioni che propone. Sei un grande partito del lavoro, oggi in Italia, se partendo dalle ragioni del lavoro sai costruire un progetto per tutta la società, dentro il quale si possa riconoscere la maggior parte dei cittadini. Detto questo non dobbiamo dimenticare che ciò che ha reso prospera la nostra regione è stata la capacità di integrare le istanze dei lavoratori con quelle dei piccoli e medi imprenditori. Questa sinergia non può rompersi perché sono proprio le piccole e medie imprese che generano l’occupazione e il reddito necessari a mantenere alti gli standard di vita dell’Emilia-Romagna. E’ anche grazie a questo vasto tessuto di piccole e medie imprese – sostenute dalle politiche economiche della regione e degli enti locali – che qui il sistema produttivo riesce a sopportare meglio che altrove i colpi della crisi. Ma è chiaro che senza un intervento efficace del governo contro la crisi e per la difesa dell’occupazione i territori, da soli, non ce la fanno.
Il governo sta dimostrando tutta la sua inadeguatezza nel fronteggiare la crisi. La vera priorità, in questo momento, è il sostegno dei redditi dei lavoratori e dei pensionati. Senza ripresa dei consumi non c’é rilancio della produzione e non si esce dalla crisi. Ma bisogna rimettere il lavoro al centro della politica economica perché la crisi è anche figlia dell’indebolimento del lavoro. Se il lavoro perde valore e dignità, a vantaggio della speculazione finanziaria e della rendita, non ne soffre solo l’economia ma l’intero sistema democratico. Per questa ragione il Partito democratico sarà innanzitutto un partito dei lavori e dei ceti produttivi.


Torniamo al tema del Partito.

Torniamo al Partito. Siamo Democratici quindi teniamo in piedi, pur tra tante incertezze ed anche ipocrisie meccanismi ampi e complessi di dibattito e di scelta. Noi vorremmo percorsi di PARTECIPAZIONE-DECISIONE-ORGANIZZAZIONE, in quest’ordine, anche cronologico. Insomma un partito vero. La società contemporanea è troppo articolata ed anche impoverita per essere raggiunta solo con opinioni e comunicazioni. Ciò detto, a forza di discutere poco e di votare moltissimo sulle leadership, al nostro interno, e di votare pochissimo per decidere su temi concreti, sembra che sia difficile portare avanti aggregazioni basate su punti di vista di linea politica, come la nostra, oppure su interessi tematici. E’ invece pratica diffusissima l’articolarsi in gruppi di affinità amicale e di potere. Grande o anche piccolissimo. E’ un passo indietro, che è stato compiuto che ha superato il correntismo politico, asfittico ma almeno basato su posizioni, per ricadere spesso nel “cordatismo”. Premesso che nessuno è immune e le pratiche peggiori, come le migliori, possono essere ritrovate ovunque, Bersani pone con la sua proposta questo problema al centro dell’interesse e finalmente, in questi giorni, del nostro partito, di come concretamente è e di ciò che fa si è cominciato a parlare. Non è una chiusura, anzi, per la prima volta questa ripresa di discussione convive con una maggiore avvertenza sui rischi drammatici di isolamento del partito e dell’autoreferenzialità delle sue pratiche anche quelle degli appuntamenti di elezione primaria.
Al primo posto la realtà dei problemi ed il merito delle risoluzioni, questo vorremmo e per questo esistiamo. Con uno spirito così unitario da non essere quasi avvertibili. Ha senso un impegno politico e culturale di questo tipo? Noi sappiamo già che lo ha, beninteso, ma le conferme le troviamo nei pezzi di società dove lavoriamo, per il PD ed il suo radicamento, per il consenso ed i contributi che raccogliamo. Ma altro discorso è per il Partito con la P maiuscola, la dirigenza, le strutture, e le anti strutture mediatiche. E’ qui che incontriamo sempre difficoltà. E ancor più difficile, proporsi, ottenere interlocuzione dal “Partito” lo è per associazioni meno esperte o formate solo da giovani.
La tua segreteria, nei limiti che gli saranno propri, darà un impulso a concrete esperienze di cambiamento nella vita del Partito? Darà fiducia a Circoli ed aggregazioni di contenuto? E in che modo? E cercherà di superare una vita interna solo legata a leaderismi personali ed amicali, dal più grande al più piccolo?


Laddove c’è attenzione ai problemi dei cittadnini, capacità di ascoltare le loro istanze e presenza sul territorio non esistono correnti, non esistono clientele, non esistono”cordate”. E’ per questo che abbiamo bisogno di un partito forte e diffuso. Solo con la presenza nella società e la vicinanza agli elettori delle amministrazioni locali avremo un partito aperto, vitale, che va oltre le ideologie e al correntismo.
il Partito democratico ha di fronte a sé un mercato politico enorme, una domanda che le attuali offerte politiche non riescono ancora a soddisfare, milioni e milioni di italiani che hanno deciso di non scegliere, di non andare a votare. Le ragioni possono essere molte: apatia, disorientamento, delusione, qualunquismo, protesta. Non sarà certo impresa facile convincere quegli elettori ma questo non può farci desistere dall’impresa. Ed è evidente che, se questo è il nostro obiettivo, dobbiamo costruire un partito che sappia raggiungere quegli elettori, sappia parlare con loro (attenzione, esiste anche un problema irrisolto di linguaggio) ma soprattutto sappia offrire risposte convincenti.
Per dare risposte convincenti dobbiamo essere innanzitutto riconoscibili, avere un’identità chiara, saper dire chi siamo e cosa vogliamo. Come pensiamo che si debba fronteggiare la crisi, difendere l’occupazione, garantire la sicurezza, governare l’immigrazione, riformare la scuola, l’università, la pubblica amministrazione. Chiudere definitivamente la stagione degli “ex” socialisti, socialdemocratici, comunisti, democristiani, verdi, liberali e definirci semplicemente democratici, conservando quel che è vivo di quelle tradizioni e dando un nuovo volto, una nuova voce alla cultura riformista.
Ma se vogliamo davvero confrontarci con questo livello di problemi allora abbiamo bisogno di uno strumento adatto, efficace, funzionante. Questo strumento è il Partito democratico. Perché un partito non è mai un fine, non lo mettiamo in piedi per fare dei congressi e attribuire delle cariche. Un partito è un mezzo, uno strumento per promuovere cambiamenti utili alla vita collettiva. La ragione sociale del Partito democratico è il Paese e se vogliamo essere utili al Paese dobbiamo essere un partito che funziona, che crea solidarietà e appartenenza e che traduce la partecipazione in iniziativa esterna.


A cura di Impegno Nuovo
e del giornale “PER. Il progresso d’Italia”
Hanno collaborato : Davide Ferrari, Massimo Meliconi, Annarosa Almiropulo, Rosanna Facchini.

Il sito di Stefano Bonaccini è
www.stefanobonaccini.it

10.09.2009


Il sapere, un diritto delle persone, una ricchezza per la comunità


Condividiamo l’affermazione di Barak Obama “Se vogliamo vincere le sfide del mondo di domani,dobbiamo educare il mondo di oggi” e crediamo che il Partito Democratico debba contribuire acostruire una nuova visione per l’educazione del XXI secolo, in cui si dovrà non solo sostenere lascuola che c’è, ma introdurre una forte innovazione sollecitata dalle trasformazioni culturali,sociali ed economiche in essere.
L’orizzonte di riferimento è sempre più il mondo. Sono cadute le barriere tra le nazioni e i mercatie la possibilità di uscita dalla crisi è migliore per quei paesi che strategicamente puntanosull’educazione e la formazione dei cittadini, investendo su scuola, università e ricerca, investendo sui talenti e sulle competenze dei giovani per prepararli a competere in un’economia globale.
L’investimento sulla qualità dell’istruzione e sulla formazione della risorsa umana è ciò che, inprospettiva, farà la differenza per vincere nella competizione globale e oggi può essere una buona leva per contrastare il rischio di esclusione sociale di molti lavoratori colpiti dalla crisi.
Viene da questa consapevolezza la nostra sollecitazione affinché il Partito Democratico contribuisca ad aprire un forte dibattito culturale e politico nel Paese con il mondo economico e sociale, con le famiglie, con i giovani, a partire dal dibattito congressuale dove i temi dell’istruzione e della formazione lungo tutto l’arco della vita debbono avere il peso e lo spessore che meritano da parte di tutte le mozioni in campo.
Condividiamo il progetto ideale e politico delle mozioni a sostegno delle candidature a segretario nazionale di Pier Luigi Bersani e a segretario regionale di Stefano Bonaccini e nel sostenerle
vogliamo contribuire indicando alcuni elementi di riflessione e di iniziativa politica su questi temi,nella piena convinzione che il sapere sia una delle leve più potenti per la realizzazione personale dell’individuo, motore fondamentale della mobilità sociale e dello sviluppo di una comunità.
Un’istruzione di qualità è ciò che garantisce all’individuo consapevolezza, dignità e libertà, ma anche la crescita economica, sociale e civile della comunità di cui è parte.
Un buon sistema formativo deve essere inclusivo e per questo riconoscere e valorizzare talento e motivazioni dei singoli al di là delle condizioni socioeconomiche e culturali della famiglia di provenienza.
Anche nella nostra Regione abbiamo bisogno di un sistema formativo che garantisca al meglio ad ogni ragazzo e ad ogni ragazza le medesime e grandi opportunità di successo, attraverso il conseguimento di competenze che li rendano consapevoli della propria personalità, responsabili delle proprie scelte, capaci di relazionarsi, di comprendere e selezionare i messaggi di un mondo complesso, di essere protagonisti nel mondo del lavoro e nella dinamica sociale.
Il successo individuale è patrimonio di tutti perché su esso si basano le possibilità di sviluppo. Così si interpreta il mandato del Trattato di Lisbona: quello di fare diventare l’Europa un’area politica e culturale caratterizzata da “capitale umano” in grado di generare sviluppo e innovazione.
Oggi, in un momento in cui in tutti i paesi avanzati la crescita è affidata all’istruzione, alla formazione superiore, alla ricerca di base, al trasferimento tecnologico, all’innovazione, la scelta della maggioranza che governa il Paese è quella di disinvestire sui sistemi dell’istruzione, della formazione e della ricerca, con massicci tagli alle risorse e con una trasformazione degli
ordinamenti che comprometteranno la crescita e il futuro del Paese.
Bisogna contrastare questa politica e nel contempo lavorare per qualificare il sistema,individuando obiettivi e forme organizzative che servano a qualificare ed estendere il sistema di istruzione, ampliando la consapevolezza sociale del valore della scuola e della formazione. A tale scopo indichiamo alcune linee di azione per noi prioritarie.
o Sviluppo dell’autonomia delle scuole. Si tratta di creare le condizioni per cui la collaborazione con i territori per la definizione, qualificazione, realizzazione dei POF (Piani dell’Offerta Formativa) sia un punto qualificante delle politiche degli Enti territoriali. Su questo la nostra Regione ha ampie e consolidate tradizioni che vanno ulteriormente potenziate. Per rendere efficaci le politiche di autonomia servono un chiaro mandato istituzionale definito a livello nazionale, un affidabile sistema di valutazione, certezza di risorse professionali e finanziarie.
Sono queste le basi su cui sviluppare una logica federalista.

o Piena risposta alle aspettative delle famiglie di estensione del servizio scolastico e dei servizi educativi per l’infanzia.
o Integrazione delle risorse formative, al fine di rendere flessibili i percorsi, per trovare risposte adeguate alla complessità delle situazioni culturali cui gli studenti appartengono e alle diverse aspettative delle famiglie. Entra in questa logica il riconoscimento del valore della cultura del lavoro.

o Valorizzazione e potenziamento della funzione docente, attraverso sia la formazione iniziale sia quella in servizio. Fa parte di questa linea la costruzione di forme di riconoscimento di competenze e di ruoli. Condizione per investire sulla qualità professionale dei docenti è il superamento del precariato.

o Costruzione di una concreta politica di formazione per tutto l’arco della vita, in difesa e promozione della qualità professionale e culturale del cittadino ad ogni livello di età, consapevoli che questo significa creare le condizioni per la crescita delle professionalità dei lavoratori e per contrastare l’espulsione dal mercato del lavoro.
E’ comunque primo compito della politica far sì che la scuola non venga lasciata sola nei suoi compiti educativi e formativi.
La formazione dei giovani deve vedere la piena assunzione di responsabilità di tutti i soggetti coinvolti dalle famiglie agli Enti culturali, dagli Enti locali alle imprese e all’Università, dal sistema della informazione alle scuole. La collaborazione non cancella i ruoli e non sono ammesse deleghe o cessione di sovranità su un tema così delicato. Ai nostri giovani offriamo un mondo complesso
che oscilla tra localismo e globalizzazione, non possiamo pensare che l’organizzazione della loro formazione sia cosa semplice, semplificabile, fatta di ricette preconfezionate. Serve confronto, apertura mentale, capacità di mediazione.
Da questa consapevolezza dobbiamo ripartire “… per costruire insieme un’Italia dove sia bello vivere, lavorare e crescere i propri figli”.

Mariangela Bastico.
Perchè mi candido

Ho accettato la proposta di candidatura, che unanimemente il comitato regionale e nazionale mi hanno formulato, con emozione, senso di responsabilità e di servizio; con la gioia, la passione e l’entusiasmo con cui si intraprende un progetto comune da realizzare insieme.

Ho accettato con lo stesso “spirito civico” che coinvolge tanti iscritti PD, che impegnano tanto tempo, spesso parte delle loro ferie, nella costruzione e gestione delle feste democratiche, nei circoli, nelle campagne elettorali. Con lo stesso “spirito civico” dei milioni di elettori che si sono messi in fila per votare nelle primarie per Prodi e in quelle del 14 ottobre 2007 vinte da Veltroni.

Il mio percorso è stato tutto istituzionale: il quartiere centro storico di Modena, il Comune, la Regione Emilia-Romagna, il Governo Prodi, il Senato; nei contenuti e nei progetti per la scuola, la sanità, le politiche sociali, le politiche urbanistiche e di governo del territorio, per la formazione e il lavoro, per gli enti locali ho trovato le ragioni del mio operare pubblico e politico.

Perché, quindi, ora il partito? Non certamente come trampolino di lancio, come troppo spesso accade, per ruoli istituzionali, dal momento che, questi, ho avuto l’onore e la fortuna di averli già ricoperti. Dunque, perché credo che oggi il rafforzamento del Partito Democratico sia una assoluta priorità su cui impegnare le grandi energie disponibili e finora sottoutilizzate: la costruzione concreta del Partito Democratico che abbiamo voluto e non ancora realizzato, cioè un partito riformista, che vuole ed è capace di governare il Paese e le amministrazioni regionali e locali. Questo obiettivo è una necessità anche per la democrazia italiana e per le sue istituzioni, messe seriamente in crisi dalla azione del Governo di centro destra e dalla mancanza di una forte ed autorevole opposizione nel Paese.

Vorrei costruire un PD che sia di riferimento anche per le tante persone deluse, che non riconoscono ancora nel PD la propria casa, un luogo accogliente in cui ritrovarsi. Ritengo, ora, necessario concentrare tutte le nostre energie ed intelligenze per far crescere il Partito Democratico riformista, in cui si mescolano le culture politiche di provenienza e se ne aggiungono tante nuove, così come lo ha delineato Franceschini.

Per questo voglio mettere a disposizione – con tutti voi – la mia esperienza e le competenze che ho maturato, per dare innovata identità al PD dell’Emilia-Romagna, caratterizzandolo su alcuni punti fondamentali:

Con le radici nell’Ulivo
Con aspirazione maggioritaria: intende rappresentare tutta la società
Con lo sguardo lungo
Federale, con una forte identità emiliano-romagnola
Aperto
Radicato
Che valorizza i saperi
“Per” e non “da combattimento"
Tutti, e non uno di meno

L’Emilia-Romagna ha ancora oggi un patrimonio ampio e consolidato di buone amministrazioni e di consensi; un patrimonio che è andato, però, progressivamente in calo e che da tempo non trova energie per rafforzarsi. L’esito del voto delle elezioni europee e amministrative ci consegna proprio questo: il crescere di una sfiducia nei confronti del Premier e del Governo di Centro destra che non apporta nuovi voti al PD, ma che si riversa nell’astensione. Il PD, al contrario, non sufficientemente identitario e credibile, disperde 4 milioni di voti a livello nazionale, 300 mila a livello regionale, 53 mila nella provincia di Modena verso l’astensione, la sinistra radicale, l’IDV, la Lega e perfino il PDL. Un segnale chiaro e forte degli elettori che ci induce non solo ad interpretarlo, ma a intervenire coerentemente e rapidamente.

Questo è un congresso vero, a livello nazionale e regionale, in cui si sceglie sulla base di idee, proposte politiche e candidati differenti. Ma questo è anche un confronto che, comunque, si concluderà stando insieme: è chiaro a livello nazionale, laddove le candidature Franceschini, Bersani, Marino sono autorevoli e daranno garanzia di una buona conduzione del partito; sarà così anche a livello regionale.

Molti mi hanno chiesto “ma chi te lo fa fare?”, sapendo che in Emilia-Romagna la mozione Franceschini parte da una condizione di svantaggio. Non ho intrapreso un percorso politico impegnativo, e per me innovativo, per arrivare seconda: l’impegno è per vincere, ben consapevole dello svantaggio iniziale. Consapevole anche che oggi, al di là delle dichiarazioni già effettuate e degli schieramenti a favore della mozione Bersani, ci sono tanti nostri iscritti ed elettori che vogliono capire, leggere, approfondire, sapendo che questa volta possono decidere davvero. E chi dice che “oramai i giochi sono fatti” fa torto alla loro intelligenza, alla loro passione politica e alla loro autonomia, pensando che si adeguino semplicemente a schieramenti precostituiti. Qualora non ce la facessimo e fossimo una minoranza, saremo una minoranza consistente e condizionante per idee e progetti, che non si scioglie il giorno dopo le primarie.

Tutto questo noi lo possiamo realizzare solo in un modo, cioè farlo insieme; insieme come ho visto già in alcuni territori, dove si sono presentate persone che assolutamente non ci aspettavamo di incontrare, dove si sentono interventi liberi, autentici e appassionati.
Noi abbiamo un’idea forte: il futuro della nostra Regione, il futuro del Partito Democratico ci riguardano, ci interessano e ci spenderemo tutte le nostre energie.

Mariangela Bastico

Tratto da
http://www.mariangelabastico.eu

10.08.2009

Lettera aperta alle iscritte e agli iscritti

Thomas Casadei


In questa fase difficile del paese, della politica e della società italiana, occorre che il Partito Democratico faccia un salto di qualità, a livello locale, regionale e nazionale nei suoi metodi e nel suo modo di sviluppare azioni concrete. Deve essere un partito coraggioso e deciso, che parli la lingua delle persone e che si faccia capire; che sappia attuare scelte chiare, frutto della
partecipazione di aderenti e sostenitori, per allargare e rafforzare i propri consensi nella società; che faccia della trasparenza e del rigore una prassi quotidiana. Servono gesti e azioni, più che lunghi discorsi: solo così avremo la capacità di costruire un'alternativa credibile alle destre nel paese e di mantenere la nostra capacità di ben governare nella nostra Regione.


Candidandomi alla Segreteria regionale del PD per la mozione di Ignazio Marino, intendo portare nel dibattito regionale il punto di vista dei territori, a partire da quello delle Romagne, in un'ottica di integrazione su scala regionale, che riveda alcuni degli schemi dominanti nell'ultimo quindicennio all'interno dei partiti del centrosinistra. Mettere in relazione più stretta le eccellenze e le buone prassi con un governo regionale che sia capace sempre più di valorizzarle e di farle uscire anche dai confini locali, ripensare alcune dinamiche nei processi decisionali con riferimento ai grandi temi politici e amministrativi (un es. per tutti le multiutilities e le società partecipate), dare voce ai territori, stimolare e mettere in movimento quelle energie che faticano a trovare accesso allo spazio pubblico, a partire dalle donne e dai giovani.


La proposta programmatica della Mozione Marino-Casadei è il frutto di una grande operazione di mobilitazione, ascolto e confronto, attuata in tutto il territorio regionale con decine e decine di incontri che per un mese e mezzo ho svolto, con l'aiuto e il supporto di tanti magnifici volontari.
Così intendiamo il congresso del PD: un congresso che parla al proprio interno ma anche fuori di sé, che mette in rete le competenze di tante persone che vogliono partecipare attivamente alla vita politica. Vogliamo un partito che dia voce a tutti coloro che ne seguono con passione le vicissitudini, un partito che riparta dalla base, dalla valorizzazione e dall'ascolto dei propri iscritti (una forza da cui non si può prescindere), simpatizzanti, cittadini-elettori, stimolando così nuovo interesse e nuove adesioni a questo progetto.


Si tratta di una sfida autentica, radicale, innovativa e coraggiosa: abbiamo la speranza concreta di poterla vincere, grazie all'azione e all'impegno di voi tutti, di tutti coloro che non hanno il timore di giocare fuori dagli schemi. Il PD che vogliamo potrà così essere un partito presente, coraggioso, scattante, con militanti e attivisti in tutti i luoghi di lavoro, nelle scuole, nelle università, laddove pulsa la vita delle persone in carne ed ossa. Non è democratica la politica chiusa nelle stanze del potere, non trasparente, di pochi. Il PD deve rilanciare il merito come elemento fondamentale di giustizia (a partire dalla scelta dei propri rappresentanti - che devono sempre essere a tempo determinato e valutati in forma pubblica), tutelare i diritti e il lavoro come espressione di libertà, favorire apertura e partecipazione.

Come democratico di base, che alla propria professione da quindici anni unisce un impegno politico
costante e appassionato, conto sul vostro aiuto.


Thomas Casadei


Tratto da
http://www.thomascasadei.it

10.06.2009


7.16.2009

Sicurezza. Lettera di Giancarla Codrignani al presidente Napolitano.


Caro Presidente,
non avrei voluto scriverti questa lettera e tanto meno permettermi di interferire con la tua alta responsabilità. Ma proprio perché in questo momento mi sembra necessario che si valorizzi anche la responsabilità civica di ciascuno di noi in quanto cittadino, credo di dovermi rivolgere a te per pregarti di non firmare le norme in materia di immigrazione approvate in questi giorni.
Davvero, non avrei mai pensato che dal nostro Parlamento uscisse un'offesa così grande ai diritti di libertà. Anche gli antichi, in diverso contesto, onoravano lo ius migrandi che nei nostri tempi ha avuto collocazione sia nell'art.13 della Dichiarazione universale dei diritti umani, sia nell'art. 35 della Costituzione italiana. Soprattutto, mi mortifica riandare ai milioni di italiani che dalla fine del XIX secolo fino al secondo dopoguerra sono emigrati nelle più diverse parti del mondo, soffrendo le stesse pene a cui oggi questa legge condanna altri uomini e donne che, come i nostri migranti, cercano di sfuggire alla miseria e all'oppressione. Con le nuove norme neppure i rifugiati avranno garanzia di tutela, contro il dettato dell'art.10 della Costituzione che impone l'accoglimento di quanti non godano nel loro paese i diritti di libertà, addirittura, secondo gli atti della Costituente, senza reciprocità. Non a caso, perché tutti i partiti che avevano redatto la Carta del '48 avevano avuto esuli dalle persecuzioni fasciste.
Il nostro paese non può accettare che sia reato non la condotta, ma l'identità di una persona, né che si violi l'uguaglianza discriminando gli esseri umani sulla base di criteri nazionalisti e razzisti, né che si verifichino respingimenti in forma crudele e illegale dal territorio nazionale (intendendo come tale anche la nave italiana che abbia raccolto i profughi).
Non vorrei mai avere sentito un ministro della Repubblica dire che dobbiamo essere "cattivi". Ma vorrei anche che non solo i cittadini informati, ma anche quanti restano ancora ignari della sostanza dei problemi non corressero il rischio di venire sospinti da false paure verso sponde razziste. E come donna non vorrei mai che qualche bambino imparasse a non ritenere cittadino come lui un bimbo nato da una mamma come la sua, ma clandestina.
Caro presidente Napolitano, abbiamo entrambi conosciuto l'esperienza del lavoro parlamentare in anni non lontani, che hanno conosciuto anche eventi tragici, ma che mantenevano il massimo rispetto delle garanzie istituzionali e che avevano rafforzato la democrazia italiana nel contesto internazionale. Ti prego: aiuta il paese a mantenere quella dignità.
GIANCARLA CODRIGNANI
ex-parlamentare

6.26.2008

Continua il dibattito sul dopo voto e il ruolo del PD.
Un contributo di Eugenio Mastrorocco.

Una nuova famiglia

La vera sconfitta è sentirsi sconfitti. Un po’ come ritrovarsi a subire l’angoscia della pagina bianca, sempre più stanca e incarognita, mal disposta ad accogliere ancora una volta il lamento, il balbettio disorientato, l’ennesimo tentativo di chiamare le cose con parole invecchiate, sforzandosi di mettere a fuoco una nuova visione che spieghi e consoli, e ridia fiato a chi ansima. Oggi, a distanza di sicurezza da quel 13 aprile, proviamo a uscire dal castigo e a richiamare la mente e il cuore da dietro la nera lavagna con i numeri di quel risultato già mezzi cancellati, per tornare a scrivere pensieri e sentimenti con parole rinnovate.

Partiamo dal PD: perché è nato? E perché non chiamarlo PDI, Partito Democratico Italiano? Immagino per una sciagurata manifestazione di pudore, derivata dalla connotazione negativa imputata a quell’aggettivo – vecchio vizio, per altro italianissimo, immortalato in decine di pellicole e canzoni, a partire dal celebre “tu vò fa l’americano”. Resta il dubbio che se fosse nato italiano avrebbe potuto esercitare ben altro appeal rispetto a quello di una semplice sigla di provincia, mitigando l’impressione di nascere già orfano di identità nazionale.

Apro e chiudo rapidamente una parentesi di analisi dei dati elettorali. E’ stato detto molto e forse con troppa fretta, i numeri andrebbero lasciati decantare e assestare il tempo necessario a dissiparne inganni e omertà ad essi connaturati, permettendo al nostro sguardo una lettura più chiara e illuminante su alcuni aspetti più riposti. Per questa via ad esempio ci sono due dati, tratti dal dossier ben curato dell’Istituto De Gasperi, che hanno attirato la mia attenzione e sui quali penso varrà la pena di soffermarsi in futuro. Il primo riguarda quel 30% di italiani non rappresentato nel nostro Parlamento (20% solo di non voto), un dato che basta da solo a mettere in discussione la rappresentatività del nostro sistema democratico nelle forme attuali. Il secondo ci dice che il PD risulta primo partito a livello nazionale, ma solo nella fascia di età over 54, tiene anche se a stento tra gli under 34, per poi andare sotto proprio nella fascia di età 35/54 più attiva e matura, la stessa dove emergono significativamente PDL, IDV e UDC.

Torno ora all’interrogativo iniziale sulle ragioni della nascita del PD.
Come tutte le creature nasce dall’incontro di due identità, due storie, che hanno manifestato nel corso del tempo una forza di attrazione reciproca, talvolta di ripulsa, che le ha portate ad unirsi in un nuovo progetto, in un’idea di cambiamento che guarda più al futuro che al passato, rinunciando ciascuna a qualcosa di sè per fare spazio al nuovo arrivato. Quando si mette su casa ciascuna delle due parti lascia e abbandona una bella fetta del proprio bagaglio, se ne libera, predisponendosi ad accogliere e a far proprio quello dell’altro, il nuovo spazio comune sarà comunque altro da tutto ciò che l’ha preceduto. Inizia così un nuovo cammino, una nuova stagione, verso un nuovo futuro in virtù del quale ritrovarsi a condividere anche un passato comune.
Ebbene, a distanza di circa 8 mesi e di una prova elettorale infausta e allora non prevista, l’impressione è che di vera e propria unione ancora non si possa parlare. L’incontro vero ancora tarda a manifestarsi, ognuna delle due anime del nuovo soggetto politico, i singoli percorsi, le diramazioni e i rispettivi universi identitari, relazionali, associativi e quant’altro tardano ad incrociare i loro passi. Ciascuna di queste parti ancora osserva l’altra a distanza, come in preda a un qualche sortilegio che ne impedisce ad oggi un reale e fecondo confronto. Ancora i due amanti non hanno rinunciato al gioco delle reciproche diffidenze, ancora indugiano sull’uscio incerti se buttarsi veramente in questa nuova avventura, concedendosi all’abbraccio dell’altro che li renderà comunque diversi.

Quanto alle forme e ai modi diversi d’intendere tale unione, andrebbe allargata la discussione, se è vero che per la maggioranza delle società al mondo, secondo l’antropologo Francesco Remotti “il matrimonio non richiede la monogamia”. Ancora più interessante il fatto che “la poligamia sia compatibile con l’indissolubilità, come testimoniato dagli Inuit dell’Alaska, per i quali i rapporti sessuali tra partner istituiscono legami permanenti.
Resta da vedere come considerazioni di questa natura, per quanto scientifica, riguardanti il tema assai delicato della famiglia, si sposino con le ragioni e le passioni che muovono i diversi protagonisti della nostra storia. Quello che sembra mancare forse è proprio un’idea nuova di famiglia.

Tempo fa ho avuto l’occasione di trovarmi ad un incontro sul voto del 13/14 Aprile organizzato dall’Istituto De Gasperi in via S.Felice. Erano presenti tra gli altri il presidente Domenico Cella, Luigi Pedrazzi, Filippo Andreatta, Giancarla Codrignani. La sala era gremita e appassionata, molti gli interventi tra il pubblico, giornalisti, sindacalisti, imprenditori, semplici cittadini. L’impressione è stata quella di trovarmi tra persone che utilizzavano strumenti di analisi della realtà condivisibili, ma che pure rivendicavano con orgoglio una storia e una militanza politico-sociale, quella di area cattolica e democratica per intenderci, poco conosciute e dunque poco avvertite da parte di molti tra gli stessi nuovi compagni di viaggio. Ancora una volta dunque, linguaggi e sensibilità troppo distanti tra loro, che necessitano di nuovi ponti e nuove, permanenti sedi di incontro, racconto, confronto.

Questa è la città di Prodi, luogo simbolo dell’Ulivo. Da qui penso debba iniziare un vero e nuovo cammino comune. Questa la missione di Bologna, di nuovo laboratorio politico nazionale, dove far nascere qui per davvero quel Partito Democratico (Italiano) di cui ho scritto in apertura. Perché italiana è la sua storia, storia di italiani che non vogliono più fare gli americani, ma che si accettano e riconoscono finalmente per quello che sono, ritrovando all’interno della propria tradizione risorgimentale, cattolica, liberale e socialista le radici comuni di un’identità e di un’ispirazione pre/post contemporanea, che ne sappia interpretare le aspirazioni migliori al rinnovamento, nel rispetto del proprio carattere nazionale e del senso ormai diffuso di appartenenza ai destini comuni della vecchia e nuova Europa.

5.30.2008

Io, un italiano. Cosa so degli Zingari



Li ho conosciuti dopo una tragedia, l’incendio di Santa Caterina di Quarto nell’Aprile del 2000, o seguendo i passi turpi, di sangue, dei fratelli Savi.

Li ho visti con la Bibbia in mano seguire mie lezioni un po’ affrettate di cristianesimo. Li ho visti suonare, orchestrare ottoni a Belgrado e xilofoni spezzati in via Rizzoli.

Ho fra loro amici, non ho trovato santi.

Quando vennero a Villa Salus non ne volevo troppi. Avevo ragione. Quando la Romania (dove forse sono 8 milioni) è entrata in Europa ero preoccupato e non convinto dalle ireniche dichiarazioni di alcune , pur meritorie, Ong.

Bisogna saper guardar in faccia il prossimo. E’ come noi. Ne peggio ne meglio.

Quanto qui io scrivo nasce da un bisogno di reagire all’odio, con fermezza e con coraggio.

Ma senza dimettere le lenti del governo, trovando i limiti del buon senso, anche all’amicizia e alla fraternità.

Si fecero chiamare egiziani, gipsi, per nascondere dietro l’immagine di figli dei Faraoni un' origine profana.

Migrati dall’India, dopo il mille, forse perseguitati (seguaci di un’eresia religiosa? Reduci di una rivoluzione?) sono da secoli una delle due grandi nazioni anomale che percorrono la storia dell’Europa.

L’altra sono gli Ebrei.

Centinaia di anni, decine di paesi attraversati ed abitati, mille culture incontrate e mediate, tutto rende impossibile un’unica definizione dei popoli zingari.

Tuttavia a me pare che, nella battaglia della sopravvivenza e della difesa di una propria peculiarità irriducibile, mentre gli Ebrei hanno cercato di perseguire l’obiettivo della massima competitività, gli Zingari -quasi specularmente- hanno giocato la carta della non competizione.

Popolo che non dichiara guerre, che pratica la religione di chi ha incontrato, dall’Ortodossia al Pentecostalismo passando dal Cattolicesimo ed anche in qualche caso dall’Islam, gli Zingari vivono fuori dalla catena di comando, di gerarchia, delle nostre società. Le periferie delle città, nella triste comunanza di destino con tanti altri emarginati, sono -forse- anche la metafora di una perifericità dell’anima.

"Siate come i gigli del campo, non pensate al domani, ogni giorno basta a se stesso": a volte pare che siano nell’anima zingara gli insegnamenti più imperiosi ed anche meno facilmente seguibili del maestro di Galilea.

Quando parli con loro- la mia esperienza, avverto, si limita a Rom rumeni e assai meno a profughi della guerra dell’ex Jugoslavia- capisci quanto sia distante da loro apprendere l’importanza dei nomi, da quelli delle strade e delle vie a quelli delle stesse persone. Possono averne più d’uno, che importa.

L’importante è descrivere un luogo, un cammino che si è fatto, oppure raccontare e ridere di come una persona è.

Mi fa riflettere il loro rapporto con i bambini.

Devo smentire la canea assassina di questi giorni. Non rubano bambini. Ne hanno fin troppi. Quale valore ne trarrebbero?

Se non vogliamo perdere la ragione- oggi sappiamo bene che non occorre avere aguzzini gitani per essere meninos de rua, in tutte le strade di questo mondo.

Spesso ci fa inorridire la giovane mamma rom con il bambino appeso al collo a pochi centimetri da una sigaretta, oppure il brulicare nelle stazioni di piccoli untorelli pronti a tutto (A proposito, ne incontriamo a Verona, città del rampicante sindaco leghista più di quanto accada a Bologna).

Ma la povertà è così.

Mi colpisce invece altro. I bimbi rom sembrano giocare ignari di ogni compatibilità di spazio e di relazione. Non sono più liberi dei nostri figli quando invadono territori che non possono invadere ( Mi colpì vederne alcuni in mezzo allo spettacolo di artisti di strada in Piazza Maggiore, anni addietro, aggirarsi, senza però nessun coinvolgimento e consapevolezza). No , non sono più liberi, hanno ricevuto meno, nella trasmissione dei saperi, dei comportamenti, dal loro mondo adulto.

Non è solo ignoranza, o incuria. Una cultura profondamente maschilista mi pare affidi il carico dei bambini quasi soltanto sulle donne. Donne ancora più lontane da esperienze di lavoro e di crescita di quanto non accada ai loro uomini e quindi deprivate di speranza e di possibilità. Donne che danno ai loro figli quello che possono e spesso non è molto.

Il furto. Parliamo del furto. "Tutti gli Zingari rubano". Non è vero. Non sono vere nemmeno le chiacchiere "sociologiche" sul nomadismo che indurrebbe il non aver idea di proprietà privata altrui e quindi giustificherebbe il furto.

Oggi quasi mai sono nomadi e moltissimi non rubano. E’ vero però che non c’e’ famiglia dove non conviva il lavoratore, magari occasionale, ed il parente ladro, magari altrettanto occasionale.

"Non vogliono cambiare". Certo, se cambiare vuol dire morire, perdere ogni cosa, diventare anonimi più che sedentari probabilmente neanche il giovane rom più "infigato" dei film americani lo vorrebbe.

Il problema è che la "nazione" la sua articolazione in tribu’, non da tutti sentita allo stesso modo ma ben esistente, soprattutto i tempi della vita che la "cultura" sociale zingara scandisce, impediscono spesso anche l’avanzamento, non solo il cambiamento.

Se servono soldi, allo spasimo, bisogna sposarsi molto presto e incassare qualcosa per ogni figlia. Allora anche i maschi a 18 anni devono essere pronti, sentirsi vecchi se a venti non hanno moglie. Ma così facendo non si studia, non si risparmia anche se si lavora, non si "arricchisce" la famiglia ed il proprio futuro.

C’è di più, insieme al maschilismo, alla cura insufficiente dei bimbi, sono proprio questi tempi a rendermi preoccupato della evoluzione possibile dei Rom.

Fare per forza i mariti e le mogli, giovanissimi, mentre -nel frattempo- l’egemonia della cultura tradizionale va scemando, può unire il peggio del tribale alla modernità più insidiosa. Si possono creare unioni violente e senza futuro, non famiglie.

Questo credo di sapere. Non sono un esperto. Ma non lasciamo ai soli esperti di Università o di assistenza la voce del diritto di riconoscere uomini gli altri uomini. Tutti.

Ci sono mille ragioni per non farlo. Ma la prossima volta potrebbe toccare a noi. Agli italiani è già capitato, nei campi di Aigues Mortes, braccati dagli operai francesi, a Marcinelle, nel patibolo di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti. E anche nel ragazzo orfano, cacciato dalla matrigna a Zola perché mutilato nella grande guerra, costretto a girare di casolare in casolare per lavorare e vivere, di cui ci raccontava il nostro Bruno Drusilli, suo figlio. Vestivamo di stracci. Non eravamo migliori. Eravamo uomini.



Davide Ferrari

da "Il Domani", 15 Maggio 2008


www.davideferrari.org

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